massacro di Nanchino

La data, forse perché fa rabbrividire, non è ancora ben impressa nella mente di tutti. È il 13 dicembre 1937. Il mondo era praticamente a un passo dal Secondo conflitto, visto che la Germania hitleriana stava già sconquassando mezza Europa, nascondendosi dietro il dito di voler riprendere soltanto i suoi antichi confini.

Dall’altra parte del globo, però, a migliaia di chilometri di distanza, un conflitto era già ufficialmente iniziato. Certo, era già in corso da anni, ma in quella data, in quell’anno, è accaduto qualcosa di atroce. Vile. Disumano. Un vero e proprio olocausto dimenticato, e non è una esagerazione. Dai giapponesi verso i cinesi.

No, non è un errore. Già, perché prima della pazzia nazista contro gli Ebrei, un’altra pagina vergognosa della storia dell’umanità era stata scritta. La più brutta di un conflitto andato avanti per decenni, ma che ha avuto il punto più crudele a un alito dalla Seconda guerra mondiale.

Ripassiamola la storia, allora. Alla fine degli anni ’30 il continente asiatico è soggetto al vorace e verace espansionismo dell’impero giapponese, e nell’estate 1937 la seconda guerra sino-giapponese è la conseguenza diretta dell’occupazione della Manciura da parte dei nipponici.

La Repubblica di Cina, sia pur meno preparata militarmente e tecnologicamente, ha tentato e realizzato una eroica resistenza lunga tre mesi, ma poi ha dovuto capitolare quando i nemici sono arrivati a Nenchino, all’epoca capitale cinese. È il 13 dicembre. Dopo giorni e giorni di assedio, la città simbolo dell’attuale prima potenza commerciale al mondo è caduta. La popolazione conta già migliaia di morti, ma il brutto deve ancora venire perché il Giappone, che già aveva fatto sapere di ignorare le convenzioni internazionali ratificate a Ginevra – quelle che proteggevano lo status di prigioniero di guerra – dopo aver fatto strage dei soldati cinesi -, hanno allargato la loro ferocia anche ai civili, incluso donne, anziani e bambini per tutta la durata dell’occupazione della città.

La mattanza ha inizio. Il massacro di Nanchino con lui. E l’Olocausto d’Oriente, pure. Che avrebbe causato un numero di morti che oscillerebbe tra i 14 e i 20 milioni, nella sola Cina. Briciole rispetto ai tedeschi. E anche le modalità sono state davvero brutali, come è stato accertato qualche anno dopo: ragazze autoctone stuprate 37 volte, e bambine di undici anni abusate per diversi giorni. Gli stupri avvenivano spesso pubblicamente e alla presenza dei loro familiari per poi essere uccise attraverso la feroce pratica dell’impalazione. Gli uomini, sospettati di essere soldati cinesi disertori, venivano evirati prima di essere uccisi. Le teste invece venivano impalate come trofei.

E, come se non bastasse, nel corso delle varie razzie, ci sono stati anche migliaia di casi in cui le donne incinte venivano metodicamente trafitte con le baionette. Il Tribunale militare internazionale per l’Estremo Oriente ha calcolato che sono state stuprate circa 20mila donne. I bambini di giovane età erano sottoposti a mutilazioni e violenze che culminavano nella morte.

E poi: versare acido sui prigionieri, cannibalismo, decapitazioni, infanticidi, famiglie costrette all’incesto e alla necrofilia, sepolte con il busto fuori per essere bruciate vive o attaccate dai cani. E si faceva persino a gara, in quanto chi più rapidamente avesse ucciso 100 cinesi sarebbe stato ricompensato militarmente. Molti cadaveri, dei militari come dei civili, sono stati spesso decapitati dagli ufficiali nipponici per poi essere occultati nelle fiume Azzurro (Yangtze) o bruciati. Il concetto è uno, allora. Ciò che si è consumato nella città occupata però, sotto gli ordini del Principe Asaka e dei suoi ufficiali di più alto rango, sarà un massacro senza precedenti contro la popolazione civile cinese.

Per più di qualche anno, questo Olocausto è stato ignorato da tutti, “complice” anche lo scoppio del conflitto mondiale. Soltanto dopo il 1945, e in primis negli Stati Uniti, ci si è accorti che in quella parte di mondo qualcosa era successa. Ma, nonostante le numerose testimonianze dei giornali, televisioni, orali e fotografiche un processo ad hoc, molte personalità di spicco delle élite nipponica hanno declassato questo eccidio a “incidente”, catalogandolo come un evento su scala limitata enfatizzato dalla stampa occidentale. Solo a partire dagli anni ’80, le prime testimonianze hanno aperto la strada all’ammissione di colpa, ma soltanto nel 1995, anche grazie a un documentario prodotto dalla stessa Cina sulle sole vittime di Nanchino – numero ancora incerto, tra l’altro, anche se si fa riferimento a 500mila persone – il Giappone si è scusato formalmente ma non in forma scritta con la Cina per i crimini perpetrati dal proprio esercito.

Del massacro, inoltre, sono stati scritti libri e girati diversi film. Uno dei più significativi è proprio del 1995 ed è “Black Sun – The Nanking Massacre”

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