Siamo ormai entrati, in questi ultimi anni, in un’epoca in cui internet ed ancor più i social la fanno da padroni. In passato, internet sembrava già di per sé di volta in volta più onnipresente, invadente e pervasivo (e soprattutto persuasivo, in particolare verso le nuove generazioni); ma è stato soprattutto coi social che s’è avuta l’ulteriore evoluzione, il nuovo salto di qualità. Di fronte al loro continuo evolversi e mutarsi, al loro crescente strapotere e superpotere, le caratteristiche del vecchio mondo di internet ci appaiono ormai sempre più remote, e talvolta ci fanno persino quasi una certa tenerezza.

Per esempio, raramente oggi si guardano i blog o altre cose del genere, dato che i vari social possono tranquillamente prendere il loro posto offrendo in modo più immediato le medesime funzioni e garantendo, almeno potenzialmente, pure una maggiore e più facile platea. Ciò non toglie che i blog e i vari siti personali abbiano conosciuto una sorta di seconda giovinezza in questi ultimissimi anni, dopo un periodo di letargo, ma ciò perché s’è trovato il modo di renderli funzionali alla stessa realtà dei vari social. Ed ecco così che sono nate vere e proprie figure mediatiche che in passato, altrimenti, avrebbero faticato ad emergere o ad imporsi autonomamente, come certi vari blogger, attivi chi nel campo della moda, chi della cucina, chi dei viaggi, e così via. Il blog, il personaggio e la sua professione di blogger si compenetrano a quel punto dando vita a delle specie di “esseri uni e trini”, a delle “trinità in miniatura” che, infatti, non di rado esercitano pure un fascino quasi religioso sui loro seguaci, followers ed ammiratori.

Un importante successo dei social, per quanto poco capito e molto sottovalutato dai più, è stato quello d’aver di fatto reso ormai pressoché superfluee certe vecchie forme di spionaggio che ci ricorderebbero la Stasi o la polizia politica di certi ormai defunti regimi del passato. Senza estorcere informazioni a nessuno e senza nemmeno doverlo spiare, si può sapere pressoché tutto di una qualsivoglia persona. E’ quest’ultima a non veder l’ora di poter mettere tutta la sua vita, compresa soprattutto quella meno conosciuta a coloro che la frequentano giornalmente, all’interno dei social. Ciò può potenzialmente rendere una persona, in futuro, ricattabile o corruttibile, dato che si possono conoscere le sue debolezze più inconfessabili e di cui magari si vergogna pubblicamente, oppure le sue aspirazioni che un indomani qualche malintenzionato, allungando qualche “spicciolo”, potrebbe invece rendere più facilmente raggiungibili. Nel caso di persone che hanno un ruolo politico, dirigenziale o professionale importante, o che potrebbero ricoprirlo in futuro, ciò potrebbe rappresentare indubbiamente un grosso rischio per tutta la collettività.

Certo, al momento sono soprattutto scenari ipotetici, ma nulla ci vieta di pensare che qualcosa del genere non sia pure successo. Di sicuro, con la minaccia del “revenge porn”, che pure è oggi sanzionato, molte persone magari ancora molto giovani e non ancora in posizioni sociali rilevanti sono state comunque tenute sotto scacco e costrette a fare cose che altrimenti non avrebbero mai voluto fare: scenari, questi, che si mescolano con gravi episodi di bullismo di cui trabocca invece la cronaca delle nostre scuole, università e persino luoghi di lavoro. Quindi, a ben vedere, qualche problema c’è.

Senza dubbio, al momento attuale, i social esercitano soprattutto un grande potere persuasivo e d’influenza su molte persone che ne fanno uso, sia esso un uso sporadico o peggio ancora abbondante. Questo perché, molto banalmente, essi consentono a tantissime persone ed entità di poter raggiungere in modo più o meno capillare vaste quantità di persone, oltretutto con costi inesistenti o poco più che teorici, con proficue contropartite in termini d’influenza politica, religiosa, di costume e via dicendo. Pensiamo a quante mode si sono diffuse grazie al mondo dei social, e così anche generi musicali, artistici, stili di vita, ecc; oppure a certe idee politiche, spirituali, abitudini alimentari, ecc. Probabilmente il mondo dei No-Vax, senza i social, non avrebbe conosciuto il successo d’affermazione che ha avuto, o forse non sarebbe neppure mai esistito; e lo stesso dicasi per tanti altri gruppi e correnti di pensiero del “complottismo”, come i Terrapiattisti o altre cose del genere. La loro forte espansione in termini di numeri, seppur nell’ambito di nicchie molto agguerrite, ha avuto pure forti ricadute a livello politico.

Ancora, pensiamo al successo che la predicazione dell’integralismo musulmano ha avuto grazie ai social: l’Isis, tanto per dirne una, sarebbe rimasto un fenomeno assai meno presente, soprattutto in Occidente, dove ha trovato il modo di comunicare con un pubblico che, in base alle proprie idee, frustrazioni od aspettative, poteva essere spaventato oppure irretito fino al punto di sedurlo alla conversione e all’arruolamento nelle fila dello stesso Califfato. E’ stato così, in particolare, con molti giovani, figli o nipoti di persone di origine araba o mediorientale a suo tempo venute a vivere in Europa per lavorare, che fino a quel momento erano sempre vissuti decisamente “all’occidentale” venendo perciò considerati anche del tutto integrati. La capacità dell’Isis e delle varie sigle integraliste e terroriste di utilizzare a proprio vantaggio il mondo dei social (da Facebook a Telegram, da Youtube a Twitter, ecc) ha permesso così di ottenere in Europa, per molto tempo e in buona parte ancora oggi, un clima di paura e diffidenza generalizzati e reciproci.

Il problema di un uso sbagliato dei social da parte di soggetti e gruppi in aperta malafede s’è posto assai rapidamente, ma è stato ovviamente affrontato in modo inefficace e persino cialtronesco, ad esempio con la polemica e la successiva lotta nei confronti delle “fake news” o “bufale” che dir si voglia: il risultato, infatti, è stato quello d’aver spesso volutamente bollato come “bufale” delle notizie che in realtà erano vere, e di promuovere come vere quelle che invece erano senz’appello solo e soltanto delle “bufale”. La toppa peggio del buco, chiaramente, non è mai una soluzione, ma solo un modo di peggiorare i problemi rendendoli, infine, totalmente incurabili.

Anche per questo motivo lasciano perplessi certe accuse che a volte capita di sentire in merito ad una singola piattaforma, come se tutte le altre fossero completamente pulite ed innocenti: si veda ad esempio il caso di TikTok, la cui colpa probabilmente è più che altro quella d’aver surclassato in popolarità altre applicazioni tutte americane od occidentali, ma non certamente d’essere meno “invasiva” in termini di rispetto della privacy personale di quest’ultime. Non a caso, dopo tante polemiche, negli USA si sta giungendo alla soluzione (di fatto una sorta di compromesso) di cedere la filiale statunitense di TikTok ad Oracle, storica multinazionale del web nota anche per la sua vicinanza a Trump, ma la trattativa va avanti un po’ a singhiozzo in merito alla relativa cessione anche dell’algoritmo che consente il fortunato funzionamento di quella stessa applicazione. Come se non bastasse, ben presto il braccio di ferro s’è esteso anche ad un’altra app cinese, WeChat. Ad ogni modo, per evitare che la situazione superasse per gravità il punto di non ritorno (dalla Cina si minacciava, come risposta, un blocco di Apple), il “muro contro muro” ha conosciuto una forte battuta d’arresto, che forse servirà a lasciar stemperare un po’ la tensione.

La vicenda è senza dubbio interessante perché come dicevamo nessuno, né negli USA né in Europa, ha invece finora trovato molto da ridire su app e piattaforme come Snapchat, Instagram, Facebook, Twitter, e chi più ne ha più ne metta, dove a seconda del caso circolano tranquillamente senza censure o rischi per coloro che le pubblicano contenuti diseducativi in termini di violenza, o immagini e video di nudo anche di minori, e cose del genere. E dove, inoltre, a seconda della piattaforma in oggetto, sono quotidianamente veicolati anche contenuti e messaggi a sfondo politico, razziale o religioso non certo più confortanti o rassicuranti. A tacer poi dei gravi problemi di violazione della privacy, per le quali il grande capo di Facebook, Marck Zuckerberg, è stato messo sulla graticola tanto negli Stati Uniti quanto in Europa, cavandosela comunque alla fine con multe tutto sommato modeste in rapporto al giro d’affari della sua piattaforma e con ammonizioni verbali e mediatiche che alla fine dei conti valgono sempre quello che valgono. Nessuno, per esempio, gli ha ordinato di cedere quote azionarie a qualche fondo pubblico, per esempio, anche perché un simile discorso pure nella nostra Europa sembrerebbe oggi un’autentica eresia.

Eppure basta fare una breve ricerca nei social più popolari, cominciando proprio da Facebook o da Twitter, per trovare materiale alquanto preoccupante, ad esempio propaganda di movimenti estremisti sia politici che religiosi. Nel caso di quest’ultimi, poi, generalmente la soglia di tolleranza è a dir poco molto alta. E, poiché questi social, checché se ne dica, fanno politica, nel senso che hanno un loro orientamento politico che per quanto blando è pur sempre facilmente intuibile, in nome di un’astratta e molto americaneggiante “libertà religiosa” non esitano a tollerare proprio questi vari e sempre più numerosi fenomeni di culto. Questo anche perché molti di loro hanno ben capito, ormai da tempo, che andare a braccetto con la politica giova sempre in termini di maggior protezione e visibilità: si diventa, in un qualche modo, alleati o complici, dato che magari si condividono (a parole o nei fatti, dipende dal caso) le stesse battaglie, o quasi. Vale per i gruppi dell’integralismo musulmano antisiriano ed antiegiziano, o persino anticinese (si veda il caso dello Xinjiang), vale per quelle chiese “all’americana” o quasi contro cui in Russia s’è dato negli anni un forte giro di vite (cominciando dai Testimoni di Geova, ma non solo), vale per i vari gruppi anticinesi di stampo buddista (e dunque l’ormai storico caso del Tibet) o d’altro rito, persino cristiani, che all’occasione sfilano con le associazioni per i diritti umani anche in sostegno dei manifestanti di Hong Kong, e poi non dimentichiamoci d’altra roba di non minor peso ma che, se necessario, non disdegna comunque di partecipare ad una bella conferenza o ad una bella manifestazione con varie associazioni attive sui “diritti umani” (purché siano solo quelli che riguardano certi paesi ma mai altri) e relativi politici di questo o quel partito che analogamente ne sposano le ragioni.

Il problema è che contenuti diversi, magari del tutto onesti ma meno funzionali a “quel tipo di politica”, in quegli stessi social vengono rapidamente silenziati ed oscurati, se non addirittura bloccati e censurati. Una notizia, vera o falsa che sia, contro la Russia o contro il Venezuela, per esempio, avrebbe per ragioni di algoritmo di questi social più successo e visibilità di una che invece è contro la Commissione Europea o la NATO. E questo avviene proprio perché quell’algoritmo è programmato per rispondere ad un certo tipo di politica, e qualora dovesse far “cilecca” vi sarebbero comunque le segnalazioni di tanti utenti a richiamare l’attenzione dei tecnici su quel suo momentaneo od inaspettato “malfunzionamento”. Di fronte a questo tipo di situazione, muoversi nei social diventa quindi come muoversi in una palude, popolata da “alligatori politici”.

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