Josif Stalin, Adolf Hitler

Sono passati 77 anni, da quando, il 1 Settembre del 1939, Adolf Hitler, alla guida del Terzo Reich, decise di invadere la Polonia. Questa mossa segnò l’inizio della II Guerra Mondiale.

L’URSS, in tutta risposta, decise di occupare la parte est della Polonia per tutelarsi dalla minaccia del nazionalsocialismo in espansione. Con la fine della Campagna di Polonia, infatti l’Unione Sovietica controllava il 52% del territorio polacco. Tuttavia il patto Ribbentrop-Molotov non comprendeva nessuna divisione a discapito della Polonia, ma la delimitazione di “aree di sicurezza” nei territori confinanti all’URSS. Infatti, la decisione di invadere la Polonia due settimane dopo la mossa tedesca, fu una scelta strategica da parte dei funzionari sovietici, che chiedevano l’estensione verso occidente del perimetro di sicurezza strategica. Tutto ciò per limitare il rischio di un blitzkrieg che avrebbe portato la Wermacht nel cuore della Russia.

Ciò non evito malgrado tutto che nel 1941, la Germania conquistasse i territori occupati dall’URSS spingendosi fino al Volga, dove poi trovo la sconfitta a opera dell’Armata Rossa. Una sconfitta che diede il la alla successiva capitolazione del Terzo Reich.

Tornando all’occupazione della Polonia, sotto l’amministrazione nazista vennero soppresse la Chiesa Cattolica e le altre religioni. Inoltre, tra il 1939 e il 1945 furono deportati circa 3.000 membri del clero nel campo di concentramento di Dachau. Mentre durante l’amministrazione Sovietica, vi furono delle riforme, fra cui la collettivizzazione delle terre, e la ricostruzione delle istituzioni sociali e governative polacche.

Se delle ragioni sovietiche si è già parlato veniamo ai motivi che spinsero Hitler a compiere l’invasione del paese slavo. Il “Führer” era ossessionato da due concetti: il primo era la presunta necessita di ottenere uno “Spazio Vitale” (Lebensraum) per i tedeschi. D’altro canto una delle sue motivazioni era prettamente di tipo razziale: il connubio fra bolscevismo e complotto giudaico da una parte, l’inferiorità razziale degli slavi, e la paura per l’imminenza di un attacco sovietico. Niente di nuovo se consideriamo che scrisse gran parte di queste considerazioni già nel famosissimo Mein Kampf, negli anni ’20. E questo ovviamente non poteva non alimentare i sospetti sovietici riguardo la sincerità di Hitler.

A tal proposito ecco cosa dice lo storico Ludo Martens in “La collettivizzazione e l’olocausto ucraino”: “Nel suo Mein Kampf del 1926 Hitler aveva già affermato che considerava l’Ucraina come parte del ‘lebensraum’ germanico. La campagna orchestrata dai nazisti nel 1934-35 sul ‘genocidio’ bolscevico in Ucraina servì da preparazione psicologica alla già pianificata ‘liberazione’ dell’Ucraina”.

Ovviamente, per poter conquistare l’Ucraina era necessario prendere la Polonia, sopratutto per evitare che i sovietici la utilizzassero per colpire ai fianchi la Wehrmacht, o la stessa Germania. Era inoltre impossibile mettere da parte il casus belli dato da Danzica, per attaccare l’unico Paese che formalmente non era ostile al Terzo Reich, senza subire un pesantissimo contraccolpo diplomatico. Oltre a ciò, l’opinione pubblica tedesca non era probabilmente ancora pronta, così come le forze tedesche. D’altro canto, lo stesso Hitler, e persino i generali meno filonazisti, sottovalutavano pesantemente il numero di divisioni sovietiche che avrebbe dovuto affrontare.

Valerio Partescano

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