1. Recentemente Lei ha scritto e dato alle stampe un libro, “Il Coraggio degli Ascari”, che contribuisce a far luce su una storia purtroppo non sufficientemente trattata nel nostro paese. Come presenterebbe questo libro ai nostri lettori?

R. Dipende dalla fascia di età dei lettori del suo giornale. Di fronte ad un pubblico maturo basterebbe sollecitare i ricordi per far riaffiorare ciò che si è potuto vivere ed ascoltare in prima persona, indirizzandoli verso un dibattito che tende ad approfondire l’argomento. Ci sarebbe lo spazio quindi per condividere le loro vicissitudini ed avere modo di portare le argomentazioni su un piano di scambio. Credo molto nelle fonti orali quale mezzo di ricerca, al pari delle fonti di archivio e quelle visive. Per la fascia di lettori più giovani sarebbe necessario “costruire” prima l’argomento oggetto del mio libro, far si che abbiano la giusta curiosità verso un una storia che, più che trascurata, è stata volutamente dimenticata perché non rispondente alle nuove ambizioni sociali e culturali di una nazione che usciva da un pesante conflitto che ebbe anche lo strascico orribile di una guerra civile. In entrambi i casi, la sfida è coinvolgere le persone attingendo alla mia passione per la storia, gli aspetti sociali, culturali, militari di quelli che furono i nostri territori d’oltremare. Il mio libro, stampato in un numero di copie ridotto unicamente per farne omaggio, nello specifico parla di coraggio, quel coraggio avuto in combattimento e che ha portato i militari elencati – che sottolineo erano tutti volontari – ad avere un riconoscimento per il loro sacrificio. Credo che sia un argomento ancora attuale, ma da affrontare con una analisi critica tutti gli argomenti che un approccio del genere genera. Quindi non il retorico dualismo fra bene e male, fra dittatura e democrazia. Il colonialismo è nato durante governi liberali, e sarebbe molto interessante riproporre oggi le discussioni parlamentari fra sostenitori del colonialismo ed i loro antagonisti. Servirebbe in ogni caso a calarsi nell’argomento e poterne dibattere con un approccio scevro dalla moderna ideologia politica.

2. Quali sono i motivi per cui ha voluto scrivere questo libro e qual è stata la reazione da parte del pubblico? Immaginiamo che una simile pubblicazione abbia subito raccolto l’interesse di molti, non solo degli esperti di militaria ma anche della Comunità Eritrea.

R. In virtù dell’accantonamento culturale forzoso cui facevo riferimento prima, il motivo fondamentale che mi ha spinto ad una ricerca durata quasi quattro anni è la riconoscenza. Il libro è nato dalla volontà di lasciare una testimonianza di gratitudine verso coloro che combatterono con dedizione e valore, fino all’estremo sacrificio. Un tributo di riconoscenza verso quei soldati, marinai, avieri, che hanno fatto parte del Regio Corpo Truppe Coloniali, gli ascari, che con il loro ardore, affetto, generosità e determinazione si distinsero per il loro comportamento e coraggio e che furono insigniti di una o più medaglie al Valor Militare. Il primo volume del libro contiene un capitolo dedicato alle schede delle medaglie al Valore Militare prese in considerazione. In esso vengono delineati gli estremi istitutivi e le caratteristiche tecniche delle medaglie. Un altro capitolo è stato dedicato alle immagini che ritraggono gli ascari, di qualunque nazionalità ed epoca, con le decorazioni al petto. La parte rimanente del primo volume e tutto il secondo volume elencano, in modo cronologico, i nomi e le motivazioni delle medaglie al Valor Militare attribuite ai militari indigeni che combatterono sotto le insegne italiane fra il 1890 ed il 1943. Le fonti di riferimento di questi elenchi descrittivi, sono state le Gazzette Ufficiali del Regno d’Italia dal 1890 fino al 1946, le Gazzette Ufficiali della Repubblica Italiana dal 1946 al 1974 ed i Bollettini Ufficiali del Ministero della Guerra. Il numero delle decorazioni di questi uomini supera le 19.000 unità, una enormità anche se riferita ad un intervallo temporale di oltre 50 anni. E’ a loro che ho rivolto il mio pensiero ed il mio cuore per far conoscere ai loro eredi morali che esiste ancora qualcuno che ricorda ed intende ringraziarli per il loro eroismo e sacrificio. Presenti a questa straordinaria giornata S.E. Osman Saleh, Ministro degli Affari Esteri, S.E. Berhane Habtemariam, Ministro delle Finanze, S.E. generale Sebhat Efrem, Ministro dell’Energia e delle Miniere, S.E. Abraha Asfaha, Ministro dei Lavori Pubblici, S.E. Kahsai Gghebrehiwet, Ministro del Lavoro e Affari Sociali e anche la signora Azieb Tewolde, direttrice del Centro di Ricerca e Documentazione Eritreo, il prof. Tadesse Mehari, direttore esecutivo dell’Ufficio nazionale per l’Istruzione superiore, il segretario generale della Confederazione Nazionale dei Lavoratori Eritrei Tekeste Baire, S.E. Zemede Tekle, della Commissione Eritrea dello Sport ed altre personalità eritree, nonché rappresentanze diplomatiche di diverse nazioni presenti ad Asmara. Una copia con dedica è stata inviata in dono al Presidente dell’Eritrea Isaias Afwerki per mezzo del nostro ambasciatore. Oltre alle autorità erano naturalmente presenti il corpo docente della scuola italiana, il personale dell’ambasciata, altri membri della comunità italiana e numerosissimi cittadini eritrei. Toccante la presenza di quattro ascari superstiti quasi centenari: Uoldehamainot Tzeghe Chidane, Negassi Zere Haile, Uoldetatios Debbas Uoldemariam, Bahare Hagos Aregai. Aver avuto l’onore di essere invitato dall’ambasciatore italiano, S.E. Stefano Pontesilli, ha rappresentato una occasione unica per far conoscere alla comunità eritrea, ma anche a quella italiana, una parte di storia dell’Eritrea fondamentale e che oggi non viene più insegnata nelle scuole eritree ed italiane. L’interesse da parte dei partecipanti è stato palpabile tanto che ho ricevuto, ed accettato, la richiesta di una intervista da parte della televisione di stato, ERI-TV, per fare un documentario sulla storia degli ascari.

3. Cos’ha fatto, e cosa dovrebbe fare ancora, l’Italia per onorare non soltanto nella memoria gli Ascari che col loro valore e con la loro vita hanno servito il nostro paese? E qual è l’odierna situazione dei reduci e dei sopravvissuti?

R. Ormai per i responsabili della Pubblica Amministrazione italiana è solo una bega amministrativa. Consideri che diversi anni fa è stata fatta una proposta per liquidare con tre annualità di pensione una tantum gli ascari percettori di pensione. Tenuto conto dell’età avanzata di moltissimi di loro, doveva rappresentare un vantaggio per gli ascari ancora in vita. Essi percepiscono una pensione minimale con l’eventuale soprassoldo se decorati. Ufficialmente la proposta nacque per evitare problemi burocratici in caso di eventuale successione, dato che molti degli ascari sono di religione musulmana e quindi con più di una moglie. In realtà temo che si intendesse semplificare l’aspetto burocratico della tenuta del registri contabili e dell’appuntamento periodico in ambasciata per l’erogazione della pensione dovuta. Durante il mio soggiorno in Asmara, ho affrontato questo problema e mi è stato riferito che molti, in considerazione della loro età hanno accettato, ma uno di essi al sentire questa proposta pare abbia risposto: «non vengo in ambasciata a ritirare la pensione, ma a salutare la mia bandiera!» Una risposta esemplare e perfetta che incarna lo spirito e l’orgoglio del militare eritreo. Lei mi chiede cosa dovrebbe ancora fare lo Stato italiano… io credo che debba portare rispetto. Null’altro, dato che l’impegno finanziario è del tutto irrisorio. Oggi la nostra ambasciata ha un elenco redatto nel 2007 nel quale sono presenti i nominativi di 130 ascari con le informazioni anagrafiche, previdenziali e militari che li riguardano. Ho avuto la possibilità di recarmi ad Asmara presso l’abitazione di un ascari che lo scorso anno era ancora in vita, ma purtroppo al nostro arrivo siamo stati messi al corrente del suo decesso. Tutta la famiglia era raccolta intorno alla vedova e ci ha accolto grata del ricordo che avevamo mostrato nei confronti del defunto. Diversamente è andata nell’incontro avuto con un altro ascari a Cheren, Ismail Omar Adala, classe 1914, ultimo sopravvissuto del leggendario IV Battaglione “Toselli”. Un uomo temprato dalla vita e dalla guerra, ancora dritto come un fuso e insospettabilmente forte, sia fisicamente che caratterialmente. Nella intervista raccolta, Ismail Omar Adala si è lamentato più volte, in italiano, del fatto che i giovani eritrei non vanno a trovarlo, eppure a suo dire avrebbe molte cose da raccontare e tramandare. Ma al tempo stesso era contento che i suoi fratelli italiani si ricordavano di lui. Al termine del nostro incontro ci ha voluto accompagnare all’autovettura, orgoglioso di far vedere a tutto il vicinato che si era raccolto per strada i suoi amici italiani che erano venuti a salutarlo.

4. Secondo Lei, l’odierna Eritrea cosa fa e che atteggiamento tiene nei confronti di questi uomini? C’è una tradizione militare molto solida in Eritrea che, a suo avviso, ha ricevuto dagli Ascari un importante contributo?

R. L’Eritrea di oggi ha altri problemi. Deve ancora risollevarsi dai disastri di una guerra di liberazione nazionale i cui effetti sono ancora oggi visibili dopo 25 anni dal termine degli scontri. Durante l’intervista rilasciata presso l’Hotel Ambassoira alla ERI-TV, ho sottolineato come dal passato si possono imparare tante cose e sicuramente il sentimento tramandato di padre in figlio può essere bene compreso dalle nuove generazioni. Ma è giunto il momento in cui gli eritrei contemporanei devono provvedere in proprio a questo aspetto perché è nel loro interesse. Se ciò non viene fatto, si perde questo messaggio che contiene la speranza e la preziosa eredità per le nuove generazioni eritree e far capire chi furono i loro nonni. A mio modo di vedere è fondamentale ricordare che gli Ascari sono stati i nonni ed i padri di chi ha conseguito la difficile e sofferta vittoria per l’Indipendenza. Ritengo che ci sia un legame profondo e forte fra le due generazioni che sembrano molto distanti ma che, invece, sono strettamente collegate da un sentimento di coraggio, libertà e indipendenza. Spero che questo mio punto di vista venga accolto dagli eritrei, perché devono guardare al loro passato remoto per poter sperare nel futuro. E che soprattutto non si limitino a rimproverarci di averli abbandonati, dimenticando, forse, che in fin dei conti avevamo perso la guerra e che siamo stati cacciati da quelle terre, anche se una minoranza della comunità italiana, presente in Eritrea da generazioni, ha vissuto laggiù fino agli inizi degli anni Settanta.

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