Esponenti della comunità LGBT in Indonesia.

Negli ultimi tempi si è scatenata una certa polemica, da parte dei media internazionali, nei confronti della situazione della comunità LGBT in Indonesia.

Sono stati elencati alcuni abusi e soprusi da parte delle autorità verso certi esponenti di questa comunità e, nel complesso, è stato offerto il quadro di un paese caratterizzato da una crescente intolleranza nei confronti di tutte le diversità sessuali e di genere. In quest’articolo, chiaramente, non intendiamo minimamente contraddire l’esistenza di certi episodi, effettivamente avvenuti, ma intendiamo però contestualizzarli nel quadro più ampio del Sud Est Asiatico, dove l’omosessualità ed il transgenderismo non godono certo di un trattamento migliore rispetto a quello ad essi riservato in Indonesia.

Se è vero com’è vero che, nel 2017, due giovani omosessuali di 20 e di 23 anni sono stati condannati alla bastonatura in pubblico nella Provincia di Aceh, come riportato da solide e presenti agenzie quali BBC, NBC e Reuters, e che 141 uomini sono invece stati arrestati nella capitale Jakarta per aver partecipato ad un festino gay, come sempre riportato dalla BBC, è al tempo stesso vero che anche in paesi vicini come le Filippine, la Malesia o la Thailandia la situazione non risulti essere particolarmente migliore. Anche laddove, ed è il caso della Thailandia, sembra esservi una maggiore tolleranza, vi è invece una visione piuttosto bassa e deteriore dell’omosessuale e del transessuale, giudicati alla stregua di prostitute ed oggetti di piacere.

In generale in Thailandia chiunque abbia il coraggio di dichiarare pubblicamente la propria omosessualità, per l’opinione pubblica rinuncia automaticamente al proprio status di uomo, visto che l’uomo vero e proprio può essere solo e soltanto eterosessuale: altrimenti è semplicemente un suo surrogato, un prodotto di serie B. La tanto decantata “bonarietà” thailandese e in misura minore anche filippina si sostanzia dunque in questo. Nelle Filippine, esattamente come in Thailandia, i transessuali vengono definiti “ladyboy”, termine già di per sé decisamente dispregiativo, e considerati esclusivamente come prostitute ed oggetti di piacere. Gli omosessuali uomini vengono invece comunemente chiamati, in Tagalog, “fafa” e anche questo è un termine equivalente al nostro “checca” o ad altri ancor peggiori.

L’idea che l’omosessuale non sia un “vero uomo”, dal momento che per esser tali si debba esclusivamente appartenere al mondo degli etero, è piuttosto diffusa e dura a morire e, com’è noto, presente non soltanto nel Sud Est Asiatico, che ha conosciuto il colonialismo inglese, spagnolo ed olandese, ma anche in America Latina, continente plasmato dalla lunga colonizzazione spagnola e portoghese.

Del pari, tale mentalità è saldamente presente anche in Europa, da cui del resto essa ha originato per dilagare in tutte le terre che ha colonizzato, anche fra quelle persone che solitamente si definiscono “gay friendly”. È notorio come soprattutto fra molte donne europee e nordamericane ed occidentali in generale, che si definiscono in questo modo, il gay sia una sorta di “must”, a cui attribuire tutta una lunga serie di stereotipi mutuati da film e da telefilm, e di cui pertanto non s’accetta o comprende mai a pieno la reale personalità, men che meno i sentimenti o l’amor proprio. In alcuni casi, fortunatamente estremi e limitati, il gay per queste persone diventa una sorta di chihuahua o di barboncino, un cagnolino da portarsi al guinzaglio e da utilizzare come proprio giocattolo antistress o come confessionale, su cui scaricare tutte le proprie tensioni e paranoie, e anche questo non appare certamente come un comportamento del tutto rispettoso nei confronti di tale persona.

Nella visione negativa dell’omosessualità non può essere sottovalutato il ruolo che inevitabilmente ha giocato il colonialismo europeo che a suo tempo raggiunse quelle terre continuando tuttora a lasciare forti strascichi. Certo, non è soltanto l’Occidente cristiano, cattolico o protestante che sia ad avere lasciato degli strascichi tipicamente post-coloniali nella società indonesiana e della regione indocinese. Anche il mondo arabo e musulmano, che nel Sud Est Asiatico riuscì ad imporre la propria influenza culturale e religiosa in modo comunque del tutto pacifico a differenza di altrove, ha delle forti ed innegabili colpe. Oggi è soprattutto l’Islam politico, di marca salafita e wahabita, propagandato dalle monarchie petrolifere del Golfo Persico, ad avere grosse responsabilità non soltanto per la recrudescenza del trattamento riservato agli omosessuali, ma anche alle donne, che vedono aumentare le proprie distanze gerarchiche rispetto all’uomo proprio a causa di questa diversa e retrograda lettura della religione musulmana.

Per quanto riguarda l’Indonesia è bene sottolineare come si stia parlando di un paese che, uscito dagli anni duri e fortemente retrogradi del dittatore Suharto, abbia negli anni compiuto importanti progressi che altrove, anche nel solo circondario, non sono stati pienamente raggiunti o addirittura neppure intentati. Le notizie relative alle discriminazioni omofobe in Malesia e nel Sultanato del Brunei, tanto per citare due esempi resi ultimamente celebri anche dai nostri media, non hanno goduto della stessa longevità e dello stesso successo conosciuto invece dagli attacchi rivolti all’Indonesia, malgrado la loro gravità.

Va ricordato, inoltre, che l’Indonesia è l’unico paese della regione ad avere uno Stato completamente laico, e la sua Costituzione non fa alcun riferimento né all’Islam né a nessun’altra religione. La legge non condanna i rapporti omosessuali, come invece avviene in alcuni dei paesi sopra elencati, e anzi garantisce persino gli interventi per il cambio di sesso alle persone transessuali. Certo, a differenza delle Filippine o della Thailandia l’Indonesia non è una meta per il turismo sessuale degli occidentali, ma di sicuro questo non è un danno per il paese e nemmeno una limitazione o discriminazione verso la comunità LGBT locale.

Negli ultimi anni l’attuale Presidente, Widodo ha avviato una serie d’importanti riforme tese a rendere il paese sempre più appetibile agli investimenti e al turismo provenienti dall’Occidente. Il suo obiettivo, addirittura, è di portare il paese dal 109esimo al 40esimo posto per facilità d’investimento. Difficilmente si potrebbero raggiungere tali obiettivi se, al contempo, ci si desse la zappa sui piedi scatenando una caccia alle streghe a danno della comunità LGBT. Oltretutto, ciò significherebbe anche vanificare i massicci investimenti che il paese sta operando proprio per internazionalizzarsi e risultare più attraente agli operatori economici e turistici occidentali. Parliamo di miliardi e miliardi di dollari. A chi converrebbe, dunque, una pubblicità ed un’immagine così negativa? Certamente non agli indonesiani.

Ed infatti sorge il sospetto che all’Indonesia si rimproveri ciò che non s’è voluto rimproverare ad altri paesi, asiatici o latinoamericani che siano, dove il machismo e l’omofobia regnano sovrani e sono spesso persino istituzionalizzati. Forse perché, a differenza di questi paesi, l’Indonesia ha intensificato i rapporti economici e commerciale con la Cina Popolare e, secondo calcoli forniti meno di dieci anni fa proprio dalla CIA, entro vent’anni diventerà una superpotenza a tutti gli effetti. Sono due elementi, quest’ultimi, che certamente disturbano e che pertanto giustificano, agli occhi dei loro responsabili, anche questa nuova campagna di demonizzazione contro Jakarta. A quali nomi rispondano costoro, è fin troppo scontato.

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