“L’unione del gregge costringe il leone a coricarsi affamato”, recita un proverbio africano. Lungi da noi il voler considerare pecore le genti d’Africa ma questo antico adagio ci pare appropriato all’argomento che tratteremo, proprio per quel suo senso profondo, per quell’unione intesa come prospettiva e rimedio, come soluzione ma anche come deterrente di fronte alla minaccia del leone affamato imperialista.

Sarebbe troppo lungo condensare “qui e adesso”, “tutto e subito” anni di tranelli ed imboscate, opportunità sprecate e guerre fratricide inoculate dai soliti untori, peraltro già esaminate da varie prospettive, per cui ci limiteremo ad analizzare, in maniera sintetica, il contributo che alla causa africana ha dato Gheddafi e l’asse creatosi con Hugo Chavez.

La crisi del sistema turboliberista, entrata in una fase acuta con la crisi economica del 2008, ha spinto le potenze imperialiste, in primis la Francia di Sarkozy e Hollande e gli Stati Uniti del guerrafondaio democratico Barack Obama, a lanciarsi nelle guerre di “ricolonizzazione” dell’Africa.

Le tragedie della Costa d’Avorio, della Libia e del Mali, sono state alcune delle tappe più recenti di questa spedizione occidentale di predazione. Un rigurgito coloniale fatto di due livelli criminali differenti: uno “armato” di mitra e bombe e l’altro “munito” di telefoni satellitari, barconi, scafisti, broker e sedicenti volontari non governativi. Entrambi con gli stessi micidiali effetti: impoverimento e tribalizzazione di vaste aree e larghi strati della popolazione e, al contempo, arricchimento di signorotti locali, faccendieri e pescecani del mondo finanziario transnazionale.

L’esatto opposto del Continente giovane, orgoglioso e moderno immaginato dal Colonnello massacrato sei anni fa a Sirte dai traditori di un Paese e di un sogno, nascosti dietro la sigla Consiglio (anti)nazionale di transizione e sostenuti militarmente, economicamente ed “ideologicamente” dalle orde salafite, dai satelliti petro-monarchici e da celebrati riferimenti della gauche caviar quali Jean Ziegler, Illan Pappé, Tariq Alì, Samir Amin e soprattutto Bernard Henry Levy.

Dire Gheddafi è dire Fondo Monetario Africano, alloggi popolari decorosi, Banca Centrale Africana, telecomunicazioni moderne, trasporti integrati, Stati Uniti d’Africa. La Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare e Socialista del colonnello, amato quando doveva salvare banche e aziende di casa nostra e poi ripudiato da Berlusconi e dal centro-destra-sinistra a telegiornali ed appetiti unificati per garantirsi i favori dello Zio Sam, non aveva debito pubblico, mentre sotto questo gigantesco macigno crollano le potenze democratiche occidentali seppellendo i propri popoli.

La guerra di rapina condotta contro la Libia e la sua occupazione da parte delle potenze imperialiste, anche per il tramite delle bande salafite, oltre al furto del petrolio ha portato anche al saccheggio di 200 miliardi di fondi sovrani libici depositati in banche occidentali e 15mila tonnellate d’oro della Banca centrale libica. Gli otto mesi di intensi bombardamenti NATO hanno distrutto le infrastrutture strategiche.

Con il pretesto della ricostruzione, le imprese occidentali in crisi, soprattutto quelle francesi, hanno avuto una boccata d’ossigeno. Le sovrafatturazioni dei lavori hanno fatto sprofondare la nuova Libia “democratizzata” nella spirale infernale del debito pubblico illimitato. Proprio quello che il colonnello, assassinato insieme a 100mila suoi compatrioti, ha sempre voluto evitare con la lotta antimperialista per la liberazione dell’Africa e quel sogno romantico e visionario che risponde al nome di Stati Uniti d’Africa (SUA).

Un insieme di paesi sovrani potenti, prosperi e capaci di difendersi da ogni aggressione esterna e di competere sullo scacchiere internazionale con gli altri attori.

Gheddafi aveva capito prima di molti altri che i singoli stati non avrebbero potuto resistere da soli all’offensiva su larga scala del mondialismo turbocapitalista.

La Grande Jamahiriya Araba Libica Popolare e Socialista era un paese prospero. La popolazione possedeva il livello di vita più elevato dell’Africa e un grado di sviluppo economico molto avanzato. La politica economica per l’Africa di Gheddafi è stata contraddistinta dagli ingenti investimenti della Libya Arab Africa Investment Company (LAAICO) nei paesi a sud del Sahara e dalla destinazione di ingenti risorse al potenziamento delle infrastrutture e all’ammodernamento dei settori bancario, agricolo, alberghiero, energetico, turistico, dei media, delle telecomunicazioni e del trasporto aereo.

Nel settore del trasporto aereo, per rompere il monopolio delle compagnie europee, è stata creata la compagnia aerea Afriqiyah il cui logo è “9.9.99”, data della nascita dell’Unione africana (UA) a Sirte, che ha sostituito la vecchia “Air Africa”, in fallimento. Al leone di Qasr Abu Hadi è legata anche la rivoluzione nel mondo delle telecomunicazioni, con il lancio del primo satellite africano per telecomunicazioni (Rascom 1), avvenuto il 26 dicembre 2007. Con un impegno di 300 milioni su un totale 400 milioni di dollari, è stato spezzato il monopolio dell’affitto del satellite europeo Intelsat per la telefonia, che costava ai popoli africani 500 milioni di dollari l’anno. Il costo di una conversazione telefonica in Africa era il più caro al mondo a causa di questa soprattassa.

Nel campo finanziario e monetario, Gheddafi ha dato inizio ad importanti progetti: la creazione del Fondo Monetario Africano (FMA), della Banca Centrale Africana (BCA) e della Banca Africana degli Investimenti (BAI). Strumenti formidabili per consentire all’Africa di liberarsi del giogo del FMI, dei tassi micidiali dei suoi prestiti finanziari e del regime coloniale di asservimento imperniato sul “franco della comunità finanziaria africana”.

Tra i sogni di Muammar Gheddafi, uno dei più ricorrenti era quello di fornire acqua fresca a tutti i libici e per rendere la Libia autosufficiente nella produzione alimentare. Fin dai suoi primi passi, il governo della Jamahiriya ha proceduto alla nazionalizzazione delle compagnie petrolifere, destinando buona parte dei proventi dell’oro nero alla costruzione di centinaia di pozzi. I primi studi di fattibilità risalgono addirittura al 1974. Nel 1983 fu istituita l’Autorità del Grande Fiume Artificiale, un progetto finanziato interamente dal governo e programmato in cinque fasi, senza oneri a carico del popolo o prestiti internazionali. Su carta, il costo del progetto era di quasi 30 miliardi dollari. Nel 1996, durante l’apertura della seconda fase del progetto del Grande Fiume Artificiale​​, Gheddafi disse: “Questa è la risposta più grande all’America e a tutte le forze del male che ci accusano di coinvolti nel terrorismo. Noi siamo solo coinvolti nella pace e nel progresso. L’America è contro la vita e il progresso, e spinge il mondo verso l’oscurità”.

Al tempo dell’aggressione guerra guidata dalla NATO contro la Libia nel 2011, erano state completate già tre fasi del progetto Grande Fiume Artificiale. La prima e più importante ha consentito la fornitura di due milioni di metri cubi di acqua al giorno attraverso la super conduttura di 1.200 km da Bengasi a Sirte, inaugurata nell’agosto del 1991. Con la fase due, la fascia costiera occidentale e Tripoli hanno potuto beneficiare di un milione di metri cubi di acqua al giorno. La terza fase prevedeva l’espansione del sistema esistente e la possibilità per Tobruk e la costa di avere un nuovo sistema di pozzi. I “fiumi” pensati dagli ingegneri libici, sono una rete di 4000 chilometri di tubi in cemento di 4 metri di diametro, sepolti sotto le sabbie del deserto per evitare l’evaporazione. I numeri sono impressionanti non solo per i parametri africani: 1.300 pozzi, 500.000 sezioni di tubo, 3.700 chilometri di strade e 250 milioni di metri cubi di scavo. Indipendenza idrica ma anche autarchia: tutto il materiale utilizzato per l’opera è stato prodotto localmente. Il Grande Fiume Artificiale, una volta ultimato, avrebbe consentito di ottenere circa 155.000 ettari di terra da coltivare, rendendo “il deserto verde come la bandiera della Jamahiriya libica”, per usare le parole di Gheddafi.

Durante i bombardamenti del 2011, sono stati colpiti dalle bombe il Grande Fiume, le sue condutture di alimentazione nei pressi di Brega e la fabbrica che produce i tubi per ripararlo. La fornitura di acqua per il 70% della popolazione, sia per uso domestico che per l’irrigazione, è stata compromessa.

Le “colpe” gravi di Gheddafi sono facilmente riassumibili: La Libia era l’ultimo nell’elenco dei Paesi indebitati (il debito era il 3,3% del PIL, un’inezia rispetto al paese aggressore (la Francia) dov’è è l’84,5%. La luce e l’acqua calda erano gratuite, il prezzo di un litro di benzina era di 0,08 euro, le banche libiche prestavano senza interesse, i cittadini non pagavano tasse, ogni famiglia libica, su presentazione del libretto di famiglia, riceveva l’equivalente di 300 euro di aiuti al mese, ad ogni studente meritevole che voleva studiare all’estero, il “governo” dava una borsa di studio di 1627,11 euro al mese.

Il sogno africano del Colonnello diventa scintilla nel cuore del Comandante Hugo Chavez

“Siamo nelle condizioni di poter sconfiggere l’imperialismo occidentale e creare un mondo più bilanciato”. Così Chavez, il 22 ottobre 2010. parlando dell’integrazione tra gli Stati dell’Africa e dell’America Latina, della promozione del fronte sud-sud con il colonnello.

In una bellissima lettera, diretta al terzo summit America Latina-Africa (25 febbraio 2013), il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, tornava sui legami storici e sulla comunanza di destini tra America del Sud ed Africa, per troppi anni incatenate dallo schiavismo, dal colonialismo e dall’imperialismo.

Nella missiva letta all’insieme di delegazioni dal ministro degli Esteri Elias Jaua Milano, il Comandante scriveva che “America del Sud e Africa sono uno stesso popolo. Si riesce a comprendere la profondità della realtà sociale e politica del nostro continente, nelle profondità dell’immenso territorio africano, dove, sono sicuro, ha avuto origine l’umanità”.

“Gli imperi del passato, continuava il leader venezuelano, colpevoli del sequestro e dell’assassinio di milioni di figli e figlie della madre Africa, col fine di alimentare un sistema di sfruttamento schiavista nelle sue colonie, seminarono nell’America Latina sangue africano guerriero e combattivo, che è arso dal fuoco che produce il desiderio di libertà. Questa semina è germogliata, e la nostra terra partorì uomini della grandezza di Toussaint Louverture, Alexander Petion, Josè Leonardo Chirino, Pedro Camejo, tra gli altri, dando come risultato, da più di 200 anni, l’inizio di un processo indipendentista, unionista, antimperialista nell’America Latina e Caraibica. Coloro che in passato ci conquistarono, accecati dalla loro sete di potere, non seppero percepire che il colonialismo barbarico che ci imponevano, si sarebbe convertito nell’elemento fondatore delle nostre prime indipendenze”.

L’auspicio e la memoria storica diventano manifesto politico: “se l’America Latina e Caraibica assieme all’Africa condividono un passato di oppressione e schiavitù, oggi più che mai, siamo figli dei nostri libertadores e delle loro gesta, possiamo dire, dobbiamo dirlo con convinzione e fermezza, ci unisce anche un presente di lotta irrinunciabile per la libertà e definitiva indipendenza delle nostre nazioni. Non mi stancherò di ripeterlo: siamo uno stesso popolo. Siamo obbligati a incontrarci, oltre alla formalità e i convenevoli, in uno stesso sentire delle nostra unità, e assieme dare vita all’equazione che verrà applicata nella costruzione delle condizioni che ci consentono di togliere definitivamente i nostri popoli dal labirinto nel quale furono cacciati dal colonialismo e in seguito dal capitalismo neoliberale del XX secolo. I tempi che vive il mondo attualmente ci obbligano a dedicare le nostre più profonde e urgenti riflessioni allo sforzo che richiede la trasformazione dell’ASA in uno vero strumento generatore di sovranità e sviluppo nel sociale, nell’economia, nella politica e nella tutela ambientale. Nei nostri continenti dove si trovano sufficienti risorse naturali, politiche e storiche, che servono per salvare il pianeta dal caos in cui è stato condotto. Non perdiamo l’opportunità che il sacrificio indipendentista dei nostri predecessori ci offre al giorno d’oggi, di unire le nostre capacità per condurre le nostre nazioni verso un autentico polo di potere, che, per dirlo con le parole del padre Libertador Simon Bolivar, sia più grande per la sua libertà e gloria che per la sua estensione e ricchezze”.

Il giorno dopo la sua rielezione nel 2012, Hugo Chavez, intervenendo sulla situazione della Siria e della Libia, parlava di “crisi pianificate, provocate e prodotte dall’esterno” e di “un mondo entrato in una nuova era imperiale”.

E sui leader europei e le ragioni dell’intervento in Libia: “Le riserve monetarie della Libia erano 200 miliardi di dollari in un paese di sei milioni di abitanti. I leader europei mi ha hanno chiesto con insistenza: perché non parli con Gheddafi per mettere parte delle sue riserve nelle nostre banche? E alla fine gliel’hanno rubate. Le riserve nazionali della Libia sono scomparse. Che cinismo. 200 miliardi di euro sono cadute a fagiolo per la crisi europea. L’hanno fatto passare per i conti personali di Gheddafi, ma erano i conti della Libia e ora sono nelle banche europee o americane”.

La conclusione di Chavez era di quelle che distinguono il semplice governante dal grande statista, il burocrate dal leader: “Se solo in questo mondo arrivasse l’era dell’umanità…”.

Un’era probabilmente ancora lontana ma non lontanissima. L’esito delle elezioni regionali in Venezuela, nonostante tutte le ingerenze esterne, e le tante commemorazioni in ogni parte del globo del Colonnello Gheddafi, a sei anni dal suo assassinio, dimostrano che non tutto è perduto.

2 COMMENTI

  1. Bellissimo articolo, da diffondere sopratutto ai nostri cosiddetti “sinistri” che litigano tra di loro e nessuno parla di superamento di questo sistema capitalista e di cosiddetto “libero mercato” che tanti danni ha fatto e continua a fare. alvaro

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