Nello scenario venutosi a creare in questi ultimi due anni, abbiamo notato come l’Italia, pure coraggiosamente rispetto a certi suoi vincoli storici, abbia iniziato a guardarsi intorno, a tentare di battere nuove strade, in un qualche modo consapevole del fatto che il futuro non potrà sempre e soltanto basarsi sugli equilibri e le certezze del passato: in primo luogo le alleanze e le strategie economiche consolidatesi ormai negli ultimi decenni.

Per carità, è qualcosa di più che giusto e doveroso, considerando che certe domande su “cosa fare da grandi” se le sono fatte anche altri, e non solo il nostro paese. In Europa, per esempio, bene o male in tanti hanno cercato d’individuare qualche nuovo percorso per il futuro, qualche nuova alleanza per la propria economia, le proprie imprese, i propri servizi, i propri lavoratori e cittadini, non ultimo i propri giovani che hanno un bisogno sempre più deciso di ravvisare una qualche nuova idea per imbastire il proprio futuro professionale.

Fino ai primi Anni ’90, si sa, l’Italia era un paese che si basava su uno schema economico prevalentemente keynesiano: l’industria pubblica era molta, e dava da lavorare e da prosperare a tanti, anche con importanti ricadute sui vari settori privati. Prova ne sia che, nel 1991, l’Italia risultava essere diventata, finalmente, la quarta potenza economica al mondo, giocandosela praticamente alla pari con l’Inghilterra, e tallonando altri grandi nomi sacri come Stati Uniti, Giappone e Germania. E ciò, al di là di tutto, era merito proprio di quel nostro sistema misto pubblico-privato, su cui però a breve s’abbattè la mannaia di Mani Pulite, di Tangentopoli, delle politiche liberiste e quindi di una mole infinita di privatizzazioni, liberalizzazioni e cartolarizzazioni, tutte svolte, come si suol dire, “all’italiana”, ovvero favorendo pochi immeritevoli privilegiati e penalizzando sempre più i molti, che infatti di anno in anno si sono ritrovati sempre più “in bolletta”. Anche chi, qualche anno fa, bene o male si riteneva soddisfatto di quella situazione, ritenendola persino vantaggiosa per sé o per il paese, oggi ci ripensa e manifesta, più o meno apertamente, il proprio rammarico: non è un segnale da sottovalutare, anzi.

Vi chiederete: perché questa lunga premessa? Perché in fin dei conti è più che giusto che un paese come l’Italia, che malgrado il lungo e trentennale declino economico ed industriale continua sempre ad essere fra le principali potenze sviluppate (certo, la famosa “quarta posizione” è ormai un lontano ricordo, ed oggi come oggi è già faticoso mantenere l’ottavo piazzamento, ed in prospettiva lo sarà mantenere il decimo, andando avanti di questo passo), continui a cercare per sé e per i suoi cittadini nuove opportunità per il proprio sviluppo e la propria prosperità, in una parola, per il proprio benessere. Anzi, se vi è la possibilità d’incrementarli, tanto meglio.

In un’epoca in cui l’economia è sempre più votata ai servizi, a cominciare dalla nostra che ormai è post-industriale, e dai trasporti veloci, l’imperativo dovrebbe proprio essere quello di sviluppare al più presto, e nel modo migliore, la complessa realtà delle comunicazioni, sia materiali che virtuali. E, dunque, rotte portuali, linee ferroviarie veloci ed efficienti, strade sicure e rapidamente percorribili, ed infine collegamenti internet (e non solo) sempre più economici, capillari e performanti. Che ci piaccia o meno, una buona possibilità per il futuro dell’Italia passa proprio da tutte queste cose.

Ecco, già data solo la sua posizione geografica, un paese come il nostro si potrebbe considerare a dir poco strategico: è infatti, senza nemmeno volerlo, un’enorme “portaerei” parcheggiata in mezzo al Mediterraneo, che consente di collegare l’Europa continentale all’Africa settentrionale, e la Penisola Iberica a quella Balcanica, ed ancor oltre l’Atlantico al Medio Oriente, e così via. Non sottovalutiamo, poi, le grandi possibilità offerte dai trasporti odierni, sempre più veloci, sicuri ed economici anche soltanto rispetto a pochi anni fa. L’intero mondo si sta rivoluzionando, e l’Italia insieme a lui, volontariamente od involontariamente poco cambia.

Si può, di fronte ad una simile situazione, chiudere a certe occasioni che ci vengono date dalla storia solo per fare un piacere a qualche “consorteria”, sia essa situata al di là delle Alpi o dell’Atlantico? Questo sarebbe un grande quesito su cui interrogarci: abbiamo, per fare un piacere ai nostri “alleati” europei ed americani, sbattuto la porta in faccia alla Libia, alla Siria, all’Iran, alla Russia, e anche ad altri paesi di non minore importanza. Il bello è che, nel frattempo, i nostri “alleati” hanno tranquillamente continuato a far affari con tutti questi paesi, rilevando così pure buona parte di quelle “quote di mercato” che avevamo “regalato”, e nemmeno c’hanno ringraziato per questo (che poi, a dircela tutta, il ringraziamento sarebbe suonato un po’ come un “dopo il danno, pure la beffa”)…

Ora, la nuova partita sta con la Cina. Si sa, per gli Stati Uniti, nostri “padrini”, è Pechino più di Mosca o di chiunque altro a rappresentare il vero problema, il vero nemico, sempre più difficile da affrontare e contrastare. Per anni Washington ha cercato di fare di Pechino una sua “gregaria”, una sorta di partner di serie B, ma la cosa non ha funzionato. Anzi, persino la globalizzazione, che doveva servire proprio ad “addomesticarla”, alla fine s’è ritorta contro i suoi ispiratori americani, finendo col diventare soprattutto un fenomeno a vantaggio dei cinesi. “Peggio di così si muore!”, potrebbero a questo punto dire a Washington, mettendosi le mani nei capelli.

L’amministrazione Trump, soprattutto nei suoi ultimi due anni, ha impresso una forte politica anticinese non soltanto al proprio paese, ma anche ai suoi alleati e ai vari movimenti politici, anche d’opposizione, che ad essa guardano come “un modello da imitare”. Ciò, tuttavia, non deve illudere quanti credono che l’arrivo di un nuovo presidente alla Casa Bianca, di targa democratica, come ad esempio Biden, possa portare ad un allentamento della tensione o ad una qualche forma di “disgelo”. In forma diversa, magari, con una differente strategia ed un differente approccio, l’obiettivo di portare avanti un “contenimento” ed un “boicottaggio” della Cina continuerà, ancor più ed ancor meglio con un presidente democratico, che oltretutto sarà visto anche con un maggior favore negli ambienti europei ed in particolare in quelli liberali o di sinistra che invece, anche solo per mere questioni d’appartenenza ideologica, a Trump guardavano con un certo scetticismo, per non dir proprio ostilità.

Questo serve a dire che la “chiamata a raccolta” già fatta da Trump ad alleati e seguaci continuerà, in una qualche altra forma, anche sotto un nuovo presidente, qualora fosse Biden anziché lui ad entrare alla Casa Bianca al prossimo giro. La cosa s’è ben capita pure in occasione della visita del Ministro degli Esteri cinesi Wang Yi a Roma negli ultimi giorni d’agosto. In quell’occasione, Wang Yi ha incontrato il suo omologo Luigi Di Maio, e quest’ultimo alle domande di certi osservatori ha fatto presente come la Cina sia “un attore ineludibile dello scenario globale”. Tutto vero, e del resto è noto come proprio lo stesso Di Maio, a quel tempo sotto un altro governo di diverso colore, abbia avviato quella politica d’apertura alla cosiddetta “Via della Seta” e ad altre forme di collaborazione, in primo luogo sul 5G, che però subito ha incontrato forti ed apre ostilità “bipartisan”.

Molti di coloro che accusano Di Maio d’essere solo un “bibitaro”, ironizzando sul suo giovanile lavoro allo stadio, probabilmente non si danno solo ad una semplice “ironia classista”, tanto sgradevole da commentarsi da sola anche perché offensiva verso tantissime altre persone che in Italia per campare od arrotondare di sicuro non dirigono una banca svizzera, ma probabilmente con quelle parole tanto malevole esprimono soprattutto il loro odio ideologico (e quindi, in un certo qual senso, anche di classe) verso chi, ai loro occhi, ha semplicemente la colpa d’aver aperto la porta ad un paese per loro odiato, nemico, ovvero il colosso comunista cinese, minando in tal modo a loro dire le basi della solida e monopolistica (o duopolistica, a seconda del caso e degli equilibri del momento) alleanza-sudditanza verso gli Stati Uniti e l’Unione Europea, fra di loro incernierate dalla NATO.

E, se ne volete una prova, la trovate facilmente in certi articoli, non soltanto della stampa di destra, ma pure di quella di sinistra, anzi, soprattutto in quest’ultima, dato che l’altra in fin dei conti è ormai pure fin troppo prevedibile. L’Italia, si sa bene, è un paese che è talmente vincolato agli accordi sottoscritti con coloro che la vinsero ed invasero nella Seconda Guerra Mondiale, trasformandola in un loro personale “trampolino”, da non potersi neppur lontanamente sognare d’intraprendere altre strade. E così di Via della Seta meglio parlarne il meno possibile, anche perché per quanto riguarda i porti italiani la politica nostrana (ben ispirata ed istruita dall’alto) fa di tutto perché quei porti, che si chiamino Trieste, Genova, Taranto, Napoli o Gioia Tauro, ecc, restino saldamente nelle mani di coloro che sempre li hanno avuti, anche a costo di lasciarli deperire e di privare il paese di preziose possibilità commerciali ed economiche, e quindi pure di lavoro per tanti suoi cittadini. Ed anche del 5G è meglio parlarne il meno possibile, perché a Bruxelles (dove hanno sede sia gli uffici dell’UE che della NATO, si noti bene la strana “convivenza” ovvero “concittadinanza”) solo a sentir parlare di un 5G basato sul know how cinese diventano tutti irrequieti. Piuttosto, meglio raccontare di quanto il 5G faccia male pur senza mai averlo né sperimentato né provato, ma del resto ormai la storia è nota: se fosse stato una tecnologia “tutta americana”, nessuno avrebbe potuto insinuare troppo a lungo circa una sua presunta natura nociva. E così via con tanti altri esempi del genere, secondo un lunghissimo copione.

Vedete, tutte queste cose possono sembrare estranee al mondo religioso, ma ricordiamoci che agli ambienti “atlantici” sta dando molto fastidio sia il dialogo fra la Cina e la Santa Sede, che fra alti e bassi comunque sia va avanti, nonostante anche le problematiche internazionali sollevate dalle vicende di Hong Kong, sia l’enorme capacità di reazione che la stessa Pechino ha dimostrato nei confronti della pandemia da Covid-19, visto che non soltanto è riuscita ad accerchiare la progressione del virus nel proprio territorio nazionale, ma addirittura ha provveduto a lanciare una catena d’aiuti medico-sanitari a vari paesi (compreso il nostro ed altri dell’area NATO ed altri alleati storici degli USA in generale: un’azione che è stata vissuta, a Washington come a Bruxelles, come una “invasione di campo”) ed oggi sta persino conoscendo una ripresa robusta e crescente della propria economia, diversamente da molti altri paesi occidentali. E, infatti, verso gli aiuti cinesi all’estero, a cominciare da quelli offerti al nostro paese, subito s’è alzato un enorme “raffica di mitra” da parte dei soliti media e gruppi politici la cui vicinanza alla Casa Bianca è storia ormai fin troppo nota. E, si badi bene, tutte queste cose non avvengono mai per caso: non siamo a chiacchierare al bar, in fin dei conti.

Abbiamo detto più volte come, nello staff degli strateghi e dei consiglieri di marketing politico e comunicativo dell’Amministrazione Trump vi siano figure legate notoriamente al Falun Gong e alla Chiesa di Dio Onnipotente, ma ovviamente non solo a loro: per esempio, anche a gruppi terroristi e separatisti uiguri, palesemente impregnati di fondamentalismo islamico e nemmeno troppo nascostamente imparentati, come filiazioni locali, alle fin troppo note al-Qaeda, Isis, e via dicendo. Ma, ovviamente, tutti questi soggetti non prestano consiglio solo allo staff di Trump, ma sono ben ricevuti e frequentati anche presso gli ambienti “lib-dem” che stanno dall’altra parte, e così anche in Europa, in partiti di governo e d’opposizione, dall’Inghilterra alla Germania, dai paesi scandinavi fino anche, purtroppo, al nostro. Non fu diverso, e nemmeno ora lo è, a ben guardare, con gli uomini del Dalai Lama, coi fondamentalisti musulmani ceceni, e via discorrendo. C’è dunque da dire altro? Abbiamo fatto 2+2, e a questo punto certe cose tornano pure troppo: come dire, “si commentano da sole”.

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