È innegabile che per corroborare un’analisi di tutti gli elementi, soprattutto  in un ambiente come quello mediorientale, si debba necessariamente  iniziare a distinguere tra le politiche regionali di paesi quali Qatar, Arabia Saudita e Turchia per provare a dare un senso agli eventi passati e futuri.

Per comprendere le differenze tra Al Nusra e IS bisogna necessariamente osservare le finalità strategiche di chi li ha finanziati e creati. Per l’Arabia Saudita, l’influenza Jihadista è stata usata soprattutto per abbattere un alleato di Teheran, quale è Damasco, nella lotta infinita tra l’Arabia Saudita e l’Iran nella regione. Al contrario Doha e Ankara hanno sostenuto lo stato islamico per motivi diversi: liberarsi di Assad, disarticolare i territori Curdi e soprattutto la possibilità per Doha di espandere la sua influenza grazie ad una forma di Islam Politico. Non va dimenticato nemmeno il tentativo neppure troppo velato di compromettere le relazioni tra Riyadh e Langley da parte del Qatar.

Militanti dello Stato Islamico

Militanti dello Stato Islamico

Per dimostrare le fondamentali discrepanze tra Qatar e Arabia Saudita basterebbe osservare gli sviluppi in Egitto in questi ultimi anni. Morsi era notoriamente un prodotto americano della Fratellanza Mussulmana, legato a doppio filo con Doha. Il colpo di Stato del Generale Sisi, finanziato a sua volta dall’Arabia Saudita, ha di fatto bollato come associazione terroristica i fratelli musulmani e messo fuori legge Morsi. Questo evento ha posto fine al periodo d’oro delle primavere arabe sostenute dal duo Qatar/Turchia e dalle amministrazioni Bush/Obama, illusi di poter mantenere inalterata la propria l’influenza in M.O.

Le conseguenze di questa crescente animosità tra Doha e Riad ha portato l’Arabia Saudita ad obbligare Doha a firmare un protocollo politico di intesa nel 2014, dinnanzi all’emiro del Kuwait, in cui il Qatar si impegnava a non finanziare organizzazioni politiche come i fratelli Musulmani, palesemente in contrasto con le strategie saudite.

 

Gran parte dei motivi per cui il filone islamico-radicale Wahabita-Saudita pare aver prevalso (motivo per cui Al Qaeda è divenuta l’opposizione moderata per i media main stream, in contrasto allo Stato Islamico) è da imputare alle correnti Atlantiche dominate dai Neocons statunitensi e dai vari movimenti Sionisti, che vedono nell’Iran il principale problema da risolvere in Medio Oriente. Questa priorità strategica ha obbligato Washington a puntare sulla casa Saudita dando mano libera soprattutto alle fazioni interne che hanno visto prevalere Bin Salaman e la sua politica estremamente radicale.

Al Centro il Re Salaman, alla sua destra il Principe Nayef e alla sua sinistra suo figlio Bin Salaman.
Al Centro il Re Salaman, alla sua destra il Principe Nayef e alla sua sinistra suo figlio Bin Salaman.

L’Arabia Saudita, grazie a Bin Salaman ha così iniziato a foraggiare con insistenza elementi legati ad Al Qaeda (Al Nusra) e colpire simpatizzanti di Tehran come i Houthi in Yemen. Contrariamente a quanto si potrebbe presumere Doha ed Ankara non hanno mutato il loro atteggiamento, ma anzi hanno comunque continuato a finanziare e facilitare l’ingresso in Siria e in Libia, di mercenari stranieri provenienti dal Caucaso per farli arruolare nello Stato Islamico in arrivo dall’Iraq, saturo di armi americane sequestrate a Mosul.

In un ginepraio del genere gli americani hanno preferito non rischiare, giocando attivamente su tutti i tavoli usando il caos come estrema ratio. Washington ha impostato una serie priorità ben specifiche in relazione ai propri alleati e li ha classificati in base all’importanza e al successo delle loro strategie. Una volta fallito l’assalto Qatariano-Turco mediante la faccia presentabile dei fratelli Musulmani e delle primavere arabe, si è passati a quella impresentabile e occulta dell’ISIL, per poi tuffarsi sui Sauditi e il loro fronte di Al Nusra. L’ultimo livello di sostengo era indirizzato ai così detti fantomatici combattenti dell’Esercito Libero Siriano, sostenuti da tutti e da nessuno. Nella pratica un prestanome per convogliare armi e sostengo finanziario o allo SI o ad Al Qaeda.

Tornando alle differenze principali nella regione, una chiosa andrebbe posta su come il Wahabismo tradizionale sia stato adottato in versione morbida dal regno Saudita mentre la sua trasposizione in ambienti come Al Qaeda/IS sia rimasta inalterata. A tal proposito è utile sviscerare i cambiamenti interni al regime saudita per comprendere la direzione futura in cui la dinastia Saudita sta volgendo.

L’attuale Re Salaman, uno dei più grandi alleati di Washington, ha eliminato il Principe Muqrin dalla linea di successione e innalzato il proprio figlio Bin Salaman quale probabile suo erede. Bin Salaman ha due elementi che lo differenziano profondamente dall’attuale Re e dal Principe Nayef (teorico erede al trono, dopo Salaman e da sempre l’uomo forte di CIA e Pentagono a Riyadh): è abituato ad utilizzare proxy esterni per raggiungere i suoi obiettivi strategici (anche se in contrasto con i desiderata di Washington come nella guerra in Yemen) e ha la necessità immediata di proiettare la sua ‘forza’ all’interno del regno, avendo solo 30 anni. Il mezzo con cui rinforzare la sua posizione è stata la tragica e disgraziata guerra in Yemen e il finanziamento senza sosta di Al Nusra in Siria.

Il complesso Pentagono/Wall Street ha per anni sostenuto Riyadh nel finanziare ed armare Qaedisti e nel 2006 li ha apparentemente aiutati nelle grandi pulizie avvenute nel regno. La realtà ci dimostra come sia semplicemente stato facilitato lo spostamento di questi elementi dalla penisola arabica all’Asia Centrali e nel Caucaso dal 2007 in poi.

Per comprendere le strategie degli attori regionali bisogna forzatamente distinguere tra sfumature a volte impercettibili e spesso sottovalutati. Naturalmente ciò non vale per Washington le cui finalità sono del tutto diverse e molto meno complicate. Il principale fine è semplicemente aumentare il caos nella regione per evitare l’emergere di un egemone regionale (che sia Turchia, Arabia Saudita o Iran). Visto in questa maniera, tutto il quadro medio orientale risulta certamente più comprensibile in termini di scelte strategiche, finanziamento, assistenza, alleanza e supporto.

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