Ancora pochi giorni, i prossimi, per scrivere una pagina importante di Storia e sei mesi, gli scorsi, per fracassare quotidianamente teoremi e congetture di sinistrati e destrorsi, di grido o di risulta, di casa nostra. I 9.808.760 greci aventi diritto al voto, domenica non dovranno dire “Sì” o “No” solo alle proposte dei creditori dell’eurozona per “salvare” il paese ma anche all’Europa delle banche e del finanziarismo, all’austerità, alla Nato ed alla sua rete di supporto.

Dopo una settimana passata ad “elemosinare” non più di 60 euro al giorno dai bancomat, gli elettori ellenici avranno l’occasione di poter disporre di una ricchezza sconosciuta a noi italiani: quella di poter dare un calcio nel sedere agli eurocrati e far sprofondare in un incubo gli eurocretini. All’esito del referendum greco, non sono legate solo le sorti del governo Tsipras ma anche quelle di altri governi europei. La posta in palio, infatti, che lo si neghi spudoratamente o no, è molto, molto più alta: l’esperimento referendario greco sconfessa il dogma dell’impossibilità di spezzare le sbarre della prigione “dorata” di Bruxelles, una volta al suo interno.

“La battaglia in condizioni di asfissia economica mai vista”, a cui ha fatto riferimento Alexis Tsipras nel suo appello al popolo greco, potrebbe essere un esempio contagioso. Lo sa bene Angela Merkel che sul suo pizzino ha scritto un inequivocabile “nessun negoziato sui nuovi aiuti prima del referendum in Grecia”. Quel che da che mondo è mondo, dicesi volgare ricatto. Ancora più esplicito è stato il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble che, parlando alla Camera Bassa di Berlino, ha accusato il governo greco di aver “solo invertito le misure”, tirandosi indietro rispetto agli impegni del precedente governo. “Ha negoziato e negoziato. Non sappiamo se il governo greco terrà un referendum o meno, se è per il sì o per il no. In tutta onestà non potete aspettarvi che iniziamo a discutere con loro in una simile situazione”, ha rincarato la dose Schaeuble.

La strategia anti Tsipras, procede lungo un doppio binario: quello delle minacce e quello della demolizione del clima di fiducia che si è creato non solo intorno a lui ma all’intera sua squadra di governo. Il Financial Times online, in tal senso, si sta muovendo molto, come dimostra la pubblicazione della lettera inviata dal premier greco ai “creditori”, con cui Atene sostanzialmente accetterebbe l’intero impianto di riforma dell’Iva fatto salvo uno sconto del 30% per le isole greche e la riforma delle pensioni, salvo far slittare a ottobre, anziché subito, la data di partenza dell’innalzamento progressivo dell’età pensionabile, prevista a 67 anni entro il 2022.

Dalla mezzanotte di martedì 30 giugno, cosa ormai nota anche alle pietre, la Grecia è in default nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, essendo scaduto il termine per il rimborso degli 1,6 miliardi “dovuti” al FMI e “potrà ricevere un finanziamento solo quando avrà regolato gli arretrati”, come ha dichiarato Gerry Rice, direttore della comunicazione del Fondo. Il mancato pagamento della rata, sancisce l’ingresso del paese in una lista nera di cui fanno parte Sudan, Zimbabwe e Somalia, paesi che non sono riusciti a rimborsare il Fondo monetario internazionale.

Christine Lagarde, direttore operativo della cupola del credito a strozzo, potrebbe ora percorrere due strade: indirizzare un avvertimento ufficiale al governo di Atene, con tanto di congelamento di ulteriori prestiti e proroga del pagamento di qelli pregressi, oppure avviare la procedura di espulsione della Grecia dal FMI che, in ogni caso, non sarebbe effettiva prima di un anno e rappresenterebbe una crepa nel fronte Occidentale mentre Cina e Russia stanno aggregando paesi ed economie di rilievo intorno ad organismi quali la Banca per lo Sviluppo (NDB) dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

La Trojka FMI-BCE-UE ha strumenti di ricatto importanti a sua disposizione ma a prezzo politico salatissimo. Anche il deriso ritorno alla dracma, dopo l’iniziale difficoltà, renderebbe la Grecia molto attraente agli occhi degli investitori e garantirebbe il boom di una delle più grandi “aziende” del paese: quella del turismo.

Nemici e falsi amici di Tsipras, hanno un comune difetto, quello di concentrarsi maniacalmente su di lui, trascurando tre pezzi da novanta della sua squadra di governo: Yanis Varoufakis, il ministro delle Finanze greco, il professor Nikos Kotzias, ministro degli Esteri, “multipolarista” convinto ed ammiratore dei BRICS ed il filo-russo Panos Kammenos, ministro della Difesa.

Sintetizzando brutalmente passaggi e prospettive, è vero che la Grecia potrebbe essere buttata fuori dal FMI e dall’euro ma è altrettanto vero che con un suo avvicinamento non solo tattico ma a quel punto obbligato ai BRICS, potrebbe esserci l’uscita del paese dall’orbita NATO e questo agli States, principali azionisti del Fondo Monetario Internazionale, provoca ben più di qualche semplice brutto pensiero…

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