Ancora poche ore e poi si saprà se tra le stanze di quello che gli adepti del Grande Oriente d’Italia chiamavano “Vaticano verde”, sarà stato chiuso il cerchio della nascita del nuovo Governo italiano.

Per ora, a giudicare dalle dichiarazioni sibilline dei capi delegazione, Palazzo Giustiniani e Palazzo Chigi appaiono ancora troppo distanti.

Il giochino dei veti e dei divieti è in pieno svolgimento, ma le tattiche dilatorie premieranno i “giocatori” solo fino ad un certo punto. Poi verrà il momento della responsabilità e della coerenza rispetto a quanto detto, ridetto e stradetto. Fuori dai “palazzi” c’è un “paese reale” che ha votato (con una pessima legge elettorale) per cambiare, non per penare, aspettare o, peggio ancora, dover sperare di rivotare. Questo le forze politiche premiate maggiormente dal voto popolare (Movimento Cinque Stelle in primis), dovrebbero tenerlo ben presente.

Con la scomparsa dei partiti tradizionali e della militanza politicamente strutturata, il voto è diventato sempre più “volatile”. Può essere come una coccinella portafortuna ma anche come il temibile cetriolo incubo dell’ortolano. Il confine tra il lieto fine e il disastro, spesso, è molto sottile.

Mentre i “litiganti” cinguettano, 166 vertenze giacciono sul tavolo del MISE in attesa di un ministro di un governo pienamente operativo che si dia da fare per scongiurare una nuova ondata di licenziamenti da Nord a Sud. Federcontribuenti ha fornito una prima angosciante stima: 200mila nuovi disoccupati all’orizzonte.

La bomba che sta per deflagrare è quella dei cosiddetti mega-store, le cui cause di crisi e chiusura sono del 61% interne e del 39% di mercato. Senza trascurare, naturalmente, il devastante impatto dell’e-commerce, un Far West in cui le normative languono e i maestri dell’evasione IVA accumulano profitti su profitti a danno degli esercizi commerciali fisici.

L’aver consentito ai grandi gruppi, soprattutto stranieri, di “colonizzare” le aree commerciali, devastando il tessuto connettivo formato da migliaia di attività locali, è stata una grave colpa della politica italiana dell’ultimo ventennio.

Non far nulla per arginare la crisi occupazionale in atto e l’aggressione dei pescecani dell’online, potrebbe essere la grave macchia delle forze politiche “di opposizione” in corsa per governare adesso.

Il tasso di disoccupazione rilevato a febbraio dall’Istat, è  del 10,9%. Peggio di noi, in Europa, fanno solo Grecia e Spagna, con un tasso di disoccupazione rispettivamente del 20,9% e del 16,3%.

L’Italia ha bisogno di un governo in carne ed ossa in grado di affrontare le tante vertenze lasciate in eredità dall’infausto triplete piddino. I sogni ad occhi aperti di chi continua a tirare la corda immaginando “plebisciti” che non sono arrivati oggi e non arriveranno domani, sono durati già troppo.

Prendere ad esempio le situazioni patologiche di Spagna e Belgio per indorare la pillola, è intellettualmente disonesto e politicamente miserabile.

L’Ue non chiede nulla di meglio di un “governissimo” a cui consegnare il solito spartito. Chi vuole difendere l’Italia dagli artigli degli eurocrati e dai tentacoli degli speculatori finanziari, lo dimostri con atti e fatti chiari e limpidi. In caso contrario, si rassegni ad occupare il suo posto nel grande album dei figuranti, la vera sciagura di questo Paese, molto più dei vitalizi e degli scontrini ribassati.

 

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