Alessandro Pellegatta.

Caro Alessandro Pellegatta, prima di tutto voglio ringraziarti per la disponibilità che mi concedi per questa intervista, ma al tempo stesso voglio scusarmi per la sua tardività, dato che il tuo libro “Eritrea – Fine e rinascita di un sogno africano” ha ormai fatto il suo debutto da più di un anno. Ciò che mi colpisce di questo libro è il suo essere un po’ un misto di generi: romanzo, saggio, persino guida per il turista… E allora, perché questo libro? E perché proprio sull’Eritrea?

L’Eritrea è un paese meraviglioso e complesso, che pochi conoscono. Ed è anche il simbolo della resilienza africana. Per conoscerlo occorre abbandonare pregiudizi e false certezze. Allora si coglierà appieno una terra dalla bellezza straordinaria, il crocevia di popoli ed idee, leggendo un percorso che dalla mitica Terra di Punt ci conduce ad Adulis e allo sviluppo della civiltà aksumita, all’avvento del cristianesimo monofisita, alla colonizzazione islamica dei bassopiani e delle isole Dahlak, all’avvento dei Portoghesi e degli Italiani e al fascino di città come Asmara e Massaua. L’Eritrea sono in pochi a conoscerla, e gli Italiani hanno perso la loro memoria storica. Quello che fino a ieri era grossolanamente definita “la Corea del Nord” dell’Africa oggi può tornare ad essere un “sogno africano”: il patrimonio storico, archeologico e naturalistico di questo paese è enorme e c’è ancora molto da fare, e gli italiani lavorano da anni nella valorizzazione di questo patrimonio. Ora è tornata finalmente la pace con l’Etiopia, e i nuovi processi vanno governati. Massaua, che da anni giace derelitta con le ferite dei bombardamenti, tornerà a rivestire il suo antico ruolo di porto strategico e di finestra verso altopiano etiopico e il Sudan, ma occorre preservare le sue fragili memorie architettoniche. Asmara, la più bella città africana, la “piccola Roma”, è entrata nel Patrimonio dell’Unesco e necessita di interventi di tutela e valorizzazione.

Nel tuo libro specifici di non essere nato scrittore, ed in effetti noto anche la stoffa dell’analista. Più volte fai capire come la natura culturale e storica davvero complessa dell’Eritrea si mescoli con le nazioni e soprattutto con le problematiche delle regioni limitrofe. Poni dunque un forte accento sulla sua natura strategica, ma anche sul suo potenziale a tuo giudizio ancora tutto da esplorare. In questo senso, che ruolo può recitare l’Eritrea oggi e nel futuro?

L’Eritrea, con la sua resilienza, può fare da apripista per i popoli africani che oggi si dibattono tra vecchi e nuovi colonialismi. In Eritrea c’è ancora un grande senso della comunità. Come scriveva Pasolini (“La grazia degli Eritrei”), gli Eritrei hanno grazia e dignità e hanno sopportato sofferenze e privazioni di ogni genere. In questa loro grazia di “gentiluomini popolari”, musulmani, cattolici e copti si confondono e si integrano vicendevolmente. Cultura stanziale e nomadica convivono. Nei villaggi contadini eritrei da secoli non esiste la proprietà privata della terra ma usi collettivi, e si esercita la rotazione del possesso dei campi. I nomadi sono ancora più essenziali. Da secoli gli Eritrei sono disabituati al possesso e questo conferisce loro un certo distacco delle cose. Hanno una forte identità nazionale e hanno combattuto per decenni per conquistare la libertà senza appoggi internazionali. Hanno subito una federazione forzata nel 1950, sono stati annessi dall’Etiopia, hanno combattuto per l’indipendenza ed hanno sopportato lunghi anni di mancanza di libertà civili e un servizio militare illimitato. Tutto questo perché il paese è rimasto “assediato” e oggetto degli embarghi internazionali, ma nonostante tutto questo paese ha garantito sanità pubblica di eccellenza, cibo e acqua alla sua gente, una scuola pubblica gratuita, e non ha fatto penetrare il terrorismo. Non ci sono lotte religiose o etniche mentre nella vicina Etiopia si è sfiorata la guerra civile e molte etnie (tra cui quella oromo) sono state violentemente represse.

Una cosa che ho notato è il tuo voler sottolineare, e lo trovo molto condivisibile, la naturale plurale dell’Eritrea. Non c’è solo Asmara, ma anche Massaua, e poi possono essere aggiunti anche altri centri minori che menzioni nel tuo libro, come Adulis, oppure Cheren, o ancora le Isole Dahlak, tutti luoghi che hanno una grande importanza storica ma che in Italia pochi conoscono. E poi c’è anche l’immenso lascito storico di D’mt e di Axum, che in un certo senso oggi rivive col riavvicinamento fra Eritrea, Etiopia e Somalia. Come descriveresti e riassumeresti tutta questa diversità?

In Eritrea coesistono nove etnie con lingue e culture diverse. Cultura semitica, nilotica e cuscitica si sono miscelate nei secoli. Attraverso le vie carovaniere che partivano e tornavano ad Adulis si sono miscelati Mediterraneo, Africa, Penisola Arabica e India. Lo “spazio eritreo” si presenta complesso e articolato, con una proiezione economico-sociale non solo verso l’interno dell’Etiopia storica. L’Eritrea ha avuto fin dall’antichità un suo rilevante spazio geo-strategico in quanto combinava dimensioni territoriali diverse, terrestri e marine, il tutto nell’ambito di una macroregione complessa. L’Eritrea è stata pertanto nei secoli un vero e proprio laboratorio di sperimentazione sociale, economica e giuridica che ha anticipato i tempi moderni. Sto cominciando a scrivere un nuovo libro sulla storia di Massaua, e ogni giorno che passa rimango allibito davanti alle sue straordinarie stratificazioni sociali e alle sue diversità. Anche il “vecchio colonialismo” italiano antecedente al fascismo e alla creazione dell’Impero cercò di comprendere tutta questa diversità per amministrarla. Colonia e post-colonia eritrea rimangono spazi simbolici e identitari in continuo movimento, e l’Eritrea resta uno straordinario paese da studiare e conoscere e che presenta letture trasversali sulle appartenenze multiple nella regione del Corno d’Africa e sui molteplici attraversamenti che derivano, oggi come ieri, dai movimenti diasporici e transazionali. E poi ci sono gli Italiani d’Eritrea…una razza ormai in via di estinzione che conserva una memoria collettiva straordinaria. La regione eritrea, tra cui in particolare i bassopiani costieri di Massaua, ha rappresentato nei secoli un punto di contatto tra diverse “frontiere” situate tra Mar Rosso e Penisola Arabica, la valle del Nilo sudanese e gli altipiani del nord dell’Etiopia. La società massauina riflette perfettamente questo melting pot, questa storica configurazione cosmopolita, rispecchiando come un caleidoscopio la straordinaria varietà etnico-culturale che vede intrecciarsi popolazioni differenti, che nel corso dei secoli hanno imparato a convivere. In questa terra il nesso dei confini e delle memorie segue percorsi non univoci né lineari e i problemi di identità storica rimandano alla pluralità, alla sovrapposizione di memorie e solidarietà collettive, che interagiscono coesistendo. Il Mar Rosso non fu solo uno spazio di transito ma una regione densa di culture e identità differenti, una regione integrata da circuiti e reti (marine e terrestri) multistrato e interconnesse, su cui la ricerca culturale e archeologica è ancora solo all’inizio. Nonostante il mixing tra cultura cuscitica e sabeiana, non esistono infatti ancora evidenze archeologiche che supportino il mito dell’urbanizzazione aksumita. Viceversa, la colonizzazione del Corno d’Africa nacque grazie ai re indigeni e alla civiltà aduli tana.

In generale, parlando della politica e della società eritrea, anche in merito alle ultime e gradite novità riguardanti questo paese, cosa prevedi per il futuro e che ruolo potrebbe svolgere l’Italia per la situazione generale di Asmara e del Corno d’Africa?

Attualmente la Cina, superando i tradizionali paradigmi del colonialismo, sta rinnovando lo scramble for Africa, infiltrandosi anche nei territori dell’ex impero coloniale italiano. Dopo anni di latitanza, di perdita di memoria storica e di disinteresse per lo studio del periodo coloniale (spesso impropriamente confuso col fascismo), il nostro paese sembra ripensare e rinnovare le sue relazioni col continente africano. L’Italia ha ancora una qualche influenza nel Corno d’Africa, e il dossier della pace tra Etiopia e Eritrea appare riemergere dopo molti anni di immobilismo. Gli italiani hanno fatto e stanno facendo cose egregie in Eritrea nel campo culturale, del restauro e dell’archeologia.

Oggi ci portiamo ancora appresso un passato che non passa. Lo scandalo Cagnassi –Livraghi di Massaua; gli sprechi e i comportamenti lascivi durante l’amministrazione militare della Colonia Eritrea prima dell’arrivo di Ferdinando Martini; le brutali espropriazioni di Baratieri in Eritrea e il più che disinvolto operato della Società del Benadir in Somalia; la deportazione della popolazione della Cirenaica e l’uso dell’iprite durante la guerra di Libia e di Etiopia; l’apartheid, le leggi razziali e contro il madamato; i lager di Nocra in Eritrea e di Danane in Somalia; il massacro di Addis Abeba e dei monaci e diaconi di Debra Libanos in Etiopia ad opera di Graziani (che finì in bellezza la sua fulgida carriera nella Repubblica Sociale Italiana). Il colonialismo politico è una macchia che oggi i più vorrebbero cancellare senza nemmeno conoscere. Molti meticci figli di Italiani stanno ancora aspettando il riconoscimento della cittadinanza…

Come ha scritto Angelo Del Boca, “[…] il mancato dibattito sul colonialismo e la persistente lettura in chiave apologetica delle imprese africane non soltanto hanno consentito che fossero mandati assolti tutti i maggiori responsabili dei genocidi africani, ma hanno anche notevolmente influito sulla politica elaborata nei confronti delle ex colonie, che si caratterizza per rozzezza, improvvisazione, inadempienze e ritardi. L’Italia ha perso una grande occasione. Poteva tornare in Africa per riparare con generosità i suoi torti e svolgervi […] una proficua collaborazione”.

Anche davanti alla storica distensione tra Eritrea ed Etiopia del 2018, la politica italiana è rimasta quasi totalmente assente, e sui social media, così come nell’immaginario collettivo, si assiste alla continua celebrazione di convinzioni e teorie giustificazioniste. L’Italia, spiace dirlo, sull’Africa continua nella sua politica spicciola, senza programmi né visioni organiche, aggiungendo alle vecchie nuove ingiustizie. Sulla Somalia resta ancora lo scandalo della Cooperazione italiana e la storia di 24 anni di depistaggi che tuttora impediscono di risolvere il giallo della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

In un mondo che sembra ormai senza più ideali e speranze, dove l’istinto della violenza e i batteri dei nuovi fascismi, dei nazionalismi e dei colonialismi stanno mutando continuamente e si diffondono a macchia d’olio, dove le distanze geografiche si accorciano sempre di più e i media si limitano a dare solo notizie superficiali e sensazionali, seguire le avventure di Manfredo Camperio (n.b.: a novembre p.v. uscirà un mio nuovo libro su questo nostro grande esploratore) e di coloro che lo accompagnarono nelle sue esplorazioni africane dell’Ottocento ci potrà aiutare per meglio comprendere le continue evoluzioni dell’Africa, questo continente da secoli al centro degli appetiti politici ed economici internazionali e che, pur impoverito dalle sue disperate ondate migratorie verso l’Occidente e continuamente depredato delle sue risorse materiali, sta faticosamente cercando di uscire da vecchi e nuovi colonialismi per intraprendere la strada dello sviluppo e di un’effettiva indipendenza.

Come ha scritto Romain Rainero nel 1960[1], “[…] tocca a tutti (noi) e specie agli ex-dominatori, gli europei, capire le nuove realtà, e solo alla loro luce pensare al futuro in una serena e costruttiva visione di cooperazione e di simpatia verso un continente che risorge”.

E soprattutto, come ha scritto Conti Rossini, “ricordare è da forti”.

[1] Roman Rainero, Il risveglio dell’Africa nera, Laterza, Bari, 1960, p.8.

Copertina del libro di Alessandro Pellegatta.

Gentile Lettore, ogni commento agli articoli de l'Opinione Pubblica sarà sottoposto a moderazione prima di essere approvato. La preghiamo di non utilizzare alcun tipo di turpiloquio, non alimentare discussioni polemiche e personali, mantenere un comportamento decoroso. Non saranno approvati commenti che abbiano lo scopo di denigrare l'autore dell'articolo o l'intero lavoro della Redazione. Per segnalazioni e refusi la preghiamo di rivolgersi al nostro indirizzo di posta elettronica: [email protected]

Inserisca il suo commento
Inserisca il Suo nome