Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, nell’annunciare il rinvio a settembre del voto sulla nuova legge sulla cittadinanza ai minori stranieri nati in Italia, ha voluto sottolineare che “si tratta comunque di una legge giusta”. “L’impegno mio e del governo per approvarla in autunno, ha aggiunto, rimane”.

Solo pochi giorni prima, al ‘Festival dell’Unità’ di Milano, la governatrice PD del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, aveva definito quella sullo ‘ius soli’ come “una legge di civiltà”, specificando però come la sua approvazione sarebbe stata portata in aula solo dopo “una verifica preventiva e attenta sui numeri” ovvero, in altre parole, soltanto in caso di certezza di vittoria.

La formuletta della legge di civiltà, utilizzata di continuo per la legge in questione nelle ultime settimane e per svariate altre nel passato, sottintende che chi è favorevole è una persona civile, mente chi si oppone è un selvaggio, un barbaro o qualcosa di peggio.

In realtà, è evidente che nemmeno i proponenti la legge la considerino poi così tanto importante, se così fosse non si preoccuperebbero troppo di tattica, non si farebbero scrupoli di fronte alla prospettiva di mettere in crisi un governo, anzi diciamo pure un “governicchio” come quello attuale: che importanza può avere se cadesse, dinanzi addirittura alla civiltà?!

Se ritenessero così importante lo ‘ius soli’, lo proporrebbero per davvero, ma non è così: l’eventuale nuova legge non prevede che si sia italiani per il semplice fatto di essere nati sul territorio italiano. Non è nemmeno del tutto vero che sia in vigore lo ‘ius sanguinis’, che concederebbe la cittadinanza solo a chi ha entrambi i genitori italiani, perché al principio sono già previste numerose eccezioni.

Come troppo spesso accade le parti contrapposte hanno idee non molto difformi sul piano della concretezza, in questo caso si parla di dettagli sui criteri per la concessione della cittadinanza, e lo scontro avviene sugli ‘slogan’. Se teniamo poi conto di come in genere viene trattato il cittadino italiano, pensando a tale discussione sorridiamo amaro.

Se proporre una modifica dei criteri per la concessione della cittadinanza è legittimo, parlare di ‘ius soli’ senza proporlo davvero è da furbetti, è un tentativo di raggirare una parte del proprio elettorato potenziale, quello che il centrosinistra rischia di perdere poiché non fa quasi mai niente che sia davvero di sinistra. Ancora più da furbetti e quindi deplorevole è arrampicarsi sugli specchi discettando di ius soli “temperato”.

L’idea di introdurre il principio ‘tout court’ corrisponde alle posizioni ideologiche di certa sinistra, ma è probabile che anche la maggior parte dei politici di quella parte si rendano conto che non si tratterebbe, da un punto di vista pragmatico, di una buona idea, perché potrebbe far credere a chi dall’alta parte del Mediterraneo sta già meditando un possibile approdo in Italia che le cose siano più facili, aumentando così i flussi. Ed è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

Il fatto che le regole del gioco della politica odierna prevedano la grande preponderanza degli slogan sui contenuti, piaccia o non piaccia (e a noi, sia chiaro, non piace) va tenuto in conto: allora si discuta di tutti i dettagli che si vuole, si facciano le scelte più oculate di cui si è capaci, evitando però di etichettare chi non è d’accordo come antropologicamente diverso o, per lo meno, come moralmente inferiore.

E’ la convinzione di questa presunta superiorità che fa commentare l’affermazione “aiutiamoli a casa loro” da parte di Matteo Renzi come abissalmente lontana dalla stessa frase pronunciata da politici o pensatori di destra, mentre si tratta di semplice buon senso, nonché di carità, perché tutti in fondo al proprio cuore possono comprendere che andarsene dalla terra natia può essere una scelta serena, ma per chiunque vi sia costretto rappresenta una ragione di grandi sofferenze.

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