Banche venete

È vero, questa mattina i lettori del nostro giornate vorrebbero leggere le notizie riguardanti la disfatta elettorale del PD alle elezioni amministrative e invece, l’autore di questo articolo deve parlarvi del caso delle banche venete.

Eppure i due temi sono strettamente collegati, perché la soluzione “ibrida” trovata dal governo volta ad evitare un’applicazione completa della normativa BRRD, molto probabilmente aveva lo scopo di contenere sia la sfiducia nel sistema bancario italiano e sia la sfiducia elettorale nel Partito Democratico.

Venerdì 23 giugno, in serata, la BCE dichiara il fallimento delle due banche venete. La soluzione era già pronta sul tavolo e ricalcava a grandi linee quella della spagnola Banco Popular: Banca Intesa Sanpaolo rileverà Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca alla cifra simbolica di 1 euro.

Ma a differenza del caso spagnolo, Banca Intesa acquisirà soltanto la parte ripulita delle due banche venete, la good bank, cioè solo le attività sicure e non provvederà di tasca sua a nessun aumento di capitale. La bad bank, costituita dai crediti deteriorati e dalle attività a rischio, sarà a carico dello Stato.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato nella giornata di domenica il decreto per evitare “il fallimento disordinato” di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Complessivamente, l’esborso pubblico sarà di 17 miliardi di euro finanziati dal debito aggiuntivo previsto dal decreto salva-banche di dicembre, ma nell’immediato verranno versati a Intesa Sanpaolo 5,2 miliardi: 4,785 miliardi serviranno per adeguare i ratios patrimoniali di Intesa, 1,285 miliardi di euro, “a copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all’acquisizione, che riguardano tra gli altri la chiusura di circa 600 filiali e l’applicazione del fondo di solidarietà in relazione all’uscita, su base volontaria, di circa 3.900 persone del gruppo risultante dall’acquisizione, nonché altre misure a salvaguardia dei posti di lavoro, quali il ricorso alla mobilità territoriale e iniziative di formazione per la riqualificazione delle persone”. Altri 400 milioni saranno stanziati per garanzie potenziali su futuri rischi, ai quali si aggiungeranno fino a 12 miliardi: 6,3 miliardi di crediti in bonis che potrebbero risultare deteriorati e oltre 4 miliardi per crediti in bonis ma ad alto rischio.

Nel comunicato stampa di Intesa Sanpaolo si legge:

“L’intervento di Intesa Sanpaolo permette di evitare i gravi riflessi sociali che sarebbero altrimenti derivati dalla procedura di liquidazione coatta amministrativa delle due banche, salvaguardando l’occupazione delle persone che vi lavorano, i risparmi affidati da circa 2 milioni di famiglie e l’attività di circa 200 mila imprese finanziate e conseguentemente l’occupazione di 3 milioni di persone nelle regioni che registrano la maggiore crescita economica del Paese.

L’acquisto riguarda un perimetro segregato che esclude i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili e esposizioni scadute), le obbligazioni subordinate emesse, nonché partecipazioni e altri rapporti giuridici considerati non funzionali all’acquisizione. Peraltro, a titolo di ristoro per i piccoli risparmiatori detentori di obbligazioni subordinate emesse dalle due banche, Intesa Sanpaolo stanzierà complessivamente 60 milioni di euro, che includono un importo come proprio intervento in aggiunta alla quota parte prevista del contributo del sistema bancario.

Il perimetro oggetto di acquisto include, oltre alle attività e passività selezionate di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, anche il contributo delle partecipazioni in Banca Apulia S.p.A. e Banca Nuova S.p.A, in SEC Servizi S.c.p.a., in Servizi Bancari S.c.p.a. e, subordinatamente all’ottenimento delle relative autorizzazioni, nelle banche con sede in Moldavia, Croazia e Albania, e riguarda in particolare:
–    crediti in bonis diversi da quelli ad alto rischio per circa 26,1 miliardi di euro,
–    attività finanziarie per circa 8,9 miliardi di euro,
–    attività fiscali per circa 1,9 miliardi di euro,
–    debiti verso clientela per circa 25,8 miliardi di euro,
–    obbligazioni senior per circa 11,8 miliardi di euro,
–    raccolta indiretta per circa 23 miliardi di euro, di cui circa 10,4 miliardi di risparmio gestito,
–    circa 900 sportelli in Italia e circa 60 all’estero, inclusa la rete di filiali in Romania,
–    circa 9.960 persone in Italia e circa 880 all’estero.

Il perimetro oggetto di acquisto comprende anche crediti in bonis ad alto rischio per circa 4 miliardi di euro, con diritto di Intesa Sanpaolo di retrocessione nel caso di rilevazione, nel periodo fino all’approvazione del bilancio al 31 dicembre 2020, dei presupposti per classificarli come sofferenze o inadempienze probabili”.

Stamattina, la Banca d’Italia ha nominato i commissari liquidatori della Banca Popolare di Vincenza e Veneto Banca. Per Popolare Vincenza i commissari sono: Claudio Ferrario, Giustino Di Cecco e Fabrizio Viola. Per Veneto Banca sono: Alessandro Leproux, Giuliana Scognamiglio e Fabrizio Viola. Per le due banche sono stati nominati anche i componenti dei rispettivi comitati di sorveglianza. Per Popolare di Vicenza si tratta di Maria Elisabetta Contino, Francesco De Santis e Raffaele Lener mentre per Veneto Banca sono Franco Benassi, Giuseppe Vidau e Andrea Guaccero.

A detta del governo, com’era prevedibile, questa era “l’unica soluzione possibile” per salvaguardare correntisti e risparmiatori. Ovviamente lo scopo era quello di evitare una “liquidazione disordinata” ma anche, aggiungiamo noi, quello di evitare il bail-in che avrebbe prodotto un clima di incertezza nei mercati finanziari. Ma come abbiamo già detto, questa soluzione riesce anche a contenere la perdita di consenso elettorale del PD.

Ma era davvero l’unica soluzione possibile? Ripercorriamo le tappe della crisi delle due banche venete. La stessa BCE nel suo comunicato ricorda che “nel 2016, il fondo Atlante ha investito approssimativamente 3,5 miliardi di Euro in in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza”. Il fondo intervenne dopo il fallimento dell’aumento di capitale di 1 miliardo di euro. Ma prima ancora, se ricordate, ci fu la lettera della BCE di dicembre 2015 in cui si intimavano “misure di vigilanza” nel caso in cui non fosse avvenuta la trasformazione di Veneto Banca in Spa e la ricapitalizzazione. Il tutto avvenne in un clima surreale, dietro la supervisione di 100 poliziotti, telecamere di sicurezza e metal detector. Ovviamente a farne le spese furono gli azionisti.

Tutto questo fu fatto per evitare l’intervento statale e dare credito alle nuove regole introdotte a partire da gennaio 2016 sull’Unione Bancaria. Ricordate i tweets di Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Pier Carlo Padoan?

Ora lo Stato italiano regala 17 miliardi a Banca Intesa per liquidare Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza, senza ricavarci nulla e senza prendere il controllo delle due banche venete. Quanto sarebbe costata allo Stato una nazionalizzazione preventiva fatta a tempo debito, che avrebbe assicurato al governo di entrare nel capitale delle due banche come azionista di maggioranza, prenderne il totale controllo e recuperare negli anni l’investimento fatto attraverso introiti provenienti da banche risanate? Forse molto meno di 17 miliardi.

La soluzione “ibrida” trovata, quindi, non era l’unica soluzione possibile ma era la soluzione più adatta per accontentare sia il Partito Democratico, che avrebbe perso consenso elettorale con un bail-in pesantissimo, sia per calmare le piazze finanziarie che avrebbero negato quella poca fiducia che hanno ancora nel sistema bancario italiano, e sia per accontentare le istituzioni dell’Unione Europea (e la Germania) che vogliono mantenere in vita l’Unione Bancaria e la BRRD.

Su questo ultimo punto, però, si tratta più di un accanimento terapeutico. Come sappiamo, l’Unione Bancaria va ancora completata: le manca una gamba per tenersi in piedi, cioè quella della garanzia europea sui depositi. Garanzia che, dopo le ultime vicende bancarie italiane, probabilmente non sarà mai concessa. Ma allo stesso tempo,  i problemi del nostro sistema bancario necessitano assolutamente dell’intervento dello Stato e pertanto la BRRD sarà sempre più accantonata. L’unico problema riguarda il tipo di intervento: come abbiamo visto le soluzioni “ibride” volte ad accontentare tutti abbisognano di un esborso pubblico ingente e molto più oneroso rispetto a una nazionalizzazione classica.

A furia di battere pugni, il tavolo in Europa si sarà tutto consumato e le mani dei nostri rappresentanti saranno tutte indolenzite. Ma quel che finora abbiamo ottenuto è davvero ben poco.

Dai risultati di queste ultime elezioni amministrative, forse le soluzioni ibride non provocano nemmeno più l’effetto sperato nell’elettorato.

Marco Muscillo

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