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Sono passati già quattro anni e quel volo fatale di 30 metri dal viadotto Acqualonga della A16 Napoli-Canosa, sembra essere sparito non solo dalle cronache ma dalla memoria di molti.

Quaranta vittime il bilancio di quella tragedia che il destino aveva annotato sulla sua agenda alle 20.40, alla fine di una curva in forte pendenza, in prossimità di rallentamenti dovuti al traffico.

Per oltre un chilometro contro il guard-rail, a bordo del “Gran Turismo” divenuto trappola, con le scintille negli occhi e la morte sul fondo di un vallone dopo un fine settimana di sorrisi, benessere e preghiere nel beneventano (prima il soggiorno alle terme di Telese, poi la visita a Pietrelcina, nei luoghi di Padre Pio).

Quelle lenzuola bianche ai bordi della strada provinciale e le bare allineate nella palestra della scuola media di Monteforte Irpino, non possono essere dimenticate, come del resto i “tirafondi” usurati e i troppi chilometri percorsi da quel vecchio bus.

A quattro anni da quel giorno di infinito dolore ma anche di lacrime d’ordinanza e di retorica “istituzionalizzata”, ricordiamo ancora una volta, con grande commozione, chi non c’è più e celebriamo l’amore e l’eroismo di quei genitori, di quegli adulti che, nel momento fatale del volo e dell’impatto, si fecero scudi umani per i più piccoli e, cingendoli in un abbraccio, gli salvarono la vita.

“Un abbraccio, un adulto che li amava e che, nell’ultimo minuto, li ha stretti fra le braccia per fare loro scudo. Non c’è altra spiegazione. Dovevano essere i primi a morire”. Queste le parole dei medici dell’ospedale Santobono di Napoli.

In quest’Italia oltraggiata dalla violenza quotidiana e mortificata dall’omertà di chi dovrebbe dare il proprio contributo e invece se ne frega, tra le tenebre di quel giorno funesto, risplende forte la luce di quegli uomini e quelle donne.

Il “fare ciò che deve essere fatto”, il più semplice ma allo stesso tempo grandioso degli atti di eroismo, il sacrificio della propria vita in nome di qualcosa di più alto, della continuità della vita stessa, di qualcosa che necessariamente andrà oltre la morte.

Gesti che ci spingono a credere che non tutto sia perduto, che nonostante tutto “restiamo ancora umani”, affluenti di un grande mare che nemmeno la più terribile delle siccità potrà mai prosciugare.

Nati da una scintilla d’amore. Un amore non “moderno”, non egoistico, che lega indissolubilmente la sfera dei sentimenti individuali a quella del senso di comunità, del senso di popolo e della continuità della nostra specie.

E’ e sarà sempre quanto di più sacro e prezioso possiede l’uomo. Quei genitori coraggiosi l’hanno dimostrato a tutti noi.

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