Parco De Sanctis

Le città contemporanee sono sempre più lo specchio di quella “cultura dello scarto” di cui parla papa Francesco: il lassismo delle istituzioni ha generato la creazione di vere e proprie enclavi del disagio, zone franche in cui confinare gli “ultimi” della società accendendo la miccia di una pericolosissima conflittualità sociale. Di fronte alla crescita di situazioni di estremo disagio, le istituzioni hanno preferito abdicare ai loro doveri naturali rapportandosi in una modalità che ricorda quella di chi nasconde la polvere sotto il tappeto. E così, ecco che la mancanza di volontà nel procedere ad una regolamentazione ha contributo ad ingrossare le fila di chi fa ricorso all’illegalità.

Molto spesso, come dimostrano due recenti casi a Roma, a farne le spese sono soprattutto i già scarsi e maltenuti spazi verdi che vengono, in questo modo, sottratti alla comunità a beneficio settario di chi, tollerato e poi abbandonato dalle politiche buoniste ma al tempo stesso lassiste della classe dirigente, rischia così di non integrarsi mai, ma di vivere quotidianamente in una zona grigia che genera indifferenza e paura negli altri.

Così è stato con la baraccopoli di Parco de Sanctis, di fronte al cimitero del Verano, rimasta lì per mesi e mesi prima dello sgombero realizzato dagli uomini della polizia municipale qualche giorno fa. Lo spazio verde nel cuore del quartiere di San Lorenzo era diventato il teatro di una vera e proprio bidonville in cui regnava l’incuria e l’insicurezza: tende, pentole, fuochi accesi vicino ai materassi. Una situazione che conoscono bene i parenti dei defunti sepolti al Verano, costretti da troppo tempo a subire le angherie di parcheggiatori improvvisati o gli insulti di chi esagera con il vino già dal primo mattino.

Una realtà simile a quella esistente nel Parco del Pineto di Valle Aurelia dove era stato costruito un vero e proprio accampamento abusivo costituito da 12 baracche. La presenza di quest’accampamento è stata denunciata dal consigliere municipale di opposizione Daniele Giannini che ha documentato sulla sua pagina Facebook le condizioni in cui vivevano gli occupanti, denunciando la pericolosità della situazione. Una pericolosità emersa poi il giorno successivo all’incursione di Giannini dal momento che gli occupanti hanno deciso, nell’imminenza dello sgombero, di mandare a fuoco le loro baracche provocando un danno al verde pubblico e rischiando di generare un incendio dalle conseguenze ancora più gravi.

 

A prescindere dal colore delle giunte e dal nome delle città, visto che questa non è una realtà che riguarda soltanto il panorama romano, vale la pena chiedersi se è davvero questo il volto che deve avere una città tollerante. Tolleranza non è sinonimo di abbandono, di insicurezza, di degrado. La latitanza delle istituzioni rischia di fomentare l’indifferenza verso i più deboli e la conflittualità, innescando delle vere e proprie bombe sociali nelle nostre città.

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