In questi ultimi mesi, la posizione strategica ed economica del “vecchio continente” è seriamente minacciata dall’iniziativa statunitense del Trans-atlantic Trade and Investment Partnership (TTIP). L’idea di Washington è quella di creare un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa che dovrebbe deregolamentare il mercato tra le due sponde dell’Atlantico, con particolare riferimento a prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti, energia e materie prime, misure sanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, sviluppo sostenibile, composizione delle controversie, stimolo della concorrenza, facilitazione dell’interscambio e gestione delle imprese di proprietà statale. Ancor prima dell’inizio delle trattative finalizzate a dar concretezza al progetto di “area di libero scambio transatlantica”, quasi tutti i governi europei hanno immediatamente enfatizzato le ricadute benefiche che la costituzione di un mercato unico completamente liberalizzato consentirebbe di generare, facendo esplicito riferimento al presunto incremento del PIL complessivo, alla crescita (altrettanto presunta) del reddito pro capite e alla creazione (ancor più presunta) di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.

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Queste conclusioni si basano ovviamente sulle tesi “dal lato dell’offerta”, secondo cui operando in questo modo si alimenterebbe la concorrenza, determinando una corsa al ribasso sui costi che dovrebbe magicamente produrre un incremento del PIL. Nonostante l’assoluta mancanza di prove a supporto di questa tesi che viene ossessivamente ripetuta da decenni, l’aspetto più deteriore della creazione del TTIP è tuttavia rappresentato dall’abbattimento delle barriere non tariffarie (quelle tariffarie sono state rimosse da tempo), che rappresentano le ultime forme di tutela del lavoro, dell’ambiente e della salute pubblica, allo scopo di agevolare gli investimenti intercontinentali. Prendendo in esame il settore agricolo, va sottolineato che negli Stati Uniti è possibile coltivare e mettere in commercio Organismi Geneticamente Modificati (OGM), così come utilizzare ormoni per stimolare la produzione di latte bovino e per accelerare la crescita degli animali allevati a scopo alimentare. L’eliminazione delle barriere non tariffarie riguardanti questo settore da un lato determinerebbe l’immediata invasione del mercato europeo di tali prodotti (sulla cui sicurezza aleggiano non pochi dubbi), mentre dall’altro comporterebbe la cancellazione delle denominazioni di origine controllata, non riconosciute negli USA, autorizzando di fatto la commercializzazione di vini, formaggi, oli e di tutte le altre specialità tipiche prodotte in qualsiasi Paese membro del TTIP, infliggendo danni incalcolabili alle piccole e medie aziende radicate nel territorio. Così, l’area di libero scambio faciliterebbe la penetrazione del mercato europeo da parte dei colossi dell’agri-business, i quali (oltre alle enormi quantità di OGM) immetterebbero cibi trattati con agenti chimici e prodotti agricoli massicciamente sovvenzionati dallo Stato rendendo assai meno competitive le merci locali.

Per quanto concerne invece il settore terziario, appare piuttosto significativo il fatto che durante i colloqui preliminari tenutisi nel giugno 2013, Commissione Europea ed autorità statunitensi abbiano ventilato l’ipotesi di escludere dalle trattative unicamente i servizi per i quali non esiste offerta privata; acqua, sanità, istruzione e gestione delle strutture carcerarie rischierebbero quindi di subire una vasta, inaudita campagna di privatizzazione che provocherebbe l’eliminazione delle prerogative di cui le strutture statali hanno goduto finora, nonché lo smantellamento definitivo dei sistemi di welfare vigenti in varia forma all’interno di tutti i Paesi europei, da cui trarrebbero enormi guadagni le compagnie statunitensi, abituate ad operare in un sistema quasi completamente privatizzato. Negli Stati Uniti vi sono effettivamente imprese private di dimensioni e forza tali da poter colonizzare il mercato europeo in settori che all’interno del “vecchio continente” sono coperti dall’apparato pubblico, il quale verrebbe immediatamente scardinato dalla corsa al ribasso promossa dal TTIP.

Le prospettive divengono invece particolarmente desolanti se si considerano le possibili ripercussioni sull’ambiente, dal momento che le regole in vigore all’interno degli Stati Uniti risultano assai molto meno vincolanti (negli USA non esiste alcuna “carbon tax”) rispetto a quelle europee, per via del primato riconosciuto alle aspettative di guadagno da parte delle aziende sulla difesa della salute pubblica e sulla tutela dell’ecosistema. Non è infatti un caso che diversi colossi petroliferi statunitensi abbiano denunciato presso il tribunale arbitrale del North Atlantic Free Trade Agreement (NAFTA) lo Stato canadese del Quebec, reo di aver votato una moratoria sull’estrazione dello shale-gas a difesa della salute dei cittadini, adducendo motivazioni legate alla perdita di guadagno potenziale derivante da tale decisione. La rimozione delle ultime barriere protettive tra Stati Uniti ed Unione Europea da un lato comporterebbe una consistente perdita economica per i Paesi del “vecchio continente”, dal momento che le merci europee subiscono una tassazione media del 3,5% per entrare negli USA, mentre i dazi medi sulle importazioni di merci prodotte negli Stati Uniti raggiungono il 5,2%. D’altro canto, agevolerebbe l’operato delle multinazionali (anche implementando misure di sicurezza volte a difendere il diritto alla proprietà intellettuale) che, dislocando la produzione nei Paesi del “terzo mondo”, possono permettersi di commercializzare le loro merci a prezzi più bassi rispetto a quelli dei prodotti fabbricati all’interno dei confini europei.

La deriva deflazionistica che verrebbe automaticamente innescata dall’istituzione del TTIP costituirebbe una catastrofe in primo luogo per Paesi come l’Italia, in cui le piccole e medie imprese rappresentano la spina dorsale dell’economia nazionale. Il TTIP (1) presenterebbe quindi svariate analogie con la “area di libero scambio” sognata dai latifondisti cotonieri del sud degli Stati Uniti verso la metà del XIX Secolo. Questi grandi proprietari terrieri – i quali mantenevano un rapporto di stretta interdipendenza con la potenza centrale allora dominante, ovvero la Gran Bretagna, il cui sistema manifatturiero manteneva estremamente elevata la domanda internazionale di cotone – promuovevano linee politiche fondate sui presupposti propri alle teorie liberiste degli “economisti dell’impero” David Ricardo ed Adam Smith; l’area di libero scambio da essi pretesa avrebbe consolidato il rapporto di subalternità geopolitica che intercorreva tra gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, relegando i primi al ruolo di fornitori di materie prime per conto dei sistemi industriali dei secondi. Non a caso il TTIP è stato paragonato a una sorta di “NATO economica”, poiché se l’Alleanza Atlantica è chiamata a circoscrivere drasticamente il raggio d’azione delle potenze europee, sottoponendolo alla volontà statunitense, l’area di libero scambio transcontinentale mirerebbe a “disciplinare” i rapporti economici con i Paesi che minacciano di intaccare la supremazia statunitense. Non rappresenterebbe infatti una novità che l’intensificarsi delle relazioni commerciali funga da volano per il consolidamento di strette relazioni politiche, sorrette da particolari intese riguardanti i comparti strategici di maggiore rilievo (come l’alta tecnologia).

Il TTIP patrocinato da Washington appare pertanto uno strumento “imperialistico” finalizzato a legare indissolubilmente le due sponde dell’Atlantico in un rapporto geoeconomico ideato su misura delle necessità statunitensi. Rafforzando il potere dei mercati finanziari e delle imprese multinazionali sui poteri politici locali attraverso l’incoraggiamento della concorrenza tra sistemi legislativi tesa ad agevolare la pratica del dumping nettamente sfavorevole alle finanze pubbliche, alla conservazione delle condizioni di lavoro, alla tutela dei salari, della sanità pubblica e del benessere generale delle popolazioni, il mercato transatlantico è il risultato di decisioni politiche dettate dalle pressioni esercitate dalle lobby industriali e, soprattutto, finanziarie. Il TTIP si propone di estendere le logiche del “mercato aperto” a livello planetario, in modo da piegare le resistenze opposte dalle popolazioni autoctone di Paesi come l’Ecuador (in cui la Bechtel ha dettato legge per molti anni) assicurando alle grandi compagnie il diritto di depredare le risorse naturali e stringere ulteriormente le nazioni nella morsa del debito. Imponendo gli interessi delle multinazionali a livello mondiale, «Il mercato transatlantico – osserva l’acuto analista belga Michel Collon – contribuirà ad aggravare la povertà e le disuguaglianze tra Nord e Sud, deteriorando sempre più gli ecosistemi, la biodiversità, il clima. Una volta consolidatosi, esso moltiplicherà i rifugiati climatici, rincarerà il prezzo delle derrate di base e ipotecherà l’avvenire e il benessere delle generazioni future» (2). Va effettivamente rilevato che l’applicazione di un sistema simile non potrà che favorire, pur in funzione meramente tattica, i grandi esportatori come la Germania, i quali avranno modo di capitalizzare un aumento degli sbocchi di mercato per le loro merci, mentre gli Stati più deboli verranno privati del controllo sulle loro funzioni vitali – già massicciamente ridotto dall’adesione all’Unione Europea.

Non è un segreto che la creazione del TTIP risponda ad un preciso disegno geopolitico, elaborato da Washington allo scopo di frenare il proprio costante arretramento attraverso il modello “trilateralista”, che prevede la riorganizzazione del pianeta in “aree di libero scambio” ruotanti attorno al fulcro statunitense. La profonda crisi della globalizzazione liberista ha infatti spinto gli USA a cercare di potenziare i propri strumenti di influenza e dominio, rappresentati dalle leve militare ed economica. È palese come la strategia di Washington fondata sulle intimidazioni di natura militare e i tentativi di marginalizzazione economica dei Paesi non allineati attraverso la creazione di “aree di libero scambio”, volte a saldare la supremazia del dollaro nei pagamenti internazionali, sia destinata ad acuire le tensioni tra le grandi potenze, suscitando nuovi pericoli di guerra. Si tratta di uno scenario che presenta diversi punti di contatto con quello di inizio ‘900, in cui il militarismo di matrice imperialista e l’espansione del liberismo economico che caratterizzò la prima, embrionale tendenza “globalizzante” si combinarono tra loro, innescando una micidiale sinergia negativa. Tale sinergia acuì lo scontro concorrenziale in cui la Germania, che con il suo goldmark stava minacciando il sistema dei pagamenti in sterline messo in piedi da Londra, entrò in conflitto con la Gran Bretagna innescando una serie di eventi che portò alla Prima Guerra Mondiale.

Giacomo Gabellini

1) Già il 4 dicembre 1972 il presidente cileno Salvador Allende (poi assassinato durante il colpo di Stato del generale Augusto Pinochet appoggiato dal governo statunitense) aveva apertamente denunciato, in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, i rischi legati all’avanza delle multinazionali, di cui il TTIP diverrebbe a questo punto lo strumento di dominio, sostenendo che: «Siamo di fronte a un conflitto tra le imprese transnazionali e gli Stati. Questi ultimi sono stati tagliati fuori nelle loro decisioni fondamentali – politiche, economiche e militari – da organizzazioni globali che non dipendono da nessuno Stato e le cui attività non sono controllate da nessun Parlamento, né nessuna istituzione rappresentativa dell’interesse collettivo».
2) Michel Collon, Ce que l’accord de libre-échange entre l’UE et les USA pourrait changer, “MichelCollon.info”, 25 marzo 2013.