L’ultimo nostro articolo sul tema delle banche è datato 1 febbraio 2016. Da quella data a oggi sinceramente non molto è cambiato: i risparmiatori truffati che hanno perso tutti i loro risparmi col decreto “salva banche” con il quale il Governo ha evitato il fallimento delle quattro banche ormai famose, devono ancora ricevere i loro rimborsi e ancora si discute sulle modalità. Noi avevamo già profetizzato, ad inizio anno, che con molta probabilità nessuno dei risparmiatori coinvolti avrebbe visto più un euro. La soluzione più semplice, come la propone Claudio Borghi Aquilini, sarebbe quella di rimborsare ai risparmiatori il prezzo d’acquisto delle obbligazioni così da ridare il dovuto alle famiglie e ai pensionati. Sarebbe semplice, eppure ciò non si fa: da una parte c’è il problema che non ci sono i soldi per rimborsare tutti e dall’altra (cosa più importante) c’è il fatto che qualsiasi tipo di rimborso sconfesserebbe il bail-in. Infatti, se il nostro paese ha accettato le nuove regole europee secondo cui i salvataggi bancari non possono più essere fatti con denaro pubblico, ma devono essere eseguiti con i soldi privati del sistema bancario stesso e con il contributo di azionisti, obbligazionisti, subordinati e ordinari, e dai correntisti, perché poi questi risparmiatori dovrebbero essere rimborsati? “Sono cambiate le regole” e le regole si rispettano fino in fondo (o no?). Molti dei risparmiatori purtroppo non hanno ancora capito tutto questo e credono di essere stati truffati per la mala gestione che è stata fatta nelle loro banche. Ciò può essere anche vero, tuttavia così facendo si guarda al dito e non alla luna e si mettono i risparmiatori l’uno contro l’altro. Noi speriamo che, nel nostro piccolo, abbiamo fatto della corretta informazione, dicendovi le cose come stanno.

Come abbiamo più volte detto, le nuove regole del bail-in hanno portato a galla i problemi delle sofferenze bancarie. Fin quando gli Stati hanno potuto utilizzare il denaro pubblico, hanno potuto far fronte ai problemi intervenendo a suon di miliardi per risanare il sistema bancario ed evitare nuove crisi finanziarie. Abbiamo parlato dei Fondi Salva Stati (nei quali l’Italia ha partecipato per un totale di 63 miliardi circa), con i quali sono “salvate” le banche di Paesi come Grecia e Spagna (ma sappiamo bene che in realtà questi soldi sono andati ai creditori tedeschi e francesi, che avevano prestato denaro con troppa facilità). Abbiamo pure parlato della stessa Germania che ha risanato le sue banche spendendo circa 240 miliardi di denaro pubblico.  Quando scoppiò la crisi finanziaria americana nel 2008, il sistema bancario italiano era tra i più solidi d’Europa, se non il più solido, ma dopo 8 anni di crisi economica e soprattutto, dal 2011, dopo 5 anni di austerità, il peso della crisi si è fatto sentire anche sulle nostre banche (come al solito vi rimandiamo sempre ad approfondire il tema. In Vincitori e Vinti, ad esempio, potete vedere che MPS e Carige hanno perso in 5 anni circa il 97% del valore delle proprie azioni). Da inizio 2016, poi, con l’introduzione delle nuove regole sul bail-in, la caduta dei titoli azionari si è accentuata ed ha prodotto l’erosione del capitale (in totale sono oltre 34 miliardi di euro). Inoltre, durante gli anni di austerità, causa la crisi dell’economia reale, le sofferenze bancarie e i crediti deteriorati delle banche italiane sono aumentati: l’ultimo bollettino ufficiale disponibile, quello di Unimpresa di novembre, dice che le sofferenze del sistema bancario italiano si attestano sui 348 miliardi. In un recente post pubblicato su Goofynomics, Alberto Bagnai spiega molto bene qual è il problema delle sofferenze bancarie:

“Va infatti capito che il problema non sono le sofferenze di per sé, cioè il fatto che una banca possa trovarsi a che fare con cattivi pagatori (cosa tanto più probabile quanto più l’economia è in crisi), ma il fatto che esse siano correttamente appostate in bilancio (cioè siano correttamente svalutate: insomma, se si sa che la banca dei 100 che ha prestato ne riceverà 40, l’importante è che il bilancio sia in equilibrio dopo che all’attivo è stato scritto 40 al posto di 100). Se e in quanto non lo siano, il sistema bancario diventa una bomba a orologeria.

[…]

Il punto ancora più grave è che le sofferenze sono in realtà sopravvalutate nei bilanci di buona parte delle banche. Le svalutazioni effettuate da Bankit nel caso Etruria sono rivelatrici (c’è chi sostiene che abbiano accettato un 17% per paura di trovare qualcosa di peggio dopo una accurata due diligence), e forse potrebbe interessarvi questa semplice simulazione.

Collocare le sofferenze al valore giusto vorrebbe dire per le banche erodere il capitale, con effetti a catena devastanti.”

 

Crediti deteriorati ed erosione del capitale: questi sono i problemi che il sistema bancario italiano deve affrontare. Dopo l’introduzione delle nuove regole sui salvataggi bancari, questi problemi si sono aggravati perché, da quel momento, gli Stati non sono più potuti intervenire con denaro pubblico per sistemare le cose. Pertanto la conseguenza principale dell’introduzione del bail-in è stata quella di togliere le normali garanzie pubbliche dello Stato e della Banca Centrale, che sono nelle possibilità di azione di un Paese sovrano. Allora, non potendo più intervenire a livello pubblico, lo Stato italiano ha dovuto cercare altre soluzioni che potessero risolvere i problemi delle nostre banche. Tuttavia, queste soluzioni hanno dimostrato di non avere la stessa efficacia che garantirebbe l’intervento pubblico e si sono dimostrati dei semplici palliativi.

Una di queste soluzioni trovate è stata quella dell’accorpamento e della fusione tra istituti bancari (è il caso della “riforma del Credito Cooperativo”, con la quale si accorpano tutti i bilanci delle Bcc in un’unica Spa nazionale, della quale le singole banche diventano soci di maggioranza, oppure delle fusioni bancarie come quella molto probabile tra Banco Popolare e BPM). Sono queste soluzioni volute fortemente dall’Europa, la quale chiede alle piccole e medie banche italiane di fondersi, di trasformarsi in Spa, aumentare il capitale e di quotarsi in borsa. Tuttavia, la soluzione del “pennello Cinghiale” (“per dipingere una parete grande è necessario un pennello grande”) non può essere quella adatta nel caso delle banche, ma anzi potrebbe aggravare i problemi che già ci sono, semplicemente perché accorpando insieme banche solide con altre banche meno solide, potrebbe venir meno la stessa solidità delle prime.

Il 12 Aprile scorso, poi, è nato il cosiddetto Fondo “Atlante”, gestito dalla Sgr Quaestio Capital Management, una società di diritto lussemburghese, presieduta da Alessandro Penati.  Atlante sarà composto da 5-7 miliardi circa e finanziato dalle banche italiane stesse, in particolare Unicredit, Intesa SanPaolo e Ubi Banca che parteciperanno  per un miliardo a testa. Vi parteciperà anche la Cassa Depositi e Prestiti con un contributo di 500 milioni di euro (cosa che l’Europa potrebbe però catalogare come “aiuto di Stato”). Il Fondo avrà una durata di 5 anni, con la possibilità di proroga per altri 3. Nelle intenzioni dei creatori, Atlante servirà a:

“Assicurare il successo degli aumenti di capitale richiesti dall’Autorità di Vigilanza a banche che oggi si trovano a fronteggiare oggettive difficoltà di mercato, agendo da back stop facility e a risolvere il problema delle sofferenze. L’ammontare di sofferenze che potranno essere deconsolidate dai bilanci bancari sarà di gran lunga superiore a quelle acquistate dal Fondo, in quanto Atlante concentrerà i propri investimenti sulla tranche junior di veicoli di cartolarizzazione, potendo far leva su quelle a maggior seniority per le quali c’è un manifesto interesse da parte degli investitori”

Tuttavia, dei 5 miliardi di cui è composto il Fondo, la maggior parte servirà per gli aumenti di capitale di Veneto Banca e Popolare di Vicenza (solo nel  caso in cui il collocamento di azioni da parte di questi due istituti non dovesse essere interamente sottoscritto) e circa il 30% per i crediti deteriorati sia delle due banche sopra citate che per MPS.  Praticamente la disponibilità di Atlante si esaurisce con questi interventi. E per risolvere i restanti problemi cosa resta? Abbiamo visto che il totale delle sofferenze bancarie è di circa 348 miliardi (e da novembre a oggi saranno sicuramente aumentate), quindi cosa può fare davvero un Fondo privato di 5 miliardi? Come abbiamo detto prima, il problema non sono le sofferenze in sé, ma le svalutazioni messe a bilancio, va bene, ma comunque 5 miliardi appaiono allo stesso modo una cifra irrisoria. E se consideriamo il fatto che a finanziare Atlante è lo stesso sistema bancario, non possiamo non pensare che tutto questo sia soltanto una presa in giro. In realtà il Fondo Atlante è la solita pezza messa li di fretta e furia per cercare di  tappare il meglio possibile il buco che si è venuto a creare e servirà solo come palliativo in attesa di una fantomatica ripresa economica, già sconfessata dallo stesso Governo che, alla presentazione del DEF qualche giorno fa, ha tagliato le stime di crescita per il prossimo anno.

A differenza del mitico personaggio narrato nella mitologia greca, Atlante riuscirà a sorreggere ben poco: troppo grande è per lui il peso del sistema bancario italiano. Allora, a questo punto, a noi vien da chiederci semplicemente perché è così necessario rispettare le regole sull’Unione Bancaria, pur sapendo che ci porteranno inevitabilmente al disastro? Perché continuare a credere nelle Istituzioni Europee se non ci crede più nessuno? Perché dobbiamo continuare ad essere più realisti del Re, anche se sappiamo che saremo condannati alla morte? Se l’Austria chiude le sue frontiere, non rispettando il Trattato di Schengen, noi potremmo non rispettare le regole sui salvataggi bancari e risolvere i nostri problemi con il necessario intervento pubblico. L’Europa ci multerebbe? Pazienza, avremmo salvato il nostro sistema bancario.

In realtà a questa Unione Europea non ci crede più nessuno, prima fra tutti la Germania. Qualche giorno fa, Dagospia ha riportato la notizia secondo cui la Germania conierà una propria moneta dal valore di 5 euro. I primi 25000 conii sono pezzi da collezione e potranno essere acquistati per 15,50 euro, ma successivamente queste monete avranno valore legale entro tutto il territorio tedesco e solo li. Il bello è che questo nuovo conio non sarà emesso dalla BCE ma direttamente dalla Bundesbank. Sono prove tecniche per il dopo Euro (d’altronde, anche la Germania ha le sue rogne bancarie).

Marco Muscillo.

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