Si parla della fusione fra FCA e PSA (ovvero l’acquisizione della prima da parte della seconda: si guardi anche soltanto alla composizione del suo nuovo CdA) e della questione dell’ex ILVA di Taranto (“scaricata” da ArcelorMittal con tutte le immediate conseguenze di cui abbondantemente la cronaca di questi giorni c’informa) come di due nuove puntate della deindustrializzazione del nostro Paese, ed in questo senso non si sbaglia di certo. Purtroppo, però, non pensiamo che tutto ciò si lega al declino, ancora più a monte, di tutto il “sistema Italia” nel suo complesso, cosa che avviene a più fasi da almeno trent’anni.

Prima dell’auto e dell’acciaio, ci sono stati il tracollo e la dispersione d’altre grandi industrie italiane, come l’alluminio o la chimica: chi si ricorda più, ormai, della Montedison, quel “gigante malato” che sparì nel 2002 quasi nel silenzio generale, dopo essersi progressivamente polverizzata nel decennio precedente? Eppure aveva dominato tutta la scena della chimica privata italiana del Dopoguerra, in netta contrapposizione con l’Eni fino all’infelice tentativo del “matrimonio” pubblico-privato EniMont, e vantando al contempo una posizione di primo piano anche a livello internazionale. Oggi, della chimica italiana, resta qualcosa soltanto nell’ambito della galassia Eni, ma ben lungi dal ricoprire quel ruolo di riferimento mondiale che deteneva in passato, sia in forma pubblica che privata.

Ancora, potremmo ricordare la fine ingloriosa dell’elettronica, proprio nel momento in cui maggiormente in Italia e nel mondo se ne prospettava la rilevanza per il futuro: non soltanto l’Olivetti, che è certamente il caso più celebre ed emblematico, ma anche tante altre aziende decisive per importanza sono scomparse letteralmente nel nulla. E così l’industria degli elettrodomestici, di cui oggi sopravvive ben poco rispetto a ciò che v’era in passato (ed infatti, dopo FCA ed ILVA, il terzo caso su cui maggiormente si punta l’indice, oggi, è Whirpool, che un tempo in Italia era nota con nomi ben più nostrani come Merloni ed Indesit).

Gli esempi potrebbero essere ancora tanti, relativi ai settori più disparati: dall’industria alimentare ai trasporti fino alla cantieristica. Ma, alla base del loro declino, c’è sempre la staticità creata in questo Paese dalle varie e solite consorterie oligarchiche, più finanziarie che industriali, e per tradizione sempre tutte “casa e politica”, che ormai vivono da decenni su una rendita di posizione di fatto sempre più esigua e residuale, mangiandosi tutto il mangiabile un po’ alla volta e senza soluzione di continuità. In un simile quadro, nessuno investirebbe in Italia, se non per buttar via i propri soldi o per far l’avvoltoio; e, dato che chi gestisce certi capitali fa il proprio interesse e non ha alcuna intenzione di dar mance o far regalie, va da sé che la seconda ipotesi sia sempre quella più gettonata.

Sullo sfondo d’una simile desolazione, s’avverte come sempre più colpevole l’assenza d’un vero Stato imprenditore e che, ancor prima, abbia la capacità d’imporre delle regole e di farle rispettare; cosa, tuttavia, ben difficile da ottenersi fintantoché le cavallette continueranno a popolare gli attici, dove hanno sede le stanze dei bottoni, ed anche gran parte dei piani sottostanti.

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