Piersanti Mattarella

“Piersanti Mattarella un democristiano onesto e coraggioso ucciso proprio perché onesto e coraggioso”.

A volte bastano davvero poche parole per capire una persona. E questo è uno di quei casi, perché è sufficiente questo pensiero datato 1997 di Gian Carlo Caselli, già procuratore capo della Repubblica di Palermo e Torino, per meglio comprendere chi sia stato Piersanti Mattarella.

Troppo semplice e scontato dire il fratello dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio. Un po’ più difficile e complicato sottolineare che è stato uno dei più irriducibili avversari della criminalità organizzata mafiosa palermitana e siciliana, del malaffare, della corruzione, e di tutti coloro che, nel suo stesso partito, la Democrazia cristiana, erano collusi con il potere mafioso. Alcuni nomi a caso: Vito Calogero Ciancimino, già sindaco di Palermo, ma anche Salvo Lima, primo cittadino anche lui e poi europarlamentare, e i cugini Salvo.

Partiamo subito dalla fine, come è solito fare in questi casi.

Palermo, 6 gennaio 1980. Domenica. Piersanti Mattarella, da poco meno di due anni presidente della Regione, si trova in auto insieme a moglie, figli e suocera in via della Libertà pronto per andare a messa. Gli si avvicina un killer che lo colpisce con svariati colpi di pistola.

Fin dal principio, nonostante alcuni iniziali tentativi di depistaggio, si capisce che l’esponente della Dc è un’altra vittima di Mafia – anzi, è lui, purtroppo, che inaugura la lunga serie di cadaveri eccellenti nella Sicilia degli anni ’80 – come dimostrano anche i processi e le condanne. Il killer, in realtà, non è mai stato identificato, nonostante i vari nomi fatti dai collaboratori di giustizia, mentre come mandanti sono stati condannati all’ergastolo Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Nené Geraci, Giuseppe Calò e Francesco Madonia.

A volere la sua morte sarebbe stato proprio l’ex Capo dei Capi, che avrebbe imposto le sue volontà alla Commissione retta dai vari Bontate, Inzerillo e loro alleati, inizialmente scettici. Molti però, sospettano che dietro la morte dell’allora presidente della Regione ci sia anche Giulio Andreotti che, stando a quello che scrive la Corte d’appello in occasione del suo processo, “era del tutto consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato, né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con boss mafiosi di prima grandezza aventi ad oggetto la politica di Piersanti Mattarella e il suo omicidio”.

Perché Mattarella doveva morire? È la solita domanda, e le consuete risposte. Secondo i giudici, perché “voleva bloccare quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi”. Aggiungendo anche un dettaglio non secondario: “Aveva caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola”. Azione che inizia a intraprendere già dal primo giorno del suo mandato in Regione, nel febbraio 1978, dopo anni passati da consigliere comunale, regionale e assessore.

Impossibile fare l’elenco completo: riforma del governo regionale accentuando la collegialità dell’azione della giunta. Ad ottobre 1978 viene creato il Comitato della programmazione, che unisce deputati regionali ed esperti della società civile, e rappresenta una nuova misura di razionalizzazione politico-amministrativa. Altri importanti risultati raggiunti in quell’anno sono il Piano d’emergenza per la mobilitazione di risorse per l’occupazione, provvedimenti contro la disoccupazione, l’attuazione di un radicale decentramento a favore dei Comuni, il piano di rifinanziamento degli asili nido e la legge sul settore agricolo.

Senza dimenticare la legge urbanistica, che riduceva drasticamente gli indici di edificabilità dei terreni agricoli, e portava sulle spalle dei costruttori alcuni degli oneri per le opere di urbanizzazione prima a carico degli enti pubblici rappresentando un duro colpo per speculatori e costruttori abusivi, e la legge sugli appalti che favoriva trasparenza e imparzialità nella pubblica amministrazione, riformando anche il sistema di collaudo delle opere pubbliche affidato precedentemente sempre alle solite persone.

E nella Palermo e Sicilia dell’epoca, cercare di toccare gli appalti significava mettere i bastoni tra le ruote a troppi individui. E per capire che Mattarella si era messo contro Cosa Nostra, basta ricordare anche il discorso tutto d’un fiato e di impeto fatto a Cinisi dopo la morte di Peppino Impastato.

“Mattarella – sarà qualche anno dopo la sua morte il pensiero di Pietro Grasso, attuale presidente del Senato, ma prima ancora magistrato e presidente della Commissione nazionale antimafia – stava provando a realizzare un nuovo progetto politico-amministrativo, un’autentica rivoluzione. La sua politica di radicale moralizzazione della vita pubblica, secondo lo slogan che la Sicilia doveva mostrarsi ‘con le carte in regola’, aveva turbato il sistema degli appalti pubblici con gesti clamorosi, mai attuati nell’isola”.

Non gli hanno lasciato il tempo di farlo…

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