“L’accordo di libero scambio tra Ue e Stati uniti è iniquo. L’Europa non dovrebbe firmarlo”. Lo sostenne più di un anno fa Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, nel corso di una lectio magistralis nella nuova aula dei gruppi parlamentari della Camera.

In cosa consiste questo accordo, così grande da dover essere stigmatizzato niente meno che da un premio Nobel per l’economia durante una lectio magistralis ai parlamentari?

COS’E’ IL TTIP

Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) è un trattato bilaterale di libero scambio in corso di negoziato dal 2013 da Usa e Unione Europea. L’obiettivo di questo accordo è quello di creare la più grande area di libero scambio mai esistita, quella comprendente per l’appunto UE e USA (50% ca. Pil mondiale e 33% ca. commercio globale). Per liberalizzare i mercati- ovviamente- vanno abbattute le barriere doganali, tariffarie e non, per permettere a tutte le imprese sia americane che europee di poter accedere ai rispettivi mercati. Mentre abbattere le barriere tariffarie (per intenderci, le tariffe doganali) può rivelarsi una mossa politicamente ed economicamente semplice, abbattere le barriere non tariffarie sembrerebbe essere ad oggi la più grande difficoltà presentatasi sulla strada delle negoziazioni. Ecorys (società di consulenza e ricerca economica) difatti pone in una delle sue analisi più azzardate a riguardo la possibilità di poter eliminare circa il 50% delle barriere tariffarie, dato corretto in una seconda analisi più realistica che vede come soglia il 25%. Purtroppo nell’analisi sono state estromesse le conseguenze sociali o ambientali e fenomeni di spillover, vale a dire che sono state ignorate misure quantitative di benefici o danni indiretti, tramite un modello di calcolo molto in voga alla Banca Mondiale (Computable General Equilibrium). Una delle principali barriere è rappresentata dall’etichettatura dei cibi. La cultura culinaria (e di controllo) è molto diversa tra le due sponde dell’oceano, e addirittura nella sponda europea è talmente tanto diversificata che l’Unione Europea non è mai potuta intervenire a riguardo, essendo ogni stato autonomo a livello normativo in questo campo. Un esempio chiaro di ciò è l’etichettatura per IG (Indicazioni Geografiche) molto in voga in Italia: stiamo parlando dei prodotti DOP e DOC. Questi prodotti hanno nella loro provenienza specificità e unicità, e su questi prodotti si basa un volume consistente delle esportazioni italiane. La qualità indiscutibile dei prodotti italiani, però, potrebbe essere attaccata da prodotti “fac-simile” stranieri, grazie all’invasione di prodotti di multinazionali stranieri sui mercati nazionali. Così, per esempio, il nostro prosciutto di Parma potrebbe diventare fortemente sostituibile con il “Parma Ham” straniero, semplicemente perché nel paese in cui viene prodotto sarebbe stato registrato così. E chi di questi tempi, ovviamente, non cederebbe alla tentazione di comprare un prodotto di più scarsa qualità ma con un prezzo assai inferiore? Si verificherebbe così uno shock per le esportazioni italiane.

Lo shock non sarebbe solo un caso italiano. Secondo lo studio della Fondazione Bertelsmann  (TTIP: who benefits from a free trade dial) infatti vi sarebbe un riorientamento sull’asse Usa-Ue dei flussi di commercio, così come all’interno dell’unione stessa: l’import export tra Stati uniti e Germania (paese trainante dell’economia europea) crescerebbe del 93%, mentre il commercio intra-europeo crollerebbe (-41% con la Gran Bretagna, -29% con l’Italia e -23% con la Francia). Questo sembrerebbe assurdo se si pensa che alla base del processo di creazione dell’UE vi è proprio l’integrazione dei mercati comunitari: effetti di questo genere, a causa della monete unica e dell’impossibilità di attuare politiche inflazionistiche (svalutare la moneta per consentire maggiori esportazioni), porterebbero ad una politica di licenziamento da parte delle imprese per poter tornare competitive sui mercati. A rimetterci sarebbero ancora una volta i lavoratori.

Siamo totalmente nelle mani dei mercati? È la politica che governa l’economia o l’economia che governa la politica? Fin troppe volte ci si è posti questo interrogativo, trovando molto spesso risposte contrastanti ed episodiche. Non esiste una risposta univoca a questo intrigante interrogativo, ma molte indizi fanno propendere verso la seconda ipotesi: negli anni della crisi economica, della recessione, della disoccupazione, ciò che più conta al mondo è la corsa al dato economico, all’indice di benessere, trascurando il fatto che molto spesso questi dati possono essere ambigui e mostrare solo un tipo di benessere, quello monetario, che ben sappiamo non essere né l’unico né il più importante (si osservi a riguardo il “paradosso della felicità” di Easterlin). Per questo secondo molti il TTIP non andrebbe assolutamente accettato, perché- tornando a Stiglitz- “i costi relativi alla salute, all’ambiente, alla sicurezza dei cittadini sarebbero enormi”. E queste sono variabili sicuramente più importanti della moneta.

Sergio Inferrera