Erano le 19:34 del 23 novembre del 1980. Una domenica apparentemente uguale a tante altre, con i suoi “riti” ed i suoi ritmi, si tinse di nero e d’apocalisse. La terra tremò, inghiottendo vite e storie, speranze e pezzi di futuro.

90 secondi di terrore, un ipocentro a circa 30 km di profondità, un’area interessata di circa 17.000 km quadrati, 679 comuni colpiti dall’Irpinia al Vulture, una magnitudo di circa 6,9 gradi Richter, pari al 10° grado della Scala Mercalli, con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania.

280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti. Un disastro naturale a cui seguirono quelli “artificiali”, con i saccheggi della mala politica e lo stupro del territorio da parte delle mafie, sue socie in affari.

Le consorterie tangentiste della ‘prima repubblica’ trasformarono la catastrofe in una gallina dalle uova d’oro per le imprese degli amici e degli amici degli amici che lucrarono allegramente sulla ricostruzione, sub-appaltando i lavori sporchi alla camorra ed elargendo lauti compensi ai partiti e a tanti accattoni parlamentari campani, trasversalmente distribuiti, che tradirono e rinnegarono la loro terra. La cifra spesa per la ricostruzione, l’edilizia popolare e l’industrializzazione fu mostruosa: mille miliardi di lire. Grazie a quella montagna di miliardi, molti clan passarono dalla gazzosa allo champagne, dagli stracci da mercato al cachemire. E divennero “imprenditori”.

Non fu solo il terremoto a rendere “terremotati” migliaia di campani. Le emergenze, da sempre, ingrassano il potere e favoriscono le scalate sociali di chi non si fa scrupoli a trasformare le tragedie in bancomat. Certe dinamiche, da quel preciso momento, furono elevate a “sistema”.

Quel 23 novembre, tra le tenebre, fecero capolino anche dei raggi di luce. Gli abitanti delle altre regioni d’Italia non rimasero sordi e ciechi davanti a tutto quel dolore che, attraverso le radio e le televisioni, si propagò di casa in casa, di cuore in cuore. La solidarietà assunse dei volti, ebbe delle mani, dei dialetti, delle voci. Il “volontariato” prese forma e sostanza.

Migliaia di uomini e donne, di tutte le estrazioni sociali, scavarono a mani nude per giorni. Su una terrà squarciata, che aveva inghiottito la generazione irpina del 1980, una comunità si unì gomito a gomito, riscoprendosi popolo.