Batte il sole di Ferragosto come la mano sulla pelle di un tamburo e si ripetono i suoi “riti”, con lo stesso immutabile ritmo dello scorrere delle ore sul quadrante di un orologio. Tra tweet farneticanti e pubbliche cafonate, la sedicente classe dirigente del nostro paese e i rampolli del parassitario mondo (im)produttivo, si godono ozi e vizi, mentre un numero consistente di italiani si macera tra bollette e scadenze.

Tra i “benserviti” recapitati come cartoline ad operai e dipendenti di fabbriche e aziende, con tanto di auguri di buone vacanze dei titolari, e gli sbadigli di commessi e commesse di negozi e centri commerciali, ulteriormente provati dall’accanimento terapeutico dei saldi e delle aperture “straordinarie” in assenza di soldi da spendere, le ferie estive felici sono ormai materia da album dei ricordi.

Chi ancora si azzarda a parlare di coesione sociale e ripresa, al fresco di ombrelloni a tanti zeri, meriterebbe una raffica di energici calci nel sedere. L’Italia è lacerata in profondità e la guerra tra nuovi poveri e vecchi “garantiti” statali da mille euro e poco più al mese, un tempo considerata previsione da cassandre, è ormai pane quotidiano. Le porte di accesso al mondo del lavoro sono sbarrate; quelle di uscita, invece, assomigliano ad un albergo a ore.

I sindacati, più nudi di un Re in tenuta adamitica, dopo aver svenduto diritti sostanziali e “collettivi” per qualche lenticchia concertativa, firmano il registro delle presenze per mantenere tessere, esoneri e privilegi, i partiti, sulle questioni importanti, si accordano per autoconservarsi e chi cerca un oppositore, trova al massimo qualche “minoritario” di governo o una comitiva di giovanotti ondeggianti tra la contestazione uterina e l’entrismo (che tattica nuova!) che il potere concede a chi ha recitato con profitto il ruolo dell’anti-potere.

Dai Palazzi si leva un fetore nauseabondo che lambisce anche i punti più periferici di un paese progressivamente deindustrializzato, come prescritto ad inizio anni 90’ dell’equipe della clinica dell’usura, e indifeso di fronte alle colonne di immigrati che varcano quotidianamente i nostri confini in cerca di generosi permessi per “asilo politico” e di un transito “assistito” verso i paesi del Nord Europa.

La rabbia popolare cresce ma viene tenuta sotto controllo. Per la casta romana è importante che il malato (il cittadino comune) non crepi prima, lasciandola a mani vuote. Per tenerlo in vita, occorre dargli una speranza, a debito o a credito che sia poco importa, basta che sia utile allo scopo. Con l’appeal del ridanciano ragazzotto fiorentino in calo e la lotta per le poltrone tra poco autorevoli generali e colonnelli di micro-eserciti nati da scissioni, spogliarelli e transumanze parlamentari, occorre un distrattore, un piffero di montagna che renda più dolce la nuova presa per i fondelli alle porte. 

C’è chi si sposta in camper (anche questo s’era già visto), chi tresca nelle segreterie, alla maniera “classica”, e chi gira le sette chiese in cerca di “benedizioni”. Le selezioni sono aperte.

Nel frattempo, nel paese formato social di vip e replicanti, ardono i falò e infuria la battaglia a colpi di “enjoy” e “mainagioia”. E’ Ferragosto. La guerra degli hastag può continuare; la festa della grande illusione pure.

 

 

Ernesto Ferrante
Giornalista professionista, editorialista, appassionato di geopolitica