Il voto con cui, giorni fa, il Parlamento turco ha avallato l’invio di truppe in Libia a sostegno del governo tripolitano di al Serraj era facilmente prevedibile, trattandosi per l’appunto d’una proforma o poco più. Nella sostanza, è una delega in bianco che il Parlamento turco consegna ad Erdogan, lasciandogli piena libertà di manovra per un anno, al termine del quale l’eventuale rinnovo costituirà comunque sempre un’ulteriore proforma.

Dal punto di vista del diritto internazionale ciò non comporta grossi problemi o particolari motivi di recriminazione: è pur sempre un aiuto militare che viene fornito da un paese sovrano, la Turchia, su richiesta dell’unico governo libico effettivamente riconosciuto dalle Nazioni Unite. Anzi, in tal senso, qualcuno potrebbe prima o poi lamentarsi di come, anche stavolta, l’Unione Europea sia rimasta sostanzialmente inerte lasciandosi nuovamente soffiare dalla Turchia l’iniziativa in Libia. Non a caso l’Italia, che inizialmente sembrava dover avere la “prelazione” per un’intervento in Libia, dato il suo sostanziale atteggiamento d’attesa s’è vista scavalcare da Erdogan ed oggi la missione militare UE a guida italiana è stata gentilmente rifiutata dalle autorità di Tripoli: “troppo tardi, dovevate svegliarvi prima”, è un po’ il senso della risposta che è stata fornita.

Anche l’Egitto, che ha condannato la mossa turca dato pure il suo sostegno all’altro governo, quello cirenaico di Haftar, non riconosciuto dall’ONU, in termini di diritto internazionale si trova in una posizione dove legittimità politica e giuridica non del tutto coincidono. Tuttavia, se la Turchia gioca un ruolo importante nelle odierne vicende libiche, ancor più ve lo gioca, e da sempre, l’Egitto, e la ricerca di un qualsiasi assetto in Libia non potrà mai avvenire senza tener ciò in debita considerazione. L’unico attore non pervenuto, tra Turchia, Egitto, Russia, Francia, Stati Uniti, ecc, come già in parte dicevamo è proprio l’Italia, ormai ripiegata ad un ruolo di mera testimone o poco più.

In ogni caso, l’arrivo in Libia delle truppe turche, che nei giorni precedenti Erdogan ha fatto precedere da qualche centinaio di miliziani fondamentalisti spostati dalla Siria ed in questo caso senza dover nemmeno passare dal Parlamento, segna anche il ritorno ufficiale della NATO nel paese, a qualche annetto dalla sempre “ufficiale” evacuazione dei suoi soldati dopo la guerra costata la vita a Gheddafi e alla sua Jamahiriya. Naturalmente è opportuno scrivere “ufficiale” tra virgolette dato che, nella sostanza e non solo nella sostanza, dal 2011 ad oggi la NATO dalla Libia non se n’è mai davvero andata.

Certo, la mossa di Erdogan in Libia non è diversa da quella che già aveva provato ed in parte ancor oggi prova a portare avanti in Siria, tesa a ricreare una quota del mai davvero dimenticato Impero Ottomano; e, chi ha buona memoria, si ricorderà che i primi flirt di Erdogan con le autorità dell’allora Consiglio Nazionale Transitorio risalgono proprio a quel “fatale” 2011 in cui la Libia era praticamente “fresca di guerra”.

Chiaramente, il nuovo Impero Ottomano non è una banale restaurazione di quello del passato, ma qualcosa di più snello, una versione 2.0 che mira a riaffermare gli interessi e l’influenza della Turchia in quelli che un tempo erano suoi territori, e possibilmente anche altrove, in altre aree turcofone o ritenute sensibili alla contaminazione neo-ottomana come in alcune parti dell’Asia Centrale o dell’Africa Orientale. Si stabilisce così un’influenza culturale ed economica che è propedeutica a quella politica, dai Balcani fino al Maghreb e al Mashreq, ma che non sempre ha avuto fortuna, ricordando piuttosto le maree marine, che vanno e che vengono. Essa è in parte concorrente ed in parte compatibile con quella delle ricche petromonarchie arabe del Golfo Persico, non tutte esattamente allineate fra loro ed interessate a condurre un gioco di “islamizzazione ed arabizzazione” che solo in determinate contingenze si può sovrapporre od appaiare a quello di “islamizzazione ed ottomanizzazione” di Ankara.

In ogni caso, vada come vada, è un gioco che non tiene conto di numerosi attori o giocatori il cui ruolo, non sempre, è quello di svolgere un mero atto di presenza. Questo, in ultima analisi, ne renderà sempre imprevedibili le sorti, tutte affidate ad un continuo divenire; ma, al contempo, evidenzia anche i profondi passaggi che aree ben più vaste di quella mediorientale stanno vivendo oggi, col decrescere d’alcune storiche potenze (si pensi agli Stati Uniti e ai suoi “alleati-disorientati” europei con un antico passato coloniale o d’influenza in quella regione) e delle loro relative egemonie e l’affacciarsi, in certi casi ancora lontano ma comunque progressivo e percepibile, d’altre ancora, di nuove (la Russia, la Cina, ma non è il caso di fermarsi solo qua, a ben pensarci). E’ un percorso lungo, dove pochi potranno davvero permettersi di vendere la pelle dell’orso prima ancora d’averlo catturato, anche se in tanti si sentiranno tentati dal farlo.

Di sicuro, anche a causa di tutto questo scenario in continua evoluzione, il Mediterraneo appare ora come un mare sempre meno europeo, e a maggior ragione sempre meno italiano. L’Europa, ed ancor prima l’Italia, questo nuovo Mediterraneo (un po’ “ottomanizzato”, ma non solo ottomanizzato, logicamente) sembrano subirlo più che controllarlo, vivendone gli svantaggi ma non traendone alcun vantaggio. Un tempo era il “Mare Nostrum” ma, decisamente, occorrerebbe andare un po’ troppo indietro con gli anni.

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