Come abbiamo anticipato nell’articolo precedente, non è certamente la sola Turchia a fare le fortune del World Uyghur Congress (WUC), in nome dell’astratto ideale del “Panturchismo”, ovvero di un “Grande Turkestan” che spazierebbe dalla Penisola Anatolica fino all’Afghanistan ed oltre. Ed infatti abbiamo pur detto come il principale finanaziatore del WUC sia la NED, la National Endowment for Democracy, agenzia della CIA che sempre in ossequio alla sua agenda anticinese non lesina i propri aiuti economici nemmeno alla causa sempre anticinese dei “Free Tibet” o ai rivoltosi di Hong Kong (come di tante altre “rivoluzioni colorate”), oltre ovviamente alle tante sette religiose nemiche del governo di Pechino attive sia in patria che all’estero (e le più note, Falun Gong e Chiesa di Dio Onnipotente, ovviamente non sono certamente le uniche, pur risultando le più pervasive e pericolose, e soprattutto “ammanicate”).

Ad aver fondato il WUC, il 16 aprile 2004, è stato l’attivista uiguro Erkin Alptekin, figlio di Isa Yusuf Alptekin, padre fondatore della prima Repubblica del Turkestan Orientale (corrispondente all’odierno Xinjiang e non solo) negli anni in cui la Cina, tra le due guerre mondiali, aveva perso molta della sua unità politica, con un continuo imperversare d’ingerenze ed invasioni straniere e Stati più o meno fantoccio che si stabilivano in quelle che in precedenza erano state sue province. Fin da subito, col suo intento di dar voce alla causa del separatismo uiguro, il WUC s’è presentato come una vera e propria “organizzazione ombrello” il cui scopo è di far da piattaforma e rete di contatto per ONG, partiti politici, governi e tutto quel vasto corollario di persone fisiche e giuridiche che hanno a cuore tale “missione”. Ad oggi, come già dicevamo, sono almeno 33 le organizzazioni che ne fanno parte, tra quelle che vi portano denaro e quelle che lo prendono, e che svolgono intense campagne di sensibilizzazione e mobilitazione tanto nei paesi occidentali quanto in quelli mediorientali, asiatici e musulmani.

Il forte sostegno ed interesse che riscuote in certi paesi musulmani o con forti presenze musulmane (si pensi ad esempio all’India, che con la Cina ha da sempre i conti un po’ in sospeso e con la quale ha avuto anche di recente degli scontri militari lungo l’Himalaya) non dovrebbe a tal proposito passar inosservato. Del resto, dato anche il suo status di “organizzazione non governativa” a tutti gli effetti, il WUC non si autofinanzia e men che meno dispone di un proprio bilancio, e pertanto a garantirle sostentamento sono le raccolte di fondi e le donazioni che affluiscono da più parti, spesso e volentieri in maniera nemmeno del tutto chiara e cristallina, come del resto è tipico di molte altre ONG. Queste realtà possono sempre infilare il becco nelle faccende altrui e dare giudizi non richiesti, ma nessuno può permettersi d’intromettersi nelle loro questioni interne ed ancor meno di far loro “i conti in tasca”. Al governo nazionalista indiano, i cui rapporti con Pechino sono sempre più freddi, non ripugna rivolgere al WUC anticinese qualche “sguardo benevolo”.

Quanto invece al denaro che proviene dalla NED (che, come ricorderemo ai nostri lettori, nel solo 2016 era di 1 milione e 284mila dollari), esso viene prevalentemente dirottato per compiti specifici, quali: formazione degli attivisti uiguri nell’ambito della propaganda nei media e nei social, fabbricazione di rapporti volti a sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale ed occidentale in particolare sul tema dei campi di detenzione nello Xinjiang raffigurati alla stregua di veri e propri “campi di concentramento”, ed infine per svolgere attività di pressione e lobbismo nelle principali istituzioni del “mondo euro-americano” (il Congresso degli Stati Uniti ed il Parlamento Europeo in primo luogo, ma anche le Nazioni Unite).

Proprio per questo, dato che alla fine il finanziatore è sempre lo stesso, il WUC collabora attivamente anche con tutti gli altri organismi ugualmente legati in maniera molto stretta al governo americano ed accomunati dalla medesima funzione anticinese: il Tibet Action Institute, che coordina le attività dei “Free Tibet” nel mondo, e ChinAid, che invece coordina a livello mondiale quelle relative ai cristiani in Cina. Non è un caso, infatti, se l’agenda politica di Washington per la delegittimazione internazionale di Pechino si basi proprio su questi tre temi, ovvero il Tibet, lo Xinjiang e i cristiani, a cui da qualche tempo ormai s’aggiunge anche la questione di Hong Kong.

Sotto Trump, come sottolineavamo anche in precedenza, il WUC ha ottenuto una mole d’attenzioni di gran lunga superiore a quella del passato, ma è anche vero che i tempi erano cambiati e che l’arrivo di un nuovo Presidente alla Casa Bianca (Biden, “teleguidato” dalla vice Kamala Harris) difficilmente potrà sortire chissà quali particolari inversioni di tendenza. Comunque, nel 2019, ancora in piena Amministrazione Trump, il WUC è stato insignito negli USA del prestigioso premio “Democracy Award”, una sorta di Premio Nobel per le ONG che si dimostrano particolarmente zelanti nell’infastidire tutti quei governi che chissà perché, per una ragione o per l’altra, alla politica di Washington non risultato mai del tutto “congeniali”. In quell’occasione Dolkun Isa, l’attuale presidente del WUC, s’è appellato per inasprire ulteriormente le sanzioni contro la Cina mirando in particolare a quei funzionari del PCC che s’occupano delle tematiche relative allo Xinjiang.

Non ci deve dunque meravigliare se, mentre il WUC diventa sempre più potente negli Stati Uniti, in Cina viene invece ormai visto alla pari di un’organizzazione terroristica: lo è infatti, e a tutti gli effetti. La mole di “fake news” che produce, poi, non sembra impensierire l’Unione Europea che invece, almeno a parole, sul tema delle “fake news” o “bufale” che dir si voglia si dichiara sempre così attenta e solerte (al punto da aver nominato un’apposita commissione formata da “esperti” che però, per ironia della sorte, risultano essere proprio fra i più noti che alle “bufale” ci credono e le ripetono a pappagallo ad ogni occasione che si presenti loro d’apparire in televisione). Ma questa mole di “fake news” è, insieme allo stretto e rivendicato collegamento coi separatisti attivi nello Xinjiang e nell’Asia Centrale, tra i motivi che legittimamente inducono Pechino a giudicare il WUC come una realtà sovversiva e terrorista.

Se vogliamo una prova delle “fake news” del WUC, fra le tante che si potrebbero citare, si pensi alla conferenza che proprio il WUC ha tenuto esattamente un anno fa, nel febbraio 2020, alla 43esima Sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, dove ha esposto foto di accademici cinesi e dello Xinjiang a suo dire scomparsi nei “campi di detenzione”: pochi giorni dopo un’inchiesta di “The Global Times” dimostrò, però, che era tutta una bufala, tanto che proprio quegli stessi accademici, ben lontani dall’essere scomparsi, intrapresero subito azioni legali contro l’organizzazione.

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