Recep Tayyip Erdogan

La storia delle repressioni a danno dei musulmani dello Xinjiang, secondo la narrazione più estesa in Occidente, data quantomeno ai primissimi anni di vita della Cina Popolare, quindi all’indomani della sua proclamazione avvenuta nel 1949. Andrebbe in realtà raccontato che fu proprio con la nascita della Repubblica Popolare che lo Xinjiang potè ottenere un riconoscimento delle proprie specificità storiche, religiose e culturali, venendo assurto al rango di Regione Autonoma. Del resto, molti altri musulmani, sia uiguri che kazaki e di altre minoranze (in Cina il totale delle etnie è di 56, quindi un numero certamente non di poco conto), vivono ed hanno sempre vissuto anche al di fuori di questa regione, mentre altri semplicemente si sono spostati successivamente per ragioni di studio o di lavoro, mettendovi su famiglia e restandovi stabilmente. In definitiva, non è una storia molto diversa da quella che abbiamo vissuto anche noi italiani, con le nostre varie migrazioni interne, in particolare dalle regioni del sud verso quelle del nord.

Alla luce di questa semplice considerazione, molte notizie possono quindi apparire ben diverse da come vengono solitamente raccontate, presentandosi così da una prospettiva spesso anche drasticamente diversa da quella diffusa da molti media occidentali. Lo Xinjiang, insomma, non è soltanto nello Xinjiang, ma anche in molte altre città e province cinesi, dove molti sono gli abitanti che da esso provengono; e lo stesso, in generale, si dovrebbe dire per tutti i cittadini cinesi di religione musulmana. Del resto, anche molti cinesi provenienti dalle regioni interne o costiere col tempo sono andati a vivere nello Xinjiang, anch’essi per ragioni legate allo studio o al lavoro, e ciò ha dato vita ad un forte processo di fusione sia etnico che culturale. Non andrebbe infine dimenticato che lo Xinjiang non è mai stato un territorio esclusivamente musulmano, avendo al proprio interno anche forti presenze di cittadini che praticano le altre religioni presenti nel paese, dal Buddismo al Taoismo, fino ad altri che addirittura professano la fede cristiano-ortodossa tramandata dall’antica presenza russa; e ciò da tempi davvero remoti, risalenti alla Cina imperiale, quando a nessuno mai sarebbe saltato in mente che a Pechino un giorno vi sarebbe stata una repubblica anziché un imperatore con la sua corte.

Certo, non mancano persone, da noi, che cercano di presentare questo fenomeno alla stregua di una “persecuzione”: ragion per cui la migrazione di musulmani verso Est, al di fuori dei loro territori d’origine, appare come una “deportazione”, mentre quella degli Han o di altri gruppi etnici nello Xinjiang appare come una “sinizzazione forzata” della regione, in entrambi i casi con lo scopo di praticare la dispersione dell’identità locale e popolare e di completare un “genocidio culturale”: è quello che, in definitiva, sempre in Occidente, molti dicono a proposito del Tibet. Solo che oggi il Tibet è un po’ passato di moda presso molti occidentali che hanno trovato, nello Xinjiang, un nuovo diversivo per sentirsi impegnati nelle battaglie civili o politiche e sfogare una certa loro sinofobia dietro temi umanitari: insomma, un modo per soddisfare il proprio Ego e nulla di più.

Tale comportamento è in ogni pericoloso, perché come possiamo facilmente immaginare trova sempre chi è interessato a fomentarlo, alimentarlo ed assecondarlo con lo scopo, poi, di cavalcarlo non appena è divenuto a sufficienza redditizio, soprattutto in termini politici. Erdogan, su questa tematica, è stato per esempio un pioniere: il suo progetto di dar vita ad un Grande Turkestan, di rifondare il mai davvero dimenticato Impero Ottomano su basi più ampie e più moderne, qualche anno fa poteva apparire romantico se non addirittura ridicolo, ma in ogni caso irrealizzabile; mentre oggi, al contrario, sembra aver fatto qualche passo in avanti, risultando certamente meno vago e trascurabile che in passato. Gli europei, nel momento in cui hanno visto che questa strategia cominciava ad acquisire una qualche solidità, hanno iniziato a comportarsi in maniera ambigua, con un’improvvisazione propria di chiunque si trovi preso alla sprovvista e non sappia esattamente a che gioco giocare per trarne il maggior vantaggio o, quantomeno, per rimettervi il meno possibile. Oggi, però, sembrerebbe che lascino fare il “Sultano” di Ankara con l’idea o la speranza che, tutto sommato, le sue azioni potrebbero dare anche a loro qualche utilità. Gli americani, che l’avevano capito ancor prima, già con Trump avevano dato “disco verde” e oggi, con Biden, potrebbero mantenersi sempre più o meno su quella linea. Questo perché, dando un sostegno spesso neanche troppo nascosto a gruppi islamo-fondamentalisti e non di rado anche terroristi, Erdogan fa pur sempre da ariete, contribuendo con la sua azione ad erodere certi spazi nell’Asia Centrale su cui poi anche gli occidentali, americani ed europei quando unitariamente quando separatamente, mirano a cose fatte a mettere il proprio cappello.

Erdogan, e non è certo un mistero, ha manifestato fin da subito il proprio interessamento per le sorti dei gruppi fondamentalisti e terroristi che nelle varie regioni dell’Asia Centrale sono entrati in conflitto con le autorità locali, e lo Xinjiang in tal senso è stato fin da subito uno dei primi teatri a cui ha rivolto il proprio sguardo. Lo scorso anno, per esempio, dopo aver sollevato la problematica della repressione dei musulmani uiguri nello Xinjiang con le autorità di Pechino, ha effettuato una sorta di visita-sopralluogo della regione, il cui messaggio politico è abbastanza chiaro: “sono il protettore, il padre morale, di questi gruppi”. E non ci sono dubbi che “questi gruppi” abbiano colto immediatamente il senso di tale messaggio. Del resto, come riportato anche da AGCNews, in precedenza Erdogan aveva tentato di rafforzare la propria immagine e credibilità politica nello Xinjiang proponendosi come mediatore in alcune questioni interne, e per rafforzare questo suo ruolo non aveva esitato ad indossare, oltre a quelli di mediatore, anche i panni d’investitore, “concordando con Pechino un piano d’investimenti nella regione”. L’influenza culturale e quella economica, del resto, si sa che vanno di pari passo e funzionano come humus per una maggiore influenza politica.

Del resto, a questo mondo nessuno è fesso, come recita un noto detto. A Pechino sono sempre stati consapevoli di quali fossero le reali intenzioni di Erdogan e di coloro che, più ad Occidente, con una mano fingono di criticarlo e con l’altra invece lo lasciano fare quasi tifando per lui. Poco dopo quell’intrusione del Sultano nello Xinjiang (il suo scopo, del resto, è quello di stimolare le tensioni per poi giustificare un proprio arrivo nei panni di paciere, e già che c’è magari seminare un po’ di germi del suo vagheggiato impero), infatti, la tensione fra Pechino ed Ankara ha conosciuto un momentaneo rialzo. Già in precedenza, dopo i duri attacchi del ministro degli Esteri turco alla Cina in merito alla questione dello Xinjiang, Pechino aveva temporaneamente sospeso l’attività del suo consolato a Smirne, oltre a raccomandare i propri cittadini in Turchia a prestare maggiore attenzione alla loro stessa sicurezza personale. Ma, sul finire del 2019, dopo la visita di Erdogan nei panni di “uomo di pace”, la Turchia ha comunque dichiarato d’aver concesso 35mila permessi di soggiorno a cittadini uiguri, nel totale di 146mila concessi a cittadini di varie comunità turche e turcofone provenienti da altri paesi. Anche alla luce di questi fatti, e di questa politica dei permessi di soggiorno e degli asili, si possono facilmente comprendere le riluttanze di Erdogan a ratificare la legge sulle estradizioni con la Cina già firmata nel 2017 e poi mai più ratificata da parte turca.

Eppure, come dicevamo, malgrado il “lasciar fare”, da Occidente piovono anche critiche sul Sultano. Gli equilibri su cui giocano la diplomazia e la strategia turche sono in effetti piuttosto complessi, in una vera e propria sospensione fra Oriente ed Occidente, e nel caso degli Uiguri dello Xinjiang soprattutto fra Cina da una parte ed asse Stati Uniti-Unione Europea dall’altra. Le critiche più forti provengono, solitamente, dall’Inghilterra e dai paesi arabi del Golfo, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che indubbiamente vedono nella Turchia una pericolosa rivale non soltanto nell’espansione in Medio Oriente ma anche nelle aree musulmane dell’Africa Orientale, Sudan in primis: un punto di vista che Riyad e Doha condividono quasi in toto con Londra, a cui sono storicamente e politicamente legate per tante e note ragioni. Abbiamo un esempio nel londinese The Telegraph oppure nell’arabo Middle East Eye che all’unisono accusano addirittura la Turchia di collaborare con la Cina nell’individuazione, nell’arresto e nella deportazione di oppositori uiguri e musulmani. Va però anche ricordato che, sulla Somalia e soprattutto sul Sudan dove da non molto è avvenuto un importante cambiamento di regime, la Turchia si trova in diretta rivalità proprio con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, entrambe sostenute da Londra. In particolare la caduta di Omar al-Bashir in Sudan e la sua sostituzione da parte di una giunta militare è stata vista come un grande successo per i sauditi e gli emiratini, perché con Bashir la Turchia aveva stretto una serie di cospicui accordi che minacciavano seriamente gli interessi delle due nazioni arabe affacciate proprio sul Mar Rosso, dove già la Somalia è data quasi “per persa” nelle mani di Ankara. Insomma, è soprattutto quello, per Arabia Saudita ed EAU, il vero pomo della discordia, e le accuse rivolte ad Erdogan sulle sue ambiguità con la Cina in merito alla questione uigura servono proprio per indurlo ad allentare la presa sul Corno d’Africa. Il tempo dirà quale dei due fronti, se quello del Turkestan e dell’Asia Centrale, o quello dell’Africa orientale e settentrionale, vedrà il Sultano più disposto a scendere a compromessi per non ritrovarsi troppa tensione addosso.

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