vittorio emanuele III

Quel terribile boato, quasi 91 anni fa, non lo hanno ancora dimenticato a Milano. Nonostante, ma questo fa parte dell’ordinario nello Stivale, le indagini e le inchieste non abbiano portato a nessun nome e cognome. E come potevano se svolte con grande pressapochismo e celerità?

Il calendario ci riporta alla data del 12 aprile 1928. La storia ci ricorda che l’Italia era da quasi sei anni nelle mani del Partito nazionale fascista e di Benito Mussolini, e da tre nel pieno di quelle leggi fascistissime che l’ex socialista stava portando avanti nel suo regime totalitario.

Siamo a Milano, città un po’ complicata per il Duce. All’ombra della Madonnina, infatti, vi era una radicata presenza di forze antifasciste e anarchiche, oltre che gravi tensioni intestine nello stesso partito mussoliniano. Turbolenze a causa della faida interna che si stava consumando tra due potentissime eminenze nere: il segretario della sezione locale Mario Giampaoli e Roberto Farinacci. Due figure sanguigne e invise ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce.

Non erano neanche le 10 di mattina, e accade un grave fatto di cronaca. Un botto impressionante si verifica a due passi dalla Fiera campionaria meneghina, che quel giorno inaugurava la nona edizione, guarda caso a dieci anni dalla fine della Prima guerra mondiale. Cosa succede? Una bomba a tempo era stata piazzata nel basamento in ghisa di un lampione, e all’improvviso deflagra in mezzo a non poche persone. Il bilancio finale sarà di 20 morti e tantissimi feriti.

Tutto casuale? In realtà non proprio, perché subito si pensò alla cosa più ovvia e quindi più veritiera. Quell’ordigno voleva colpire non un uomo qualunque, bensì Vittorio Emanuele III, il re d’Italia, atteso per quell’ora alla Campionaria. La cronaca di quel tempo ci dice anche che il fattaccio lasciò basito lo stesso Mussolini, che ha fatto partire immediatamente le indagini con tanto di Tribunale speciale fatto preparare dall’Ovra. Ci sono stati oltre 500 arresti, tra cui anche Ignazio Silone, ma sarà tutto tempo perso, non saranno mai individuati i responsabili della strage, indicati dagli inquirenti fascisti come probabili esponenti delle frange anarchiche o in qualche comunista fuoriuscito in Svizzera e Francia.

E, in quel clima davvero pesante, sempre quel 12 aprile accade un altro grave fattaccio di cronaca nerissima. Alla caserma di via Mario Pagano, proprio vicino alla fiera, tre fascisti perdono la vita in seguito a un “incidente”. A un colpo partito per “puro caso”.

Anche in questo caso, questi cadaveri sono senza carnefici…

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