russia, arabia saudita

L’accordo di fine giugno sul decremento dei tagli alla produzione di petrolio, raggiunto all’unanimità e senza veti da parte di tutti i Paesi esportatori di oro nero, ha confermato lo slittamento del centro decisionale dall’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) alla sostanziale diarchia Russia – Arabia Saudita, capace di vincere le rimostranze e le contestazioni di membri importanti come Iran, Iraq e Venezuela, i quali avrebbero preferito mantenere invariato l’attuale livello di produzione.

Analizzato alla luce dell’ultimo vertice del G7, risoltosi in un nulla di fatto, in particolare riguardo le controversie relative agli squilibri del commercio internazionale tra Stati Uniti ed Unione Europea, legate all’enorme surplus delle partite correnti della Germania, l’accordo sul petrolio conferma l’accresciuta influenza di Mosca sullo scacchiere internazionale, in particolare nell’area chiave del vicino oriente, oltre alla perdita di rilevanza e di autoreferenzialità dell’Occidente a guida statunitense.

Quello del 2018 potrebbe essere addirittura l’ultimo summit del G7: per il Paese guidato da Donald Trump, infatti, far valere decisioni influenti sull’ordine mondiale senza il consenso, e nemmeno il parere, di attori del calibro di Russia, formalmente invitata Trump a prendere parte ad un rinnovato G8, Cina e India, è di fatto impossibile e non è pertanto escluso il forfait degli Stati Uniti al prossimo vertice, essendo probabilmente più propensi a partecipare ad un incontro a tre con Russia e Cina, una sorta di “formato Yalta del XXI secolo”.

Lo slittamento verso un nuovo ordine mondiale multipolare prosegue quindi senza indugi e passa necessariamente attraverso lo scardinamento del petrodollaro, ovvero il dispositivo finanziario in base al quale, nei mercati internazionali, la compravendita di oro nero avviene quasi esclusivamente in dollari, il che garantisce al biglietto verde il ruolo di principale valuta di riserva mondiale e serve a sostenerne il cambio in presenza di un saldo negativo della bilancia commerciale, ossia a finanziare l’esorbitante deficit estero degli Stati Uniti.

L’intervento russo in Siria, nel quale per la prima volta dalla fine della guerra fredda un Paese diverso dagli Stati Uniti ha proiettato la sua forza militare all’estero, a centinaia di chilometri dai propri confini, senza coordinarsi né consultarsi con Washington, e la promozione degli accordi di Astana con Iran e Turchia, appaiono quindi finalizzati ad accrescere l’influenza geopolitica di Mosca in tutto il vicino oriente, mentre la politica estera degli Stati Uniti in questa regione così decisiva volge al disimpegno.

Infatti, più che tra Europa e Asia, per la Russia ha più senso considerare la divisione della sconfinata massa continentale eurasiatica in regioni di produzione ed esportazione di materie prime, principalmente petrolio e gas, e regioni di importazione delle stesse. Le prime corrispondono a tre aree: la Russia, in particolare Siberia e Mar Glaciale Artico, la regione del Mar Caspio ed il vicino oriente, alle quali andrebbe aggiunta anche l’Africa mediterranea, soprattutto Libia e Algeria; le seconde sono individuate in Europa occidentale e penisola anatolica ad occidente ed in tutto il settore Asia-Pacifico ad oriente, dal Pakistan al Giappone, dalla Mongolia alla Nuova Guinea.

Le tre regioni di produzione godono di una strategica continuità territoriale che favorirebbe la Russia nel pieno controllo militare delle stesse, mentre le due regioni di consumo sono separate tra di loro; per la Russia vendere materie prime a Paesi appartenenti a questa o quella regione di consumo è indifferente, anche se non vanno sottovalutati i rapporti di forza economici decisamente favorevoli alla Cina, la quale ha un Pil pari a otto volte quello russo.

Pertanto, mentre in Europa occidentale nessuno Stato, neanche la Germania, è in grado di egemonizzare l’intero continente, ad oriente la Cina ha le potenzialità per dominare l’intero settore Asia-Pacifico e proiettare la sua influenza geopolitica anche nell’estremo oriente russo ed in Siberia. Per scongiurare questa eventualità è probabile che la Russia proceda a più alti livelli nell’integrazione commerciale, finanziaria ed anche militare con gli altri due giganti asiatici, India e Giappone, anch’essi interessati alla costruzione di un sistema di alleanze interno al continente eurasiatico che funga da contrappeso allo strapotere cinese.

Daniele De Quarto

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