Al pari dei maggiori Paesi europei, anche l’Italia ha vissuto, negli ultimi settant’anni, alcune catastrofi politiche che ne hanno condizionato alla radice lo sviluppo: la sconfitta bellica nel secondo conflitto mondiale e il terremoto istituzionale degli anni ’90 che ha spazzato via il ceto politico dirigente della Prima Repubblica. Entrambi questi sconvolgimenti han portato con sé altrettante rese incondizionate di sovranità: militare nel primo caso, con l’adesione al Blocco Atlantico a guida statunitense; politico-strategica nel secondo, con la sottomissione ultima della nostra classe politica ai diktat di Washington a termine di decenni di più o meno importanti tentativi di autonomia troncati sul nascere (i casi Mattei e Moro, il caos della strategia della tensione, il governo Craxi).

Con la Seconda Repubblica, quindi, l’Italia ha seguito supinamente i destini del cosiddetto Occidente, adeguandosi a diventare di volta in volta mercenaria per conto Usa nelle guerre dell’imperialismo americano, utile laboratorio per gli esperimenti neoliberali dell’Unione Europea e infine centro accoglienza di lusso per i traffici  dell’immigrazione di massa. Adesso i tempi sono maturi per un terzo passaggio, quello terminale, che eliminerà anche quegli ultimi residui di sovranità – economica – che Bruxelles non ha già intaccato.

Se in Italia è stato possibile scardinare le leve di una politica finanziaria nazionale attraverso il MES e l’obbligo costituzionale del Pareggio di Bilancio, il TTIP sarà lo strumento che colpirà, per poi devastarlo, il cuore della nostra economia: non le grandi industrie, già in mani straniere o
comunque diversamente associate alla grande finanza occidentale, ma le piccole e medie imprese esportatrici, il grande complesso dell’agricoltura, gli operai metalmeccanici e i lavoratori dell’industria alimentare.

Ma cos’è il TTIP?
Il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) o TAFTA (TransAtlantic Free Trade Agreement), come cui a volte ci si è voluto riferire, non casualmente, per richiamarsi al NAFTA (North American Free Trade Agreement), è un accordo commerciale in avanzato stato di definizione da siglarsi tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Come si dichiara in merito nel sito dell’UE (http://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ttip/about-ttip/), il proposito del TTIP è quello di snellire le operazioni di carattere economico tra le due sponde dell’Atlantico, tramite la rimozione delle barriere non tariffarie e la creazione di identici standarddi riferimento in merito a regolamenti tecnici e procedure varie nell’ambito della libera circolazione delle merci.

Ora, questo Accordo di Libero Mercato ha dei precisi risvolti geoeconomici, specchio delle sfide che la politica estera americana già si trova ad affrontare per mantenere gli Usa unico arbitro del mondo: lo scontro commerciale a lungo termine con la Cina (da cui il “pivot-to Asia”) in Africa e in Estremo Oriente, il perdurare di una crisi sistemica e organica al blocco euroamericano di cui non si prevede la fine, l’antagonismo con alcune grandi e medie potenze emergenti (i BRICS, certo, ma anche le nazioni sudamericane non allineate).

Scosse evidenti di un riassestamento che gli Stati Uniti vogliono ancora controllare senza per questo cedere di un metro sulle posizioni già consolidate, sull’Europa in primo luogo. Il senso del TTIP è infatti quello di rivitalizzare l’economia in crisi del Primo Mondo, legando a doppio filo politico-economico i destini d’Europa a quelli d’Oltreoceano e separandoli da quelli che del nostro continente sarebbero i partner “naturali”, la Russia e, sempre più, la Cina.

Le clausole che regolamentano questo Partnerariato Transatlantico sono tenute segrete, discusse solo da un manipolo di “esperti” tra Commissione Europea e il ministero del Commercio Usa, ma, dai pochi documenti “leaked” e dagli studi (di rigorosa matrice atlantista) sul tema, possiamo dire che si tratta del più grande tentativo di deregolamentazione economica di sempre, che riguarda i due più grandi mercati del pianeta.

Il TTIP punta ad abbattere tutto l’insieme di quelle norme che i negoziatori dell’Accordo ritengono d’ostacolo alla libertà di commercio, regole che disciplinano lo scambio di prodotti agricoli e industriali al fine di raggiungere il massimo della liberalizzazione a livello di investimenti. Naturalmente, per realizzare questo progetto, Usa e Ue devono armonizzare le loro normative in tutti i settori cardine, e, inutile a dirsi, i regolamenti statunitensi sono molto meno rigidi di quelli europei quasi in tutti i casi, il che porta a pensare che questa convergenza verrà fatta – sulla base dei modelli del capitalismo liberista – attraverso l’allineamento delle norme meno flessibili, quelle europee, su quelle americane. Cosa comporti questo per l’Italia è facile a immaginarsi. Il nostro mercato interno, in quanto membri dell’Eurozona, verrà disciolto in quello americano, e vedremo l’arrivo massivo di prodotti a basso costo – grazie alla soppressione dei dazi – dagli Stati Uniti.

Di tutto: bistecche agli ormoni, polli lavati con la clorina, prodotti con additivi tossici il cui uso oggi è vietato, OGM. Tutti prodotti cheentreranno in concorrenza con quelli italiani, squalificandoli in virtù della maggiore visibilità e dei minor costi. In aggiunta, la liberalizzazione potrebbe proseguire anche su servizi essenziali – trasporti, energia, l’acqua, la sanità – e “meno essenziali”, come quello dell’industria culturale, o strategici, nel caso di un alienamento delle proprietà intellettuali (pensiamo ai brevetti militari). Nel rapporto del 17/6/2013 sul Trattato Transatlantico adottato dal Consiglio dell’Ue è specificato come a essere toccati saranno anche i monopoli statali e i mercati pubblici a OGNI livello, dal nazionale al locale.

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