Innanzitutto, grazie per il tempo che ci ha concesso per quest’intervista.

La rivista che dirige ha suscitato molto interesse, perché riempie degli spazi finora rimasti vuoti nel suo settore e più in generale nell’ambito della geopolitica e della geoeconomia. Può spiegarcelo più dettagliatamente?
Ci sono già molte testate, soprattutto multimediali, che si occupano di questi temi in Italia. Tra quelle cartacee, la nostra ha la particolarità di presentarsi in un formato dinamico, snello e moderno, “da edicola” per intenderci, ma al contempo di offrire al lettore contributi di spessore, reportage, interviste e approfondimenti specifici. Ci siamo rifiutati di realizzare l’ennesima pubblicazione di tenore accademico, destinata alla nicchia degli addetti ai lavori. La nostra missione editoriale è quella di studiare le dinamiche internazionali, raccogliendo dati e testimonianze, e tradurle in un linguaggio quanto più comprensibile per il cittadino comune. Lo stesso termine “geopolitica” è ormai saturo, almeno nel nostro Paese. In pochi anni è finito in bocca a tantissime persone, spesso a sproposito. La globalizzazione reale che viviamo sulla nostra pelle ogni giorno ha ben poco a che fare con la mitologia cosmopolita del “villaggio globale” diffusa in Occidente negli anni Novanta. Piuttosto è un fenomeno di interazione basato sulla connettività tra economie e sistemi-paese, tant’è che oggi è preferibile ricorrere al termine “internazionalizzazione”. L’espansione mondiale delle potenzialità di crescita e sviluppo ha permesso a molti Paesi arretrati di emergere o riemergere, andando a costituire nuove aggregazioni regionali fondate su modelli socio-culturali che, nonostante la generale adozione dell’economia di mercato, restano molto diversi dal nostro, secondo le direttrici di quel fenomeno che gli studiosi definiscono col nome di “multipolarizzazione” del potere mondiale. Noi ci inseriamo proprio in questo processo, per cercare di comprenderlo, studiarlo e descriverlo.

Il numero dedicato alla Cina nell’Ottobre dell’anno scorso ha suscitato molto interesse, anche da parte del premier cinese in visita in Italia in quei giorni. Ritiene che il nuovo numero, dedicato al Brasile, riuscirà a bissarne il successo?
Ad un mese e mezzo circa dalla sua uscita i dati sono già soddisfacenti. Certo, nel caso del debutto la nostra presenza al vertice ASEM di Milano ci ha fornito una vetrina enorme e forse irripetibile. Tuttavia, non mi stanco mai di ricordare che la nostra rivista è ancora un cantiere aperto e che, nonostante le mille difficoltà provocate dalla crisi nerissima dell’editoria italiana, cerca di gettare le basi per solidificare la sua presenza sul mercato. Paghiamo poi lo scotto di un generale clima “gerontocratico”, che riduce gli spazi e le possibilità per tanti giovani. Per quanto riguarda il nuovo numero, la proposta è comunque di primo piano: abbiamo ospitato firme importanti quali l’On. Fabio Porta, presidente dell’Associazione di Amicizia Italia-Brasile, Riccardo Monti, presidente dell’Agenzia ICE, Vinicius Estrela, direttore del Padiglione Brasiliano ad Expo2015, Paulo Gastão Silva, vicepresidente del colosso aeronautico Embraer, Antonio Jorge Ramalho da Rocha, direttore dell’Istituto Strategico Pandiá Calógeras‬ ed altri ancora.

Perché un numero dedicato al Brasile? Quali sono i motivi per cui un imprenditore dovrebbe guardare a questo Paese? Il Brasile è una grande potenza: in sintesi, può spiegarci come lo è divenuto e quali saranno le sue prospettive future?
Lungo l’intero corpus del numero sarà possibile per il lettore comprendere come questo immenso Paese sudamericano si sia potuto trasformare, diventando la settima economia mondiale ed una delle cinque principali potenze emergenti. Il modello economico misto e le avanzate politiche sociali avviate da Lula nel 2003 hanno fin’ora strappato dalla povertà 35 milioni di brasiliani, senza impoverire le classi più agiate né danneggiando seriamente i profitti dell’industria privata. Anzi, l’espansione dei consumi ha stimolato gli investimenti sia interni che esteri, garantendo un equilibro ponderato tra aziende brasiliane e aziende straniere. Investire in Brasile non è facilissimo, come ha ricordato anche il presidente di ICE-Agenzia Riccardo Monti nell’articolo che ci ha concesso. Le nuove regole volute dal governo in materia, tuttavia, rispondono ad esigenze strutturali. Negli anni Novanta, l’apertura indiscriminata persino ai più rischiosi capitali speculativi stranieri aveva portato il debito estero al collasso. Dopo gli anni del grande sviluppo, oggi il Brasile si trova ad un bivio dopo almeno due anni di pesante contrazione del tasso di crescita. La riconferma elettorale di Dilma Rousseff nel 2014 ha avuto un notevole significato politico e può costituire l’occasione giusta per il rilancio del Paese dalla crisi che sta attraversando, anche a causa della problematica congiuntura internazionale. In generale, si tratta di un rallentamento fisiologico delle economie dimostratesi più dinamiche nel corso dell’ultimo decennio, che ha coinvolto anche la Cina, sebbene su standard e valori profondamente diversi. Nel dettaglio, invece, il Brasile deve ora valorizzare la sua rinnovata capacità di proiezione internazionale e tornare a investire con decisione, e non solo economicamente, in Africa e in Medio Oriente, portando avanti la strategia già indicata alcuni anni fa da Lula.

Che ruolo può svolgere il Brasile nell’ambito latinoamericano e, più estesamente, mondiale?
Il Brasile è il motore dell’America Latina. Non c’è dubbio su questo. In riferimento al processo di integrazione latino-americano, si fa un gran parlare del Venezuela, di Cuba, dell’Ecuador e della Bolivia, spesso per evidenti ragioni di empatia ideologica, ma il Brasile da solo ricopre quasi la metà del territorio sudamericano e contribuisce per il 48-49% al PIL complessivo del Continente. Risulta dunque impossibile escludere la nazione verde-oro da qualsiasi considerazione generale sulla regione. Due fattori in particolare “separano” il Brasile dal resto del Sudamerica: la lingua portoghese e una mentalità manageriale profondamente influenzata dalla massiccia presenza di oriundi europei tra le fasce dirigenziali nei vari settori della società. Si stima che ben 30 dei 203 milioni di brasiliani abbiano origini italiane. Vi sono poi oriundi tedeschi, polacchi e balcanici. Il padre della stessa Dilma Rousseff, Pedro Rousseff, in realtà nacque in Bulgaria col nome di Petar Rusev ed emigrò in Brasile per lavoro alla fine degli anni Trenta del Novecento. Nell’ambito mondiale, il Paese svolge già da decenni un ruolo di primo piano nel quadro delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Nell’articolo del Professor Ramalho da Rocha, il lettore potrà conoscere il peso politico e lo scopo di lungo termine di questa particolare forma di impiego delle Forze Armate di Brasilia. Si tratta di un compito perfettamente allineato alla natura pacifica e non-interventista del Paese che, tuttavia, non ha impedito al Ministero della Difesa di dotarsi, negli ultimi anni, di un apparato militare tra i più tecnologicamente avanzati tra quelli di tutte le nazioni emergenti.

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