PREMESSA – Lavorando da anni nel campo del giornalismo, sia stampato che on-line, un po’ di esperienza credo di averla. E dunque, avendo avuto di recente tra le mani il libro di cui qui, si parla, mi è sembrato strano, troppo strano il silenzio con cui la grande stampa nazionale l’ha accolto. Sia per il suo autore, non certo uno sconosciuto alle cronache giudiziarie nazionali, sia per ciò che racconta. Ne ho parlato con  un amico e collaboratore de l’Opinione Pubblica che, da molto più tempo di me, segue con passione e metodo da vero “storico” i tanti “misteri italiani” (non gli chiedete del caso Orlandi: vi bloccherebbe per le successive sei ore…): scoprendo che lui ha condivideva l’idea che mi sono fatta. Qualcosa non torna. “Colà dove si puote” non si vuole che della vicenda narrata nel libro in questione se ne parli in modo anche solo di poco differente da come, da quarant’anni se ne parla. Meglio “silenziare” preventivamente chi lo fa, piuttosto che entrarci in polemica. Tanto, è passato tanto tempo, nessuno se ne accorgerebbe…

Ma  chi ci segue sa che nel  piccolo (?) di l’Opinione Pubblica ci piace essere bastian contrari. Perciò, d’accordo con l’amico Giuseppe Carrese, abbiamo deciso di dare noi lo spazio che il libro cui stiamo accennando crediamo che meriti. E che sia chiaro: non perché l’Opinione Pubblica condivida tutto quello che c’è scritto. A partire da me personalmente. Ma noi, io, non siamo come certi senatori e certi direttori tanto “de sinistra” da  invitare pubblicamente a non parlarne neanche dei libri che a loro non piacciono…

Noi di Piazza Fontana ne parleremo eccome. Perché siamo convinti che, se ha ancora un senso  parlarne nel suo cinquantenario, esso può stare solo nel rifiutare la nauseante retorica che la accompagna da decenni.

I fatti, quei fatti che i corifei di questa retorica non vogliono sentire né, soprattutto far sentire (e leggere) ci dicono che abbiamo ragione.

Ernesto Ferrante.

 

Il silenzio degli innocenti. Se ci sono innocenti…

Quando l’insabbiamento è “democratico de sinistra”: Guido Salvini e Paolo Cucchiarelli

di Giuseppe Carrese

1 – “Davvero, vivo in tempi bui…”

“Che tempi son questi / Quando conversare d’alberi è quasi un delitto / Perché / Su troppe stragi / Comporta il silenzio”. Questi versi di Brecht appaiono metafora quanto mai vera dei “tempi bui” che stiamo vivendo. Ammesso che, nell’epoca del “rutto dunque esisto” (una delle perfidamente geniali battute del grande Altan), i poeti e le loro metafore servano ancora a qualcosa, una migliore di questa non avrei saputo trovare per (iniziare a) parlare del 12 dicembre 1969, della strage di Piazza Fontana; e di un importante, decisivo libro appena uscito su di essa. Nonché, anzi soprattutto, dello strano stranissimo silenzio con cui è stato accolto.

Meno di un mese, e saranno cinquant’anni esatti dal giorno in cui 16 persone furono (letteralmente) fatte a pezzi nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, a Milano.

E’ stato definito “il giorno dell’innocenza perduta”: da quel giorno, e da quei morti,  l’Italia capì, o intuì, o percepì, che, nella sua vita quotidiana, prima ancora che nella “politica”, era entrata LA MORTE. IL SANGUE. LA PAURA. Quel giorno, e da quel giorno, si capì che l’Italia del “buum” economico e delle “rotonde sul mare” era finita. Iniziava l’Italia degli anni di piombo, ma con una tremenda sensazione: che “lo Stato”, a quel piombo, a quei morti, non fosse estraneo. Forse anche complice.

Poi, sono arrivate Gioia Tauro, Brescia, Italicus, Ustica, Bologna. Altre stragi, altre morti. Tanti, troppi. E quella sensazione diventò certezza: sì, “lo Stato”, e non suoi singoli “servitori infedeli” non era estraneo, non era “innocente”, né “vittima”. Ma l’innocenza era stata già perduta  5 anni prima del 4 agosto 1974 (Italicus) o 11 anni prima del 2 agosto 1980 (Bologna). Era stata, appunto, persa a Milano, quel pomeriggio del 12 dicembre 1969.

Uno (troppi) dirà che noia, vabbè, facciamo ‘sta commemorazione per il cinquantenario, un po’ di sana retorica (in cui, si sa, gli italiani, tutti, sono specialisti) e poi torniamo a pensare alle cose serie: un po’ di gossip, un po’ di movida, ma soprattutto, torniamo a pensare ai fatti nostri. Tornando a Brecht: “prima toccò agli ebrei / Ma io non ero ebreo / E poi, avevo altro a cui pensare / Così non dissi nulla / Poi, toccò ai comunisti / Ma io non ero comunista / E poi, avevo altro a cui pensare / Così non dissi nulla / Quando toccò a me / Non c’era più nessuno / E nessuno nulla disse”.

Esattamente ciò che accade con Piazza Fontana. O con Ustica. O con Bologna. La memoria del fatto sfuma, si diluisce in un indistinto polpettone di sangue, morti, inchieste, processi, ma soprattutto: assoluzioni a caterve. Il tempo passa, il ricordo sfuma: tanti giovani sono convinti che la strage sia stata fatta “dalle Brigate Rosse”;  per cui, sì vabbè, fascisti, comunisti, generali felloni, ma oramai è passato tanto tempo e poi… “ho altro a cui pensare”.

Tra una ventina di giorni, dunque, ci sarà la solita litania, identica da cinquant’anni: roboanti proclami istituzionali di Questo o Quello in cui chiederanno a gran voce “la verità”, denunciando, quasi fossero novelli Pasolini, un vago e indistinto (e perciò incolpevole)  scenario di “troppi silenzi, troppi depistaggi, ecc.”. Il minimo sindacale, ovvio; ché “abbiamo altro a cui pensare”.

Beh, se  permettete, stavolta “e basta, che noia” lo dico io. Cioè un nessuno qualsiasi. Con le parole del bellissimo finale del “Doktor Faustus” di Mann: “un uomo solitario giunge le mani e invoca: Dio sia clemente con le vostre povere anime, o amico, o patria!”.  Che razza di società, di paese, di nazione è, un’ Italia dove dopo cinquant’anni, e dopo quarantacinque, e dopo trentanove, non si può sapere chi, scientemente, ha guardato in faccia, negli occhi, quelle persone che stava per ammazzare? Che razza di paese è un paese dove chi l’ha cercata LA VERITA’  è sempre finito isolato, osteggiato, ostacolato, persino accusato?

2  – La verità (s)velata

Il giudice Guido Salvini è uno di questi. E il grottesco è che, QUI, gente come Salvini viene definita “eroe”. Laddove non ha fatto altro che il suo elementare dovere di magistrato: cercare la verità.

Oggi, Salvini la racconta  nel suo libro “LA MALEDIZIONE DI PIAZZA FONTANA” (scritto con Andrea Sceresini, edito da Chiare Lettere). E, come si sarà ben capito, ne parliamo non per farne la solita recensione tipo “quant’è bello, compratelo”. Detto senza mezzi termini, parlarne è un pretesto, un modo per (cercare di) risvegliare coscienze. E cervelli. Ammesso e non concesso, lo sappiamo bene, che non sia troppo tardi.

Già le dimensioni del libro appaino oggi fuori dell’ordinario: nell’epoca degli “istant-book”, del pensiero tvuittante”, oltre 600 (!) pagine sembrano proprio una mattonata. Ma, per chi sappia ancora cosa vuole dire “leggere per sapere, per capire” non lo saranno di certo.

La prima parte (la meno consistente del libro, circa 70 pagine) non è altro che una precisa ricostruzione di ciò che già si sa da decenni sulla strage, intercalata dai ricordi personali del giudice, all’epoca studente liceale: l’inziale “propensione” (eufemismo) per la pista anarchica, la morte di Giuseppe Pinelli, il lento ma inarrestabile emergere delle responsabilità di Freda e degli ordinovisti veneti, le relative coperture depistatorie dei servizi segreti, il ruolo dell’ “agente Z”  Guido Giannettini, ecc.

A questa parte iniziale, compilativa ma senz’altro assai più leggibile di talune ricostruzioni apparse di recente[1], si collega il racconto del personale contributo del giudice milanese alla ricerca della verità sulla strage, che occupa l’intera seconda parte del testo.

Tutto (re)inizia per puro caso, racconta Salvini. Esattamente il 30 dicembre 1985, quando un senza dimora milanese si intrufola in un abbaino abbandonato, a Milano, per dormirci. Qui, trova un mucchio enorme di vecchie carte: l’archivio della defunta organizzazione di estrema sinistra Avanguardia Operaia. Avvisa la Digos e la marea di carte finisce sul tavolo di Salvini. Dall’esame del magistrato scaturirà  tra l’altro l’inchiesta che, dopo dieci anni, porterà alla condanna degli esecutori del barbaro assassinio del missino Sergio Ramelli (giugno 1975)[2].

Ma Salvini scopre anche altro, riguardante una vicenda su cui era stata posta fine, giudiziariamente, pochi mesi prima,  il 5 agosto 1985. Quando, a Bari, il quinto processo per la strage di Piazza Fontana aveva assolto tutti, anarchici, fascisti, agenti dei servizi segreti. Per lo Stato, nessuno era Stato. La Giustizia alzava le mani. O meglio, se le lavava. Definitivamente. Come avrebbero fatto poi la Cassazione (1987) e la Corte di Assise di Catanzaro (1991).

Salvini, dunque, inizia dal 1986 un meticoloso studio di appunti, fogli, notizie spessissimo in apparenza senza nesso alcuno con ciò che del 12 dicembre era noto: un  lavoro a metà tra quello tipico del giudice e quello dello storico, che porta ad una prima formalizzazione di inchiesta sull’eversione nera in Lombardia (1989) e, nel 1992 a riaprire formalmente le indagini su Piazza Fontana. La sua inchiesta si conclude il 1 maggio 1998, con il rinvio a giudizio di personaggi di cui, fino a quel momento, nessuno (o quasi) aveva sentito parlare. Tutti fascisti di Ordine Nuovo.

FRANCO GIORGIO FREDA negli anni ‘70 e oggi. Ha detto di sé: “Non ho trovato più nessuno che fosse degno di essere seguito da me, né nessuno che fosse degno di essere mio seguace (1981).

Il racconto di Salvini ricostruisce per l’appunto il suo progressivo avvicinarsi a queste figure, e si snoda con una vera maestria di scrittore di storia: colpisce il modo, sempre perfettamente equilibrato, con cui il giudice intreccia la narrazione “oggettiva” con le sue personali impressioni: su un interrogato, su un indagato, su un fatto. Oltre a raccontare cosa dice  (o confessa), spesso si sofferma a descrivere il modo con cui risponde, ciò che gli pare di cogliere in una risposta sofferta, in una (vera o presunta) reticenza. Infatti, l’intera seconda parte del libro è stata costruita (magistralmente) come una sorta di “galleria” dei protagonisti della vicenda: quelli già noti e quelli che lui, doverosamente, coinvolge: uno dopo l’altro, entrano in scena Casalini, Zorzi, Siciliano, Digilio, Vianello, Rognoni,  Fachini, Freda, Ventura, ecc.; fascisti veneti, romani, milanesi,  politici e uomini dei Servizi. Da un lato seguendo nel racconto la scansione strettamente temporale con cui via via entrano nell’inchiesta; dall’altro, inquadrando la loro specifica vicenda personale e giudiziaria, le loro deposizioni, nel contesto complessivo del quadro storico-politico-complottistico in cui la strage maturò.

Questo è uno dei punti forti del libro: Salvini in pratica non tralascia nulla; tutto ciò che ha portato al 12 dicembre, e che lui ha scoperto (o, per meglio dire, più spesso riscoperto) viene esposto a sua volta collegandolo con gli altri tasselli del complesso mosaico; con ciò che spesso  viene detto decine di pagine prima. Incontri, contatti, appunti dimenticati di vecchie agende, quasi ogni mimino particolare, viene ripreso e collocato là dove andare, per evidenziarne al meglio la sua (piccola o grande) importanza rispetto al quadro generale: ossia, che dietro alle bombe del 12 dicembre non c’erano solo Freda e Ventura, ma un piano assai più complesso cui, a vario titolo, con e dietro i protagonisti già noti da tempo, hanno partecipato molti più attori di quelli fino a quel momento saliti alle cronache. Un nome per tutti: Delfo Zorzi. Sarà l’inchiesta di Salvini, al di là della verità giudiziaria (è stato assolto definitivamente nel 2005), a portarne alla luce il ruolo centrale dell’estremismo nero nel Veneto. Nella narrazione di Salvi, Zorzi appare come una sorta di “filo rosso” di tutta la seconda parte del suo libro: Salvini rievoca episodi anche (apparentemente) marginali, ma esemplari per far comprendere a chi legge il carattere, la psicologia del personaggio. Quasi da romanziere, insomma[3].

Ovviamente, qui non è neanche lontanamente possibile ricostruire il quadro, davvero imponente, delineato da Salvini della storia dell’eversione nera in Veneto (ma con non pochi né marginali agganci con quella milanese e romana); basti dire che davvero pare nulla sia sfuggito nella meticolosissima ricostruzione del giudice: sempre scorrevolissima e a tratti, a seconda dei momenti narrati, intensamente drammatica o da vero e proprio film di spionaggio.

DELFO ZORZI negli anni ‘60 e oggi. Ha detto di lui il pentito Martino Siciliano, all’epoca suo stretto amico: “dal carattere duro, molto manesco, e privo di reazioni alla vista del sangue nel caso di pestaggi”.

3 – Uno “scoop” troppo scomodo per parlarne

Uno dei punti in cui drammaticità e “spy story” si fondono è proprio quello dove Salvini racconta qualcosa di incredibile, assurdo: l’unico ripreso dalla stampa di tutte le 600 pagine del suo libro : ma distrattamente, frettolosamente e nemmeno da tutta (sarà un caso? …). Esisterebbe un filmato, girato in Super 8, che riprende i momenti immediatamente precedenti e seguenti l’esplosione di Milano. Nonché, ovviamente, l’esplosione stessa.

Lo racconta  un personaggio che lui definisce “l’Antiquario”, perché aveva un negozio di antichità, poi fallito. Salvini lo incontra del tutto casualmente nell’estate del 2008: era di turno in Tribunale, e gli portano per interrogarlo un rapinatore appena arrestato. Collega ricordi di vecchie inchieste, l’atteggiamento dell’arrestato, e capisce chi sia, o meglio chi era stato negli anni Settanta: un nome di spicco dell’estremismo nero milanese.  Poco dopo, dal carcere, l’Antiquario chiede di vederlo e gli fa questo racconto: «Ci sono due bobine, due nastri Super 8, che mostrano cosa accadde quel pomeriggio di dicembre di fronte alla Banca. La cinepresa si trovava sull’altro lato dello slargo, in direzione di piazza Beccaria, ed era azionata da uomini dei servizi segreti o da chi lavorava per loro. Ho potuto visionare personalmente circa mezz’ora di immagini, può capire da solo da chi… Nella seconda bobina si vede un camion con cassone telato e targa romana. Il camion passa davanti alla banca, si ferma e apre la portiera. Viene allungata una borsa, un uomo la prende ed entra all’interno dell’edificio. Quindi  il camion riparte e fa un lungo giro: si vede l’esplosione, e poi di nuovo il camion che ripassa una seconda volta di fronte alla banca, come a verificare che tutto è andato bene. Fu una scena orribile –  come al solito mentre parla non dimostra particolare emozione –  che non dimenticherò mai. C’era una donna ferita, aggrappata a ciò che restava di una delle porte di cristallo dell’edificio. Si era salvata per un pelo: la deflagrazione l’aveva colta proprio davanti alla soglia».

Due considerazioni si impongono riguardo questo elemento : la prima, la correttezza di Salvini. Avrebbe potuto evidenziare al massimo questo fatto, come “scoop” su cui, detta brutalmente, puntare per vendere. Invece no. L’episodio appare a metà circa del libro, correttissimamente esposto (dandogli anche meno spazio di altri fatti persino meno eclatanti) per quel che giudiziariamente è: un racconto, verosimile ma senza riscontri. Nell’epoca del giornalismo del “nulla urlato”, non è poco.

La seconda: qualcuno ne ha sentito parlare?

4  – “Sopire… troncare”

Sono dunque la seconda a terza parte a costituire il momento davvero di dirompente rottura del testo  con l’oramai stereotipato cliché storico-politico-giudiziario del “sono stati i fascisti, Valpreda e Pinelli erano innocenti, santi e martiri”. Da un lato. Dall’altro, e per la prima volta in quarant’anni, Salvini apre uno scenario finora sconosciuto al pubblico, anche esperto delle vicende processuali legate al 12 dicembre: il ruolo di, per così dire, passiva acquiescenza di parte della magistratura romana e milanese rispetto alla verità “canonica”  del “la era bomba fascista, Valpreda e Pinelli sono santi e martiri, ma ora, qualunque cosa nuova esca fuori, meglio non parlarne  più”.

Un’acquiescenza che, però, nei confronti di Salvini non è stata poi tanto “passiva”: infatti, e con una dovizia incredibile di episodi, particolari (il cui stesso ricordarseli tutti dimostra da solo con quanta passione civile abbia svolto il suo ruolo e quanta amarezza gli sia costata), il giudice milanese racconta, o meglio, dimostra, quanto e come siano stati proprio quei magistrati additati per decenni come simboli della “ricerca della verità” sulla strage, quelli che più si sono impegnati a far sì che tutto si risolvesse nel manzoniano “sopire… troncare”.

Non a caso (ulteriore riprova delle non indifferenti doti di scrittore che Salvini mostra di avere), la terza parte concludendosi con una serie di paragrafi tutti intitolati “Cosa si poteva fare”, dedicati ognuno a un testimone poco creduto, a un probabile accusato “lasciato in pace”, fa da vero e proprio prologo alla terza e ultima, emblematica fin dal suo titolo: “la guerra tra magistrati”. Di cosa si tratti, Salvini lo dice subito. Pacatamente, ma con estrema chiarezza: «Alla complessità del  caso, fin da subito aggravata dalle omissioni e dalle coperture di servizi segreti, vertici militari e politica, si è aggiunta nel corso della quinta istruttoria una vera e propria guerra tra magistrati. Una guerra di cui a questo punto della ricostruzione è doveroso, nonché questione di dignità personale per chi scrive, dar conto».

Ma anche su questo aspetto, certo desolante e per chi, da dopo le inchieste di “Mani Pulite”, ha visto (e vede) nella magistratura milanese un manipolo di integerrimi difensori della “Giustizia” e della “Verità”, sarebbe impossibile qui darne conto in modo dettagliato. Ma va chiarito subito un punto: il quadro complessivo, che Salvini traccia con una  tale abbondanza di particolari da renderlo assolutamente persuasivo, è quello non tanto di volontà politiche di insabbiare o depistare. Certo, c’è anche quello. Ma soprattutto, e forse peggio: emergono piccole ambizioni di carriera (un esempio: il ritratto del giudice veneziano Casson), facilonerie, superficialità di tanti magistrati che, finiti gli anni della “coscienza civile” e trovata una verità che piace a tutti, non hanno più motivazioni né voglia per “fare l’eroe”.

GUIDO SALVINI. Ha detto di lui Felice Casson: “i suoi atti sono giuridicamente inesistenti”.

A titolo di esempio, credo basti qui riportare quanto Salvini dice a proposito del Procuratore Capo di Milano Borrelli, lo stesso che negli stessi ani appariva al grande pubblico come il capo degli eroi di “Mani Pulite”. Nel 1995 un suo sostituto, Pomarici (altro nome alquanto noto) attacca duramente Salvini sulla stampa: conduce indagini illegali e per di più malfatte: «Pomarici non argomenta, spara un colpo dietro l’altro. Le indagini di Salvini sono illegittime, dice, cosa che nemmeno i più agguerriti difensori degli ordinovisti hanno mai sostenuto. È incompetente per territorio, prosegue confusamente, avrebbe dovuto trasmettere gli atti a Catanzaro. Nei suoi atti non si parlava di piazza Fontana, ma solo di un reato di detenzione di armi commesso da Zorzi e prescritto. 36  Quanto a lui, non è  vero che era stato inerte, aveva chiesto a Salvini copie dei suoi atti ma inutilmente. Borrelli interviene a sostegno del suo sostituto: approva senza riserve quanto scrive Pomarici che, tiene a ricordare, è un magistrato “impegnato e coraggioso”. È un’aggressione a freddo, in coppia. Gode del sigillo di Borrelli, che rende quanto scritto infallibile e indiscutibile. Ma per chi conosce da vicino i fatti, quella che Borrelli copre è un’opera di manipolazione anche abbastanza rozza».

Qui Salvini spesso cede alla rabbia, ma ne ha ben donde. Accusato da Borrelli e Pomarici, finisce inquisito davanti al CSM (1996), mentre gli piovono addosso accuse, più o meno esplicite, di “protagonismo” da parte delle procure di mezza Italia. Troppo lungo sarebbe ricostruire qui l’iter dell’azione disciplinare contro Salvini. Ma pare bastino e avanzino le parole con cui egli commenta la sua assoluzione. Il gesto di Borrelli è «un’azione disonorevole non solo perché l’accusa è falsa, ma perché colpisce un uomo già a terra»; mentre, ad assoluzione ottenuta, apparirà chiaro che «Grazia Pradella[4] aveva reso dichiarazioni sconclusionate al Csm e questo, senza fare la minima verifica, pur non sapendo nemmeno di quale trasmissione si trattasse, ne aveva fatto un capo d’incolpazione contro di me. Ero stato incolpato di un’intervista fatta da altri, proprio da uno dei miei accusatori, e di una fotografia che non esisteva. Alla fine, nella motivazione dell’assoluzione nel procedimento ambientale, si leggerà che le accuse mosse da Grazia Pradella erano «prive di fondamento». A rigore, dopo la mia assoluzione, scoperto il vero autore dell’intervista, avrebbe essere elevata una incolpazione nei confronti di  Casson. Ovviamente ciò non è avvenuto, né Grazia Pradella è stata chiamata a rispondere di quella sua  “calunnia disciplinare”.

Nelle pagine finali  del libro, insomma, c’è l’aspetto forse più inquietante della vicenda. E il bello è che dovrebbe (e avrebbe dovuto) far “inquietare” proprio quei tanti “democratici” che per decenni hanno tuonato, nelle piazze e nelle sedi istituzionali, contro gli “insabbiatori”, i “depistatori”. Viceversa, dal racconto, preciso, puntuale, nonché ovviamente stradocumentato, di Salvini, appare chiaro come giudici elevati per anni a magistrati simbolo di questa “ansia di verità” abbiano fatto di tutto e di più per applicare il noto motto manzoniano: “troncare… sopire”.

La polemica di Salvini si accentra soprattutto sui giudici  Casson e D’Ambrosio. In sostanza e in breve, secondo Salvini non avrebbero fatto altro che impedire le sue indagini. Il primo, più scopertamente, accusandolo in pubblico di scorrettezze procedurali (con modi e metodi persino più duri dei difensori dei  fascisti indagati); il secondo, più sottilmente, semplicemente “dimenticando” di esaminare carte e documenti, archiviando fascicoli anche quando proprio non avrebbe né potuto né dovuto farlo:  «Nel 1995 D’Ambrosio, senza compiere un solo atto istruttorio, spedisce il suo fascicolo in archivio. Un tempo, un comportamento simile, atti in archivio senza alcuna iniziativa e proprio nel momento in cui qualcuno, nel mondo della destra eversiva, ha cominciato a parlare, sarebbe stato bollato come insabbiamento. Eppure è andata così… L’ho trovato in archivio e l’ho fotocopiato per intero, conservandolo per i probabili lettori increduli. Sarebbe cosa grave ma in fondo non mi riguarderebbe… se il fascicolo non fosse scomparso proprio mentre D’Ambrosio e la Procura intera lamentavano come un giudice istruttore  maleducato avesse usurpato il loro diritto a indagare, loro soli, su piazza Fontana. Mandavano contro il giudice esposti al Csm, ne sollecitavano il rapido trasferimento chissà dove».

Sarà un caso che entrambi sono finiti parlamentari col PDS- PD?

5 – L’Innominabile: da Salvini a Cucchiarelli

Mi sa proprio di no, visto che, come osserva amaramente Salvini, sul fronte politico chi gli ha fatto più ostacoli è stata proprio “la Sinistra”. Persino «il ministro della Giustizia nel governo di sinistra, l’onorevole Oliviero Diliberto, fa qualcosa che non accade quasi mai: impugna l’assoluzione pronunciata nei confronti del giudice dinanzi alla Corte di Cassazione. La Cassazione l’anno successivo gli dà sonoramente torto, confermando l’assoluzione, ma intanto un altro ostacolo è posto sulla strada già impervia del processo. Finisce così, è l’ultimo atto. Oliviero Diliberto non merita più di qualche riga. Quando ho iniziato l’indagine non avrei mai pensato che l’ultimo sussulto persecutorio sarebbe arrivato dall’unico ministro di Giustizia di estrema sinistra che l’Italia abbia mai avuto».

Fin qui, la storia narrata da Salvini. Lui, ovviamente, sarà assolto davanti al CSM da ogni imputazione. Nel 2005, la vicenda giudiziaria di Piazza Fontana si concluderà com’era scontato: con l’ennesima e ultima assoluzione in Appello.

Ha ben ragione allora Salvini a concludere che quella del 12 dicembre è una «storia cupa, di vergogna umana, politica e giudiziaria». Laddove quest’ultimo aspetto si è concretizzato, per dieci anni, in un «non fare nulla e proibire che altri facciano».

Ma: perché “eroici” e “coraggiosi” scopritori di scomode verità come Casson, D’Ambrosio, Borrelli, avrebbero dovuto mettere in atto questa manzoniana opera di addormentamento processuale, politico, di opinione?

A questa domanda, da dieci anni un giornalista, uno solo, tenta di dare risposta. Paolo Cucchiarelli con il suo libro, giunto quest’anno alla III edizione, sul “Segreto di Piazza Fontana” (Ponte alle Grazie editore). E, per così dire, idealmente il libro di Cucchiarelli inizia laddove termina quello di Salvini. Il giudice ha parole di vero apprezzamento verso l’indagine del giornalista romano. Non ci sarebbe niente di strano, se non fosse che sono state pressoché le uniche, a fronte, invece, di critiche e attacchi di ogni genere, spesso volgari e grossolani, giunti a Palo Cucchiarelli da ogni parte. Politici, giornalisti, reduci a vario titolo si sono accaniti negli anni contro l’indagine di Cucchiarelli con toni e parole quasi sempre degni di miglior causa. O, talvolta, di un pietoso silenzio. E in quest’opera di denigrazione non solo professionale, ma spesso anche personale, del lavoro di Cucchiarelli si è distinta proprio “la Sinistra”, in pressoché ogni sua componente: reduci e piddini, centri sociali e (presunti) maitre à penser del giornalismo “democratico e progressista”.  Un solo esempio, incredibile ma vero: su “Repubblica” del 1 aprile 2012, il senatore Miguel Gotor, democratico s’intende, scrisse che il libro di Cucchiarelli non andava manco criticato. Non se ne doveva parlare proprio.

 

Paolo Cucchiarelli ha avuto il merito di riaccendere il dibattito su piazza Fontana

 

Ma, cosa aveva (ha) di così (eufemismo) irritabile per la “Sinistra”  l’indagine di Cucchiarelli? In breve e in sostanza, due cose, tra loro collegate. Primo: Cucchiarelli fa un’opera in cui la “Sinistra” sembra latitare da decenni. Non sposa una tesi apoditticamente. Analizza fatti e ne trae conclusioni. Magari solo ipotesi, se volete. Ma comunque fondate, spiegate, supportate dai fatti. Cosa particolarmente indigesta per una “Sinistra” abituata a un  comodo (e alquanto poco marxista…) adagiarsi su un quasi “hollywoodiano” schemino “buoni-cattivi”. E qui arriva il secondo motivo di così tanto livore contro l’indagine di Cucchiarelli: parafrasando Vasco Rossi, nel 12 dicembre “non ci sono santi né eroi”. Cucchiarelli dimostra che, pur se certo, la regia del 12 dicembre è stata fascista, Valpreda sarà stato forse un martire, ma “santo” no di sicuro. Stesso discorso per Pinelli.

E questo, la stantia e pluridecennale missa solemnis del 12 dicembre proprio non può mandarlo giù. Non a caso, dice Salvini:  «Paolo  Cucchiarelli ha avuto il merito incontestabile di riaccendere il dibattito su piazza Fontana e sulle stragi di Stato, che dopo le assoluzioni del 2005 sembrava destinato all’oblio. Le sue tesi – condivisibili o meno  –  non possono essere ignorate. Le abbiamo prese in considerazione, sottoponendole di volta in volta alle varie fonti con le quali ci siamo confrontati».

Sarà un caso che del libro di Salvini nessuno ne parla da nessuna parte, nonostante che nel 2019 facciano cinquant’anni esatti dal 12 dicembre 1969? Sarà un caso che lo stesso capiti alla II edizione dell’indagine di Cucchiarelli? Credo proprio di no. Ma di questo, ne ripareremo quando si avvierà la (imminente) messa cantata solenne per il cinquantenario del 2 dicembre…

Concludendo: se li comprate, questi libri, fate cosa buona. Più per voi, che per gli autori. Non foss’ altro perché “chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. E basta vedere quanto sta accadendo alla Signora Segre per capire che non si tratta di retorica piagnona.

Ringrazio gli avvocati, amici e soci Valeria Londrino e Giovanni Spagna Musso per avermi chiarito come meglio non si poteva gli aspetti procedimentali della “guerra tra magistrati”, che talvolta Salvini, da magistrato, dà per noti al pubblico.       

[1] Una per tutte: M. Dondi, L’eco del boato, apparsa agli inizi del 2019. Non si contano gli errori oggettivi, le approssimazioni, e, talora, persino l’italiano traballante che infarciscono questo testo.

[2] Una viva e, a tratti, allucinante, ricostruzione della vicenda sta in L. Telese, Cuori Neri, 2006, p. 263  – 333. Una lettura che personalmente consiglierei soprattutto ai vecchi (in tutti i sensi)  corifei dell’ “antifascismo militante” e ai nuovi antagonisti “puri e duri”. Tipo la Signora De Majo, neoassessora alla Cultura del Comune di Napoli.

[3] Un solo esempio: l’episodio, raccontato da Digilio, della cena in completo stile medievale (incluso l’abito del maggiordomo) cui partecipa  Zorzi in un castello della Carinzia . E che Salvini, a titolo personale, va a visitare nel 2011.

[4] Il sostituto affiancato da Borrelli a Salvini all’inizio dell’inchiesta. Salvini aveva chiesto, data la sua complessità, un sostituto esperto sul tema, ma Borrelli gli aveva dato la Pradella, di fresca nomina e del tutto ignara, persino a livello di notizie giornalistiche, dei fatti del 12 dicembre.

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