L’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori prevedeva espressamente il divieto dell’uso di “impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori”. La norma poteva essere derogata solo previo accordo sindacale o su autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro. La ratio di tale normativa è evidente: la tutela della dignità del lavoratore. Infatti dietro la scusa della necessità di utilizzare strumenti audiovisivi, il datore di lavoro può tranquillamente sottoporre il dipendente ad una evidente forma di ricatto: o lavori coi ritmi che io ti voglio imporre oppure quella è la porta. In altre parole, un bel passo avanti nella creazione di una moderna civiltà del lavoro. Peccato che adesso, in piena postmodernità, si stia velocemente tornando indietro alle condizioni schiavistiche dell’Ottocento. Tutto questo, ironia della sorte, con la piena complicità di un governo che si autodefinisce di sinistra. In altre parole, cornuti e mazziati.

Il Jobs Act, una delle “mirabolanti” riforme dell’esecutivo Renzi, ha infatti stabilito che “l’accordo sindacale o l’autorizzazione ministeriale non sono necessari per l’assegnazione degli strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa, pur se dagli stessi derivi anche la possibilità di un controllo a distanza del lavoratore”. Ovviamente si sono già alzate le prime voci critiche per questa scelta. Così, ad esempio, si è espresso Antonello Soro, il garante della privacy, nella sua relazione annuale: “Nei rapporti di lavoro il crescente ricorso alle tecnologie nell’organizzazione aziendale, i diffusi sistemi di geolocalizzazione e telecamere intelligenti hanno sfumato la linea – un tempo netta – tra vita privata e lavorativa. È auspicabile che il decreto legislativo all’esame delle Camere sappia ordinare i cambiamenti resi possibili dalle innovazioni in una cornice di garanzie che impediscano forme ingiustificate e invasive di controllo, nel rispetto della delega e dei vincoli della legislazione europea”. Dura condanna anche dal mondo sindacale, in primis la Cgil: “Il governo ha scelto da che parte stare: non serve più l’accordo sindacale per controllare i lavoratori e si cancellano i limiti previsti dalla legge 300. Il Grande Fratello è niente in confronto a quanto previsto da questo provvedimento”.

Al di là delle giuste critiche al modello neoschiavista, proviamo a fare un passo indietro. Per quale motivo nell’intero Occidente i lavoratori stanno subendo una dura riduzione dei propri diritti? Ci dicono che i motivi sono diversi: la crisi economica, le richieste dell’Europa, la necessità di creare un nuovo modello di Stato sociale. Eppure nessuno ha il coraggio di dire la verità fino in fondo. Oggi il capitalismo fa la voce grossa perché non ha più oppositori. Quando il Pci, pur con tutti i suoi limiti, rappresentava una delle maggiori forze politiche nazionali, nessuno si sarebbe mai sognato di proporre una limitazione dei diritti dei lavoratori. Ma ormai la sinistra non esiste più e questi sono i risultati.

Da una parte i post-comunisti che, a forza di apparire liberali e di scavalcare a destra le forze conservatrici, sono schiavi del neodemocristiano Renzi. Dall’altra la sinistra radicale, divisa tra chi continua con le nostalgie novecentesche fuori tempo massimo e chi, come Sel, si occupa unicamente della tutela dei diritti individuali, dimenticando completamente quelli sociali. Prospettive per il futuro sono negative. Paradossalmente in un’epoca come la nostra dove sarebbe necessaria una sana politica socialista, quest’ultimo termine è stato definitivamente gettato nel cestino. A questo punto c’è solo una via d’uscita. Creare un socialismo del XXI secolo con nuove forme e nuovi slogan, capace di attirare chiunque, si trovi oggi a destra o sinistra, voglia ancora coltivare il sogno del superamento del capitalismo. Impresa titanica? Può essere ma, come diceva Guglielmo d’Orange, “Là dove c’è una volontà, c’è anche una via”.

Alessandro Cavallini

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Nato a Verona nel 1977, laurea in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Verona, esperto nel campo dell'immigrazione e in materia di lavoro e relazioni sindacali.