Il Senato ha dato il via libera al ddl Boschi. L’ok di Palazzo Madama al pacchetto renziano di riforme costituzionali, è arrivato con 179 sì, 16 voti contrari e 7 astenuti.

A quota 179 voti, si è arrivati sommando i 173 previsti della maggioranza (112 del Pd perché Grasso non vota; 17 del gruppo Autonomie; 35 di Ncd, 3 di Gal e 6 del Misto) meno i 3 di Ncd che non hanno votato (Compagna, Azzollini, Giovanardi), 2 del Pd che hanno votato contro (Tocci e Mineo), 2 che si sono astenuti (Casson e Tronti) e 2 del Misto che non hanno votato (Monti e Maurizio Rossi di Liguria Civica). Per un totale di 164. A questi si sono aggiunti i 13 di Verdini (e siamo a 177) e i due di FI (Bocca e Villari).

Il testo ora passa alla Camera per la quarta lettura: di fatto poco più che una semplice formalità, considerati i numeri della maggioranza. Poi ci sarà il referendum ad ottobre 2016. Le riforme, fortemente volute da Giorgio Napolitano, e partite con i 35 saggi di Enrico Letta, sono andate in porto con i voti decisivi del neo padre costituente Verdini e dei suoi, riuniti nel gruppo denominato “Alleanza liberalpopolare-autonomie” (Ala).

Le opposizioni hanno invece abbandonato l’Aula: i grillini sventolando la tessera parlamentare; i leghisti tenendo in mano una copia della Costituzione. Sel è rimasta dentro ma non ha votato. Forza Italia, infine, ha scelto la dissolvenza, con i senatori azzurri che si sono avviati all’uscita uno a uno.

Dure le parole pronunciate dal grillino Sergio Puglia all’indirizzo di Napolitano, vergognosamente osannato da molti senatori come una divinità: “E’ l’autore di questo macello istituzionale, perché è la persona che ha preso il programma della loggia massonica P2 e lo ha imposto ai presidenti del Consiglio”.

Sulla stessa linea il leghista Roberto Calderoli: “E’ la Costituzione di Gelli”. Tocci del Pd che insieme a Mineo ha votato contro, ha definito il futuro Senato “un dopo-lavoro del ceto politico locale”. Gianluca Castaldi del M5S, ha chiamato in causa il presidente Pietro Grasso con parole non proprio dolci: “Lei ha detto che non voleva essere il boia della Costituzione. In effetti gli assassini sono stati il Pd e il governo ma lei è stato l’aiutante”.

Il numero dei senatori, vale la pena di ricordarlo, per effetto delle modifiche del Nazareno, passa da 315 a 100: 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 senatori nominati dal capo dello Stato per 7 anni.

Il Senato non avrà più il potere di dare o togliere la fiducia al governo, che sarà una prerogativa della Camera. L’approvazione delle leggi sarà quasi sempre prerogativa della Camera, con un iter molto più rapido. Il governo avrà una corsia preferenziale per i suoi provvedimenti, la Camera dovrà metterli in votazione entro 70 giorni.

Il potere esecutivo si rafforza ulteriormente rispetto a quello legislativo. I senatori non saranno più eletti durante le elezioni politiche, ma in forma comunque diretta durante le elezioni regionali con un meccanismo proporzionale rispetto ai voti conquistati a livello nazionale e dovranno essere confermati dal consiglio regionale.

Un papocchio spacciato per riforma, con la firma in calce dell’ex azzurro tanto odiato. Chi trova un Verdini, trova un tesoro.

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