L’intervento militare russo in Siria nell’ottobre 2015, a sostegno del legittimo governo del presidente Assad nella guerra contro i gruppi armati finanziati dall’Occidente, è stato salutato da molti come la prova di fatto della transizione, anche sui campi di battaglia, della Russia post-sovietica da un ripiegamento di necessità (superamento dei tragici anni ’90, lenta riduzione del gap militare col Blocco americano, rilancio economico) a un ritrovato protagonismo da potenza globale. Una comprensibile esagerazione, se pensiamo che l’impiego di truppe oltre i confini dell’ex-Urss non aveva luogo dalla fine degli anni Settanta in Afghanistan.

Vent’anni di acquiescenza

In effetti, se volessimo tracciare una breve cronologia dei successi strategici russi dopo la disintegrazione dello Stato sovietico, il vero mutare di marea porta la data dell’agosto 2008, quando reparti della Federazione entrarono in azione per frenare l’aggressione georgiana all’Ossezia del Sud. Questo intervento diretto dell’esercito al di fuori dei confini russi è stato comunque il primo dopo quasi un ventennio di riflusso, il periodo di tempo (1988-2008) che separa il ritiro dell’Armata Rossa proprio dall’Afghanistan dalla cinque giorni di guerra russo-georgiana.

A seguito di diversi anni, i primi della presidenza Putin, di meditata acquiescenza nei confronti dell’Occidente (inazione sostanziale durante le rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan) e costante rafforzamento della posizione internazionale del Paese, nel riaccordamento della cooperazione economica con l’UE e di quella diplomatica con gli Stati Uniti (mossa strategica di appoggio indiretto alla guerra americana in Iraq nel 2003 in contrasto con la riluttanza di Francia e Germania), il flusso degli eventi subisce una prima inversione. Il governo russo si riorienta in merito al gioco delle influenze in quello che i russi chiamano “Estero Vicino” (grosso modo la cintura territoriale degli stati loro confinanti in Europa e nell’Asia centrale), critica la politica statunitense degli scudi missilistici e ridiscute gli accordi di collaborazione militare con gli occidentali.

La Crisi georgiana del 2008 e il cambio di rotta

Sui libri di storia il vero indizio di una sterzata a livello di principi sarà il discorso di Monaco tenuto da Putin nel 2007 quando, senza giri di parole, affermò che gli USA erano impegnati nella costruzione di un mondo unipolare nel quale gli Stati Uniti avrebbero occupato il ruolo di sola superpotenza con tutti gli altri in subordine. Dall’agosto del 2008, al culmine di molteplici ingerenze americane per destabilizzare i rapporti fra Mosca e Tbilisi, la Russia ha cominciato a ribattere colpo su colpo, e sostanzialmente non ha mutato attitudine da allora, entrando così in una fase storica nuova e pericolosa.

Guardiamo, per esempio, alla dottrina militare russa del 2010, che rispecchia i punti chiave del discorso di Monaco: l’individuazione netta della NATO come fattore di minaccia per la Russia, il richiamo a un ordine multipolare come elemento di stabilità globale, il rifiuto della militarizzazione dello spazio e dell’alterazione degli equilibri della deterrenza nucleare come emanazioni della volontà dominatrice di Washington. La revisione di questa dottrina nel 2014 descriverà inoltre come del conflitto contemporaneo facciano parte la guerra dell’informazione e altri momenti di scontro non militare (rivoluzioni colorate, soft war) e di come la Russia sia pronta a operazioni di contrasto a ogni livello. In sostanza, si tratta di una dottrina strategica di carattere difensivo, ma è pure una risposta alla pericolosità dell’avventurismo yankee nel Grande Medio Oriente (così i think-tank statunitensi definiscono la fascia dal Marocco all’Asia Centrale) – la geopolitica del caos – dell’ultimo tempo. Primavere arabe, eterodirezione del jihadismo da Tunisi al Caucaso, guerra di annichilimento in Siria, golpe per procura in Ucraina, sanzioni e info war….le sfide che la Russia si è trovata a gestire da quell’estate georgiana sono molteplici, ma soprattutto inedite e simultanee.

Ora, come insegna la storia dei conflitti, quel contendente che deve ribaltare uno svantaggio (militare, tecnico, mediatico) rispetto al suo avversario deve far ricorso “più alla forza della ragione, che alla ragione della forza”, intendendo qui ‘ragione’ come capacità analitica di ‘collegare i fatti’, ‘interpretarli’, e farà uso di altri canali rispetto al ricorso alle armi, e non sempre in alternativa ad esse. In questo senso, i grandi successi strategici russi sono maturati proprio nel rifiuto della guerra frontale, simmetrica.

2012, l’aggravarsi della guerra in Siria ricalca le tappe della fine del governo Gheddafi nel 2011: catastrofe umanitaria, accuse di violazioni dei diritti umani al governo in carica, tamburi di sdegno mediatici, proposte di no-fly zone e intervento (dis)solutore dell’Occidente. La macchina da guerra Usa viene inceppata dalla abilità russa, che prima fa dispiegare unità navali di combattimento nelle acque siriane accanto alla flotta NATO, poi si oppone insieme alla Cina alle risoluzioni dell’Onu e infine disinnesca la minaccia di un’invasione della Siria convincendo la dirigenza di Damasco della necessità dello smantellamento del proprio arsenale chimico, al centro delle accuse propagandistiche occidentali di massacri dei civili. Il Cremlino, che durante la presidenza Medvedev non aveva saputo opporsi alla distruzione dello Stato libico, riesce a fermare l’ingranaggio dell’aggressione imperialista alla Siria proprio all’apice della crisi. Come si può notare, è stata una combinazione di tattica (la ‘fog of war’ della flotta russa nel Mediterraneo, ovvero la sorpresa del nemico – la flotta atlantica – per una manovra imprevista) e diplomazia, e non un confronto aperto, a sbrogliare una situazione complicata.

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