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Turchia, l'era del fascismo islamico di Erdogan

Non ce l’ha fatta Erdogan a ottenere l’agognato plebiscito a favore della sua riforma costituzionale. Lo scrutinio dei voti ha messo il risultato del Referendum in bilico, nonostante l’AKP si sia attribuito la vittoria nelle prime ore della notte tra domenica e lunedì.

51,35% è stato il consenso ottenuto dal Presidente turco al referendum sulla riforma costituzionale, che entrerà in vigore a partire da novembre del 2019. La nuova costituzione permetterà a Erdogan di ricandidarsi di nuovo, spostando la scadenza del suo mandato politico eventualmente fino al 2029 (fra 12 anni).

Il risultato elettorale è stato molto contestato dalle opposizioni, in particolare dal CHP (kemalisti) che hanno rilevato almeno il 60% di schede irregolari. Sotto accusa il sistema di segnatura della scheda: in Turchia si vota apponendo un timbro ufficiale sul simbolo della scheda, ma a quanto si evince da alcune testimonianze molti “sì” sono stati fatti passare senza timbro, ma solo con un segno fatto a mano di dubbia autenticità.

Il partito repubblicano si è dunque rivolto al Consiglio Elettorale Superiore (YSK) affinché si proceda a un riconteggio delle schede, ma difficile che il Consiglio faccia uno sgarbo a Erdogan. Mentre il deputato del CHP, Sezgin Tanrikulu ha protestato apertamente: “non si possono cambiare le regole del gioco a gara in corso” ha dichiarato con un parallelismo sportivo. Anche il partito di sinistra filo-curdo e secondo partito d’opposizione non ci sta. L’HDP, partito d’ispirazione tsiprasiana fa sapere che secondo le loro stime c’è una manipolazione dei dati di oltre 3-4 punti percentuali.

Altre testimonianze raccontano di militanti dell’AKP molto attivi nei seggi elettorali nel controllare il voto e indirizzarne l’esito. Abbiamo già visto come questi militanti siano fortemente ideologizzati dai progetti di Erdogan sia nell’occasione del colpo di stato fallito, dove militanti dell’AKP hanno aggredito non solo i militari, ma anche coloro che erano scesi a festeggiare contro un regime islamista che sta spaccando in due il paese, sia fuori dai confini turchi dove, specialmente in Europa, si adoperano a turbare l’ordine pubblico su comando del loro leader.

Erdogan ci ha abituato da diversi anni ad imporre il suo partito e la sua leadership a colpi di maggioranza. Questo referendum è stato svolto sotto lo stato di emergenza proclamato dal presidente turco dopo il golpe fallito. Golpe nel quale sono stati arrestati più di quarantamila personaggi influenti tra militari, insegnanti, giudici e giornalisti vicini al partito kemalista, ultimo baluardo di quella Turchia dei valori laici propugnati da Ataturk, che è destinata a scomparire definitivamente.

Parliamo di un uomo che in 10 anni ha imposto ben tre referendum costituzionali tutti tesi ad aumentare il potere del presidente della repubblica, ruolo che da simbolico-giuridico è diventato squisitamente politico, ma senza gli opportuni contrappesi costituzionali. Una repubblica che, soprattutto a partire dalle primavere arabe, ha perso tutte le sue prerogative laiche. Si è fatto strada durante gli anni del governo del Partito della Giustizia e dello Sviluppo un islamismo nostalgico dell’era ottomana, che ha fatto precipitare la società turca ai livelli del Pakistan. Con aggiunto lo squadrismo dei militanti dell’AKP, che anche oggi durante i festeggiamenti per il referendum hanno gridato motti inquietanti a Erdogan come: “uccideremo per te, moriremo per te”.

L’unica grande forza sociale e politica che poteva opporsi al fascismo islamico di Erdogan era il partito repubblicano erede del kemalismo. Ma le persecuzioni nei confronti di giornalisti e politici influenti dell’opposizione a Erdogan sono state non di poco conto. Basti pensare che più di una volta le autorità turche hanno fatto visita alla redazione del giornale più vicino al CHP, Cumhuriyet (“La Repubblica”), sia nel periodo precedente che successivo al tentato golpe. Su tutti ricordiamo l’arresto di Can Dundar e Erdem Gul, rispettivamente caporedattore e direttore di Cumhuriyet che rivelarono all’opinione pubblica dei rapporti che il governo turco intratteneva con l’ISIS, al quale, secondo il quotidiano, vendeva armi ottenendo in cambio petrolio.

Da parte sua Erdogan ha dichiarato che “se dio vuole sarà l’inizio di una nuova era nel nostro paese”. Il prossimo passaggio sarà infatti l’introduzione della pena di morte, tema sul quale il presidente turco vuole chiamare nuovamente la popolazione a consultazione referendaria. Fra poco avremo perciò un presidente che in Turchia comanda il governo, è il capo di stato, può sciogliere le camere e infine può minacciare della pena di morte tutti i suoi oppositori.

Davvero sarà una nuova era per la Turchia, quella della barbarie.

UN COMMENTO

  1. Quando i fascisti marceranno in piazza, faranno la MARCIA TURCA.

    Ah, Mozart ! chi lo avrebbe mai detto che fosse esperto di politica !

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