Irena Sendler

Ci sono storie che non possono non essere raccontate. Soprattutto se si tratta di donne che stampato nel loro Dna hanno coraggio, responsabilità, umanità. In modo particolare se, poi, hanno aiutato a cambiare il mondo, a evitare, nel suo piccolo, una tragedia ancora più immane.

Le parole chiave sono: Seconda guerra mondiale, tedeschi, ebrei, Polonia, Ghetto di Varsavia, 1942. E lei, al secolo Irena Krzyzanowska, ma meglio conosciuta come Irena Sendler. Socialista, libera ed emancipata, ha salvato circa 2.500 bambini ebrei durante l’occupazione tedesca della Polonia. Ha portato via i piccoli dal ghetto della capitale polacca, Varsavia, li ha collocati in famiglie e conventi, li ha forniti di documenti falsi, con nomi e cognomi diversi da quelli veri. E, come se non bastasse, ha anche tenuto un registro di questi bambini, in modo che, una volta finita la guerra, potessero tornare alle loro prime e vere identità.

La grandezza di tutto, però, sta nel fatto che lei, questa donna che aveva l’aspetto mite, vestita all’antica e modestamente, calzava grosse e comode scarpe nere, parlava poco, sorrideva molto, e non si alzava dalla poltrona (presto capiremo perché), non si è mai considerata una eroina, perché convinta che potesse fare molto di più.

Ma chi è stata veramente questa Irena, le cui gesta per decenni sono praticamente sconosciute e improvvisamente fiorite negli ultimi anni grazie a due bellissimi libri a lei dedicati? Nasce nel 1910 nella capitale polacca, e fin dai primissimi anni entra in contatto con la comunità ebraica lì presente. Sia perché, dopo la morte del padre (Irena ha sette anni), alcuni responsabili della comunità ebraica si offrono nel pagare gli studi di Irena come segno di gratitudine. Sia perché, durante il periodo universitario, si oppone alla ghettizzazione degli studenti ebrei e, come conseguenza, viene sospesa dall’Università di Varsavia per tre anni.

Allo scoppio del conflitto, e alla devastante invasione tedesca nel settembre 1939, lavora nei Servizi sociali, iniziando da subito a proteggere gli amici ebrei a Varsavia e, aiutata da altri collaboratori, riesce a procurare loro circa 3mila falsi passaporti. La svolta si ha quando ottiene un permesso speciale per entrare nel Ghetto alla ricerca di eventuali sintomi di tifo. È il suo successo: la libertà di entrare e uscire dal Ghetto le permette di convincere i genitori ad affidarle i bambini. E così, insieme ad altri membri della Resistenza, organizza la loro fuga: i neonati li nasconde nelle casse del suo furgone, i bambini più grandi in sacchi di juta. Non tutti sono prelevati da quell’inferno, molti sono anche negli orfanotrofi, e Irena fornisce loro una nuova identità con nomi cristiani, affidando loro a famiglie e preti cattolici.

L’anno successivo viene catturata dalla Gestapo: torturata, le fratturano gambe e braccia (ecco perché non si alzava dalla poltrona), ma lei non rivela il segreto. È persino condannata a morte, ma la resistenza polacca riesce a salvarla, permettendole di completare il suo capolavoro al termine del conflitto. I nomi dei bambini sono consegnati a un Comitato ebraico, ma solo un piccolo numero si è ricongiunto alla famiglia, perché la maggior parte, comunque, ha trovato morte nei lager.

Ben presto, però, si aggiunge un altro problema, seppur meno grave. Anche lei, la donnina eroina, è dimenticata, addirittura minacciata dallo stesso partito comunista nella quale era iscritta, fatta eccezione per il riconoscimento del 1965, quando viene nominata “Giusta tra le Nazioni”. Soltanto a fine anni Novanta e all’inizio del nuovo millennio, quando ormai Irena è molto anziana, accade quello che doveva accadere. Nel 1999 un gruppo di studenti del Kansas scopre la sua storia e la rende nota con uno spettacolo “Life in a Jar” (La vita in un barattolo), un libro e un dvd. Nel 2007, un anno prima di morire, è proclamata eroe nazionale dal Senato polacco, ed è addirittura candidata per vincere il premio Nobel della pace, senza però vincerlo. La motivazione? Le sue gesta erano troppo antecedenti.

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