Il G20 di Hangzhou è probabilmente destinato a lasciare un’impronta nella storia dei grandi vertici internazionali, non fosse altro perché in tale occasione sono stati affermati dei principi nuovi, capaci d’influenzare gli equilibri politici futuri. Si pensi, per esempio, alla ratifica dell’accordo di Parigi sulle emissioni da parte di Cina e Stati Uniti, dove addirittura la prima ha preceduto i secondi. Il che è del tutto coerente con la natura di una nazione, la Cina, che nel giro di un anno è divenuta la più importante produttrice d’energia da fonti verdi, compiendo al contempo drastici progressi in merito alla riduzione del consumo di combustibili fossili, carbone in primis. È ormai di pubblico dominio: i colossi del carbone, in Cina, sono in forte contrazione e vedono i loro profitti precipitare di mese in mese. La Cina ha accettato questo drastico aspetto economico pur di salvaguardare l’ambiente, ben sapendo che tale scelta avrebbe avuto nel lungo termine anche un’importante ricompensa in materia d’economia. La tanto decantata “green economy”, grande illusione e chimera in Occidente, pare dunque che sia divenuta realtà proprio all’ombra della Grande Muraglia.

L’incontro di Hangzhou è stato importante perché ha permesso, seppur parzialmente, una ricucitura anche di rapporti internazionali che parevano ormai compressi, in merito perlomeno ad alcuni paesi. C’è stata la gelida stretta di mano fra Obama e Putin, gelida ma comunque di fatto avvenuta, e che ha costretto i due leader a scambiarsi se non altro dei punti di vista che altrimenti non si sarebbero mai scambiati. C’è stato il confronto fra Xi Jinping e gli altri leader convenuti all’incontro, e qui si potrebbero davvero annoverare numerosi episodi d’assoluta importanza. Con Abe, il primo ministro giapponese, c’è stato l’auspicio di un miglioramento sostanziale e generale dei rapporti fra Pechino e Tokyo, ed un appello per la pace e la stabilità nella penisola di Corea. Xi Jinping ha fatto capire ad Abe, sostenitore dei toni duri nei confronti di Pyongyang, che soltanto il dialogo e la mediazione possono risolvere le problematiche relative alle due Coree, contrariamente alla “legge del bastone” impersonata dal THAAD, il sistema missilistico statunitense dislocato a Seul.

Coi paesi dell’Indocina, rappresentati soprattutto dal Laos, c’è stata la riaffermazione della volontà cinese di costruire una comunità dai medesimi destini. Lo stesso concetto è stato espresso anche con tutti i paesi del Sud Est Asiatico più importanti come l’Indonesia o Singapore. Con la Russia la Cina ha riaffermato il proprio partenariato d’alto livello, sostenuto dall’appoggio di Mosca sul caso del Mar Cinese Meridionale e dalla totale identità di vedute da ambo le parti sulla Siria, che ha messo in palese difficoltà Obama. Anche coi paesi africani, rappresentati dal Sudafrica, dal Senegal e dal Ciad, è stata ribadita la volontà di portare avanti un partenariato d’alto livello.

Xi Jinping ha ribadito la necessità che i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) portino avanti il loro sodalizio e lo rafforzino, facendosi sentire sempre di più a livello internazionale. In generale, al G20 Xi Jinping ha proposto “Quattro Principi” (riforme strutturali, innovazione, linee guida globali per gli investimenti e il commercio ed inclusione) e “Quattro Passi Futuri” (il ruolo e gli obiettivi del G20, la pratica, la funzionalità e la necessità di coinvolgere l’Africa al momento non ancora rappresentata pienamente nel G20).

Sul discorso riguardante una nuova finanza, Xi Jinping s’è rivolto in particolare all’Unione Europea che nega alla Cina il riconoscimento dello status d’economia di mercato. La Cina mira ad incarnare non soltanto un’economia di mercato, ma anche e soprattutto un’economia etica: un concetto assai diverso da quello impersonato dalle economie europea e statunitense, che invece hanno partorito la globalizzazione santificata dai vertici (concorrenti al G20) del G7. Come paese che ha fatto in parte ma non totalmente le spese della globalizzazione esattamente come in passato era stato per il colonialismo, la Cina si pone oggi alla testa delle nazioni che invece ne sono state completamente vittime e s’appella per un loro riscatto e per una nuova politica internazionale, anche economica, che dia a tutti pari dignità.

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