Papa Francesco

Poco fa su una pubblicazione internazionale come Crisis Magazine è apparso un articolo che si chiede il perché del silenzio del Papa sulla persecuzione dei cristiani cinesi. L’articolo ha ricevuto un certo riscontro anche in Italia, soprattutto presso gli ambienti cattolici più conservatori, ma del resto di notizie del genere nel nostro paese ne vengono pubblicate parecchie, con frequenza quasi giornaliera e pure per mano di nostri giornalisti: dunque il suo apprezzamento non può certo lasciarci sorpresi. 

Del resto l’autore di questo articolo, Padre Portella, è un uomo dell’Arcidiocesi di Firenze, con incarichi molto importanti come quello di sacerdote della Cattedrale di Santa Maria del Fiore e di Cancelliere dell’Arcidiocesi stessa. Quindi non si parlava di certo di un autore di poca importanza o addirittura estraneo al pubblico del nostro paese, in particolare al pubblico cattolico più rigoroso.

A novembre del 2020 Papa Francesco aveva accennato alla vicenda degli Uiguri dello Xinjiang, definendoli “perseguitati” ed accogliendo così delle pressioni che sul Vaticano vengono ormai esercitate da anni da parte di numerose realtà, da singoli governi ad organizzazioni non governative e così via. Tale mossa, tuttavia, aveva una sua interpretazione nella necessità da parte della Santa Sede di portare avanti la politica di mutuo riconoscimento col governo cinese, costituendo quindi una sorta di strumento di pressione di cui il Papa si serviva nel mentre che veniva portata avanti l’altra trattativa. Inoltre, così facendo, il Papa chiudeva almeno momentaneamente un fronte di guerra, quello con alcune particolari realtà musulmane ed altre ad esse alleate, mirando a far breccia in parte della loro opinione pubblica e a conquistarsene una parte di consenso. Anche questo aveva un suo perché, dato che proprio sulla sua volontà di poter prima o poi approdare ad un concordato con Pechino era stato fino a quel momento sottoposto a numerosi e continui attacchi, sia dall’esterno che dall’interno del Vaticano e della Chiesa Cattolica. Non soltanto l’aver avviato e poi almeno parzialmente aver completato quell’azione diplomatico, ma anche il solo fatto d’averla voluta avviare gli era costato un bel po’ di gradimento e di fiducia da parte di molti interlocutori politici e religiosi sia occidentali che asiatici.

Tuttavia, nel momento in cui questo accordo ha cominciato a prendere forma, l’accusa rivolta a Papa Francesco s’è trasformata in una delegittimazione di quell’accordo stesso, descritto dai suoi detrattori come una scelta politica e diplomatica “cinica” da parte di un Pontefice che, pur di mettersi d’accordo con la Cina, era disposto anche a “chiudere gli occhi” sulla “persecuzione dei cristiani” in atto in quel paese. Anche a Pasqua, gli è stato rimproverato, ha nominato una serie di territori e popolazioni, non soltanto cristiane, afflitte da guerre e da persecuzioni: dal Libano alla Giordania, dallo Yemen alla Siria, dall’Iraq alla Nigeria fino al Tigray, senza tuttavia neanche in quel caso nominare i cristiani cinesi (e, si potrebbe aggiungere, gli uiguri musulmani in passato invece citati). 

Già, ma quali sono le fonti a cui si va ad attingere per parlare di queste persecuzioni? Ci siamo spesso occupati degli evangelici come la Chiesa di Dio Onnipotente, che non è comunque l’unica sigla di quella vasta e frammentata galassia di Cristianesimo più estremo ed appartenente ai protestanti o riformatori di più recente affermazione; ma come ben sappiamo non sono di certo gli unici. Del resto lo stesso si potrebbe dire anche per i musulmani, che in Cina non sono certamente solo gli Uiguri. Tuttavia, sappiamo benissimo quali interessi economici, politici e strategici si muovano dietro queste accuse, spesso costruite sul nulla. Il World Uyghur Congress, stanziato in America e lautamente finanziato da quest’ultima oltre che da paesi europei e da paesi musulmani come le petromonarchie del Golfo o la Turchia neo-ottomana, ha sviluppato negli anni una macchina propagandistica formidabile, alimentata davvero senza badare a spese. Il ricorso a finti testimoni, che interpretano resoconti praticamente cinematografici al pubblico occidentale ed in particolare a quello delle ONG anch’esse lautamente finanziate, è solo uno dei tanti espedienti e nemmeno uno dei più subdoli od efficaci fra tutti quelli praticati. Ma anche per quanto riguarda i cristiani, pari pari, è la stessa identica cosa. 

In questo caso una fonte che non lesina mai informazioni fabbricate, dimostrando una certa prolificità, è Radio Free Asia, che è gemella delle nostre Radio Free Europe e Radio Liberty: quest’ultime, soprattutto gli europei più anziani, si ricorderanno come fossero i canali finanziati dagli Stati Uniti e che dalla Germania Ovest trasmettevano in tutti i paesi dell’Europa dell’Est, all’epoca radunata intorno all’Unione Sovietica, oltre che nell’Unione Sovietica stessa. A quel tempo erano frequenze clandestine, magari distribuite lungo canali AM, e i programmi che ospitavano servivano a boicottare il consenso dell’opinione pubblica di quei paesi, ancora retti da governi comunisti, in modo da indebolire quest’ultimi fino a propiziarne la caduta. Anche nelle “rivoluzioni colorate” che avvennero negli anni seguenti, quando con successo (Serbia, Ucraina) e quando no (Bielorussia), il contributo dato da queste radio e relativi canali TV si dimostrò più che essenziale per l’UE, gli USA e la NATO, al pari delle ONG e di altri “strumenti di penetrazione” apparsi e messi allo studio nel frattempo.

Radio Free Asia, dunque, svolge lo stesso medesimo ruolo proprio in Asia, con obiettivi in questo caso adeguati alla diversa realtà, come ad esempio indebolire il legame fra Hong Kong e la madrepatria cinese, aumentare le linee di frattura fra Pechino e Taipei, o persino suscitare incomprensioni politiche fra Pechino e i suoi principali alleati locali; non ultimo, anche seminare confusione dentro il paese disorientando l’opinione pubblica od infiltrandone le posizioni politiche, portandola a diffidare delle proprie autorità, facendo per esempio circolare fake news antigovernative, ecc. Se guardiamo bene è proprio quello che fanno anche siti come Epoch Times e Vision Times, facenti capo al Falun Gong e che soprattutto al momento della loro nascita erano diretti verso le comunità cinesi all’estero, oltre che verso i cittadini cinesi in patria. Non di rado, per non dire praticamente sempre, le notizie sono infatti le stesse e decantate allo stesso modo, con la medesima enfasi retorica. E pure i media che sposano la causa dei musulmani uiguri o dei cristiani, come Bitteer Winter, anch’esso edito in più lingue in contemporanea, svolgono pari pari la stessa funzione. Tutti questi strumenti, già solo per la forma e la potenza di fuoco di cui dispongono, non possono certo basarsi su un semplice lavoro di volontariato da parte di adepti o militanti pieni di fiducia e di voglia di fare: per farli funzionare servono soldi, soldi e soldi. E quei soldi da qualche parte devono pur arrivare.

Questo ci fa dunque capire con che genere d’informazione abbiamo a che fare: non è informazione ma propaganda tesa a creare confusione politica e a turbare l’ordine pubblico di altri paesi, con finalità palesemente eversive. E’ una forma di guerra più sotterranea, condotta ai fianchi, e che punta al progressivo logoramento della parte nemica. Proviamo ad immaginarci, ora, se esistesse una situazione a parti rovesciate, con la Cina (o la Russia, o qualsiasi altro paese “messo all’indice” dalla comunità dei paesi occidentali USA-UE) che realizza simili media con le stesse funzioni in chiave antiamericana o antieuropea: si griderebbe subito alla scandalo, si chiederebbe la testa dei funzionari cinesi presenti nel nostro paese, partirebbero sanzioni di varia natura e così via. Del resto non è che ciò non sia avvenuto: e pure per molto meno.

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