Secondo la nota metafora che dobbiamo all’antropologo statunitense Ralph Linton, la cultura è come l’acqua e noi siamo come pesci immersi in essa: inconsapevoli.
Per iniziare a comprendere quanto la nosta cultura di appartenenza ci condizioni, dobbiamo uscirne, proprio come il pesce necessita di uscire dall’acqua per accorgersi di quanto sia importante per la sua stessa sopravvivenza.
A causa di quest’immersione totale, tanto più una particolare caratteristica pervade una cultura, tanto è più difficile, per chi vi appartiene, percepirla: non ci si rende cioé conto, per paradosso, proprio dei tratti più macroscopici. La conseguenza è che se una di queste caratteristiche è problematica, esiste il forte rischio di non coglierne la rilevanza e perciò di non correre ai ripari.
Se qualcuno dovesse acquisire piena consapevolezza e denunciare un siffatto problema, rischierebbe di essere frainteso e sottovalutato: crediamo di poter dire che questo è stato il destino toccato alla psicologa Alice Miller.

Nata in Polonia nel 1923, emigrò in Svizzera nel 1946. Ottenne la laurea e il dottorato in filosofia, psicologia e sociologia a Basilea, quindi si formò come psicoanalista a Zurigo. Praticò la psicanalisi per vent’anni, poi la lasciò per dedicarsi, dal 1980, alla stesura di saggi nei quali la criticava aspramente: nel 1988, dopo anni di attacchi polemici nei suoi confronti da parte di numerosi membri, abbandonò anche la ‘Società Internazionale di Psicanalisi’.
Negli scritti precedenti la sua fuoriuscita aveva già indicato la violenza sui bambini come causa di disfunzioni in età adulta, ma era ancora dell’idea che tale posizione fosse compatibile con l’impianto fondamentale della psicoanalisi. Negli anni successivi comprese invece in modo sempre più chiaro che ciò non era possibile, poiché per la psicanalisi tutto il potere era in mano agli adulti: ai genitori ed ai terapeuti.

La violenza che denunciava non era solo quella dei maltrattamenti fisici e degli abusi sessuali, si riferiva anche alla forma sottilie, ma devastante, della persecuzione psicologica: si può qui rintracciare una forte componente autobiografica, dovuta al fatto che la madre, come ha raccontato nel libro “La fiducia tradita” (1995), non le parlasse per giornate intere, probabilmente per punirla di qualcosa, ma senza mai spiegarle perché.

La pedagogia moderna aveva già messo da tempo in discussione i metodi cosidetti “autoritari”, ma per lei cio’ non era sufficiente, non soltanto una parte ma tutta la pedagogia era inadeguata ai bisogni dei piccoli, era “nera” (‘Schwarze Pädagogik’).

Nei suoi scritti spiegava come la situazione di vita del bambino fosse tale da metterlo spesso a rischio di subire qualche forma di violenza, anche in situazioni in cui sembri amato e coccolato: cosa accadrebbe se smettesse di comportarsi come gli adulti si aspettano da lui? In molte famiglie verrebbe considerato cattivo, quindi rimproverato o picchiato, oppure i genitori mostrerebbero di volergli meno bene: difficile dire cosa provochi più sofferenza. Molti bambini, in queste condizioni, diventano proprio come i genitori desiderano, rinunciando ai propri bisogni autentici e imparando a dipendere dal riconoscimento degli adulti. Altri diventano dei ribelli, ma dentro di sé soffrono ancora per la disapprovazione genitoriale.

Ne “Il dramma del bambino dotato” (1979), il suo primo libro, la Miller spiegava come la grandiosità, la depressione e il disprezzo siano tutte conseguenze, pur così diverse tra loro, dello stesso dramma infantile. La persona grandiosa è alla disperata ricerca dell’approvazione, che è il surrogato dell’amore non ricevuto: il rischio più grande consiste nella dipendenza che si stabilisce nei confronti di chi li ammira, nonché nella difficoltà di mantenere nel tempo quelle qualità e condizioni che suscitano tale ammirazione. La fase depressiva è una possibile conseguenza della fine della grandiosità, evitabile solo se il dolore che ne deriva viene riconosciuto e vissuto appieno, ovvero se c’è il coraggio di ammettere la propria debolezza. In caso contrario si rivolgerà il disprezzo, che prima si riservava ai “perdenti”, anche verso se stessi.

L’autrice propose anche una valenza poltica alla sua teoria: i totalitarismi erano stati una conseguenza di una collera inespressa, originata dalle violenze e umiliazioni subite nell’infanzia.
Nel suo “La persecuzione del bambino” (1987) si avventurò perfino in una ricostruzione dell’infanzia di Adolf Hitler, tentando di spiegare come la soffernza che gli fu inflitta da bambino allora avesse influito sulle sue azioni da adulti.
Le implicazioni politiche forse rappresentanio la parte meno convincente del pensiero dell’autrice, ma non ha senso, come alcuni critici, parlarono di un suo “giustificazionismo”.
Alice Miller era però il tipo d’intellettuale capace di dire cose scomode, come quando affermò, attirandosi feroci critiche, che la condizione dei bambini in una democrazia non era molto diversa dalla condizione dei cittadini di uno Stato totalitario: frase del tutto inaccettabile per chi si riempie la bocca con la retorica democratica.

Nell’occidente, dove il liberalismo ha prevalso, la violenza sui bambini è cambiata nella forma, di certo non è cessata (vedi “I diritti dei bambini. Siamo sicuri che li rispettiamo davvero?”, l’Opinione Pubblica, 1 luglio 2015), anzi assume sembianze sempre nuove, come quella della gravidanza surrogata, al termine della quale il neonato viene allontanato da chi lo ha portato in grembo, senza porsi il problema del trauma che potrebbe derivarne.

La violenza verso il bambino, interiore ed esteriore, è forse ancora oggi il peggiore dei mali che affliggono la nostra società, perché implica il rifiuto e l’aggressione verso tutto ciò che, in noi e fuori di noi, è davvero nuovo, diverso ed originale.

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