E l’Italia?

In breve, che cosa ha da perdere l’Italia dall’entrata in vigore del TTIP? Semplice. Tutto quanto, a ogni livello.

Allo stato attuale, per esempio, l’Ue rappresenta ancora il principale mercato di sbocco delle nostre esportazioni in agricoltura (assorbendone il 50%) mentre per l’industria alimentare nazionale l’Europa porta con sé il 16% del fatturato interno. Ma con l’entrata in vigore dell’Accordo tutto questo è destinato a cambiare notevolmente. Innanzitutto le nostre esportazioni alimentari verso il continente subiranno una flessione, dovuta
all’invasione che i mercati europei e nazionali avranno di prodotti americani a basso costo che snatureranno la vocazione territoriale della nostra industria, il che non consentirà di certo di cogliere altre opportunità sul teatro continentale. Nelle importanti esportazioni verso gli Stati Uniti (che sono al 2014 il nostro primo partner commerciale con un surplus di 25 miliardi di dollari) non vi saranno miglioramenti sul lungo periodo, se è vero che l’Italia ha potuto, durante la crisi, rosicchiare fette di mercato internazionale puntando molto sulla qualità e su norme protettive stringenti che però saranno livellate agli standard americani, molto più basse.

Più in generale, l’Italia si è conquistata il suo spazio puntando sulle esportazioni, a detrimento del mercato nazionale, non generando domanda interna a seguito dell’austerity e della crisi dei consumi, con lo spettro di vedere ora un declino anche su questo scenario. I rischi dell’occupazione nel settore sono enormi: con un milione e trecentomila occupati nel settore agroalimentare (5,6% del totale occupati), non considerando quelli coinvolti a vario titolo nella ristorazione, quello che si va prefigurando è un vero disastro umanitario. Il tutto in un Paese dove lo Stato non investe e i produttori privati non ricevono credito.

Questo tipo di disordine organizzato è peraltro palese in ogni settore, non soltanto in quello agroalimentare. I sostenitori del TTIP ne propagandano l’efficacia quando parlano dell’aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti, particolarmente per i settori automobilistico e metallurgico, mamentono sapendo di mentire, se è vero che la maggiorparte dei rapporti pro-TTIP sono commissionati dalle stesse lobby che ne invitano
l’attuazione. Quando si prevede un incremento del PIL europeo dello 0,5% (rapporto CERP) ma non viene specificato che l’aumento del PIL è calcolato al 2017, non è inutile sottolineare che in questo caso l’incremento annuo sarebbe dello 0,03 % circa. Il che è dire che non vi sarà alcun aumento delle esportazioni, se non puramente statistico. Più inquietante è l’impatto sul mondo del lavoro, nonostante le rassicurazioni del Commissario Europeo per il Commercio Karel De Gucht su un aumento di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Se si analizza lo studio che la Valutazione di Impatto del TTIP della stessa Commissione Europea ha elaborato (http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/march/tradoc_150759.pdf), leggiamo frasi sconcertanti: “Il risultato dell’aumento degli scambi commerciali con gli USA è uno shock iniziale nei settori più colpiti e può portare a ristrutturazioni dei settori interessati”, e ancora “Settori come quelli dei produttori di carne, di fertilizzanti, bioetanolo e zucchero risentiranno dell’impatto dei vantaggi competitivi dell’industria USA sulle controparti europee e dei successivi effetti negativi sull’industria europea”.

Il rapporto della Valutazione di Impatto prevede inoltre una flessione produttiva anche nel settore metallurgico, dei mezzi di trasporto e in altri settori fondamentali, concludendo che si potrebbero verificare “rilevanti e prolungati costi di adeguamento”. Se non ci fosse già di monito l’esempio del NAFTA, è chiaro cosa questo comporti, perché il lessico del liberismo è sempre il medesimo: non di aumento di posti del lavoro si parla, ma di “trasformazione occupazionale”, di un trasferimento di personale dai settori più svantaggiati rispetto alla concorrenza Usa verso settori più competitivi. Ovvero, se un metalmeccanico italiano è meno competitivo rispetto al suo omologo americano, l’italiano abbandona la fabbrica – che verrà poi delocalizzata oltreoceano – e si ricicla, a sue spese, in altri ambiti, al di fuori del proprio ambito lavorativo d’origine. Che il fantasma della disoccupazione sia realistico lo conferma anche Damon Silvers, direttore politico dell’Afl-Cio, la più grande Confederazione sindacale degli Usa: “L’obiettivo del TTIP è delocalizzare le produzioni dei brand europei negli Usa dove la manodopera costa meno, e poi rivendere i prodotti in Ue […] Un po’ come sta succedendo con la Fiat-Chrysler. Ma se noi vi rubiamo il lavoro perché offriamo alle aziende salari più bassi, voi che cosa fate? I disoccupati. Che non comprano più nulla perché non hanno soldi.”Delocalizzazioni, disoccupazione di massa organizzata, precarizzazione delle esistenze, sfibramento del tessuto sociale, insieme alla definitiva consegna dell’economia nazionale ai grandi mercati apolidi angloamericani, questo è l’Eden transatlantico che lo zio Sam prepara per noi. Ancora prematuro stabilire delle tempistiche, in quanto non ci è noto quanto siano avanzati i tavoli di discussione negli ultimi mesi e altri fattori, tra cui il nodo focale delle prossime presidenziali americane e alcune resistenze – privilegio dei subdominanti – che le dirigenze francesi e tedesche ancora oppongono al Trattato potrebbero far slittare di un certo tempo la firma conclusiva che, ricordiamo, ha bisogno della ratifica di ogni singolo parlamento nazionale dell’Ue.

Siamo di fronte al completamento della terza fase di una strategia di digestione dell’Europa che procede da lontano. In ogni caso sarà la fine dell’Italia per come l’abbiamo conosciuta, e vista la “pronitudine” di cui una parte del nostro popolo ha dato prova negli ultimi anni, potremmo dire che non sia del tutto un male. Potremmo.

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