Venerdì sera è successo un fatto gravissimo a Senigallia, che è “stranamente” sfuggito alla stampa “dei piani alti”: la comunità ucraina ha impedito fisicamente la presentazione del libro di Sara Reginella sul Donbass.

I gestori del locale che ospitava l’autrice del libro “Donbass. La guerra fantasma nel cuore d’Europa”, per garantire la sicurezza e l’incolumità sua e degli altri presenti, si sono trovati costretti a richiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

È grave che in un paese che si definisce democratico come l’Italia avvengano fatti del genere.

Sara Reginella ha in ogni caso precisato che continuerà a portare avanti la sua testimonianza, indipendentemente dal comportamento di chi vorrebbe ridurla al silenzio con mezzi che in Italia dovrebbero essere ritenuti gravi e inaccettabili.

La regista e psicoterapeuta di Ancona nel suo “Start up a war” (il trailer è visionabile online) ha analizzato i meccanismi che scatenano le guerre. Nel suo documentario la Reginella racconta in maniera precisa e puntuale la vita dei civili del Donbass e delle forze di resistenza che lottano per l’indipendenza e per la salvezza di un popolo.

Un episodio inquietante che segue di poche ore quello accaduto a Napoli, a piazza Cavour, dove la comunità ucraina ha affisso dei manifesti con volti, nomi e cognomi di persone che danno una “lettura” diversa dell’operazione speciale russa in Ucraina.

Un modo di fare, questo, radicato in Ucraina e stimolato dalle istituzioni ucraine dal 2014 in poi, anche con l’utilizzo di siti in cui ogni cittadino può caricare informazioni sui dissidenti, come nomi e cognomi, profili social, indirizzi di casa, numeri di telefono, ed altri dati sensibili utili alla loro identificazione e localizzazione. Emblematico, in tal senso, è il tristemente famoso “Myrotvorets”.

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