Siria

Nel corso di questa settimana la forza aerea russa schierata in Siria riprenderà a colpire con piena forza tutti gli obiettivi riconducibili a quei gruppi di opposizione armata che sono venuti meno agli accordi di cessate il fuoco o che non hanno smesso di cooperare operativamente con fazioni come Al Nusra e altre sigle estremiste a priori escluse da ogni possibilità di compromesso come quello tentato da febbraio in avanti.

In realtà, da quando il Cremlino aveva emanato l’annuncio che il compito dell’intervento militare russo in Siria era stato “in massima parte raggiunto” e che il contingente schierato nei pressi di Latakia (base aerea di Hymemim) sarebbe stato ridotto e ridimensionato gli attacchi aerei non sono mai stati del tutto interrotti ma si era assistito a un ritiro pressoché completo dei bombardieri a bassa quota Su-25 e a un aumento delle piattaforme ad ala mobile (elicotteri Mi-28 e Ka-52), alcuni dei quali inviati in basi aeree nel centro-Est del paese, come T-4 e Palmyra.

Tuttavia lo sforzo per far cessare le attività armate, almeno della fazione che si presumeva più “moderata” e più popolata di combattenti effettivamente siriani della galassia terrorista in armi contro il legittimo Governo siriano, c’è stato ed è stato uno sforzo molto serio. Sfotzo su cui la potente macchina diplomatica russa guidata dal Ministro Sergei Lavrov ha puntato forte, per dimostrare che la Russia era alla ricerca di una soluzione negoziata e non unicamente militare alla situazione siriana e per abbreviare il più possibile combattimenti, perdite e sofferenze per la Siria e i suoi abitanti.

Ma le tregue stipulate da febbraio sono durate poche settimane e quando si sono riaccesi (sempre per iniziativa dei ribelli) i combattimenti nelle Province di Latakia, nella Piana di Al-Ghaab, nel Sud-Ovest della Provincia di Aleppo e persino nel Nord di Hama si è avuta chiara la prova che i militanti di FSA e altre formazioni moderate avevano approfittato della tregua per rinforzarsi, stringere più saldi legami con formazioni estremiste come Al Nusra, Jund al-Aqsa, Ahrar Sham, Ajnad al-Sham, Jaysh al-Fateh e simili e tornare all’attacco sperando di trovare i governativi rilassati e impreparati.

A quel punto i Russi hanno lanciato un nuovo ultimatum annunciando che tutti i gruppi che avessero tradito gli armistizi o non interrotto la loro collaborazione coi terroristi wahabiti di Nusra e simili sarebbero tornati pienamente sotto i mirini delle forze del Cremlino, e non solo del corpo di spedizione aereo in Siria, ma anche delle basi aeree nel Caucaso (che sono in grado di colpire la Siria transitando su Caspio, Iran e Irak), delle flotte russe e persino della Portaerei Kusnetzov che sta tornando nel Mediterraneo Orientale questa volta con un complemento di cacciabombardieri MiG-29K pienamente operativo.

Le prossime settimane ci diranno quanti nuovi mezzi Putin ha intenzione di dedicare a questa terza fase del suo intervento militare in Siria; il fatto che il generoso tentativo di abbreviare combattimenti e perdite non sia andato a buon fine non deve essere considerato una “sconfitta” russa, anzi, dimostra la buona volontà e l’onestà con cui Mosca si é accostata alla situazione nel paese arabo, a fronte della reiterata doppiezza di interpreti come Turchia, NATO e Usa, che continuano in tutti i modi a premere per imporre la loro volontà nello scenario siriano.

Tuttavia in questo momente Mosca sembra sicura dei propri mezzi da sapere quando e come impegnarle per ottenere un risultato decisivo sul campo e non ribaltabile con giochetti e stratagemmi, come ha dimostrato nella sua gestione della crisi della Sud Ossezia nel 2008 e negli ultimi anni con la questione della Crimea e del Donbass.

UN COMMENTO

  1. La sostanza è che i nemici di Assad , riferiti non ai ribelli di tutte le risme concentrati in quella regione, ma agli USA , che non vogliono accettare il crescere del prestigio russo, ancor meno di una vittoria , hanno continuato a trescare con i ribelli, armandoli , attraverso compiacenti membri della NATO – leggi l’ambigua Turchia. Gli Usa , prima costruiscono i dittatori, poi li usano, li armano, poi quando non servono più, decidono che devono essere tolti, organizzano le “rivoluzioni colorate” La Russia di Putin , forse se n’è accorta e non vuole farsi prendere in contropiede.

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