Gentiloni, Renzi, Mattarella

Il nuovo Governo, presieduto dal conte Paolo Gentiloni Silveri, si troverà ad affrontare questioni delicatissime sul fronte economico e dei conti pubblici. La Legge di Stabilità da 27 miliardi licenziata giorni fa dal Parlamento avrà come conseguenza l’azzeramento del deficit di bilancio per il 2019 e l’aumento dell’Iva al 25 e al 25,9% per il biennio 2018-2019.

Secondo le analisi economiche effettuate dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio, per scongiurare l’impennata dell’Iva che colpirebbe notevolmente il già precario potere d’acquisto delle famiglie italiane, il nuovo esecutivo dovrà trovare ben 19 miliardi nella manovra per il 2018, e altri 23 miliardi per il 2019. Le somme necessarie richiederanno misure drastiche sulla spesa pubblica (tagli lineari) e l’introduzione di nuove tasse. Impensabile l’emissione di nuovo debito in quanto la lettera inviata dal Ministro Padoan ai Commissari di Bruxelles, in data 17 maggio, impegna il nostro Paese ad azzerare nel 2019 il deficit strutturale di bilancio. Aggiungiamo che per quanto concerne il rapporto Deficit/Pil per l’anno 2017, il Governo Renzi si impegnava ufficialmente a portarlo all’1,8% – come chiesto dai Commissari Moscovici e Dombrovskis – ma nell’attuale manovra l’impegno è venuto meno con un deficit strutturale giunto al 2,3%. A nulla sono servite le mance e i bonus elettori per vincere il referendum costituzionale.

La condotta dell’ex Presidente Renzi ci condurrà ad una nuova fase di politiche economiche restrittive che finiranno per aggravare la crisi. Nei periodi di recessione, o di debole crescita, sarebbe auspicabile una politica espansiva che rilanci la produttività, ma ciò non è contemplato dai famosi Trattati europei.

Altra fondamentale questione da risolvere per Gentiloni sarà la delicata vicenda che riguarda Monte dei Paschi di Siena. Secondo alcune testate giornalistiche di livello nazionale, per evitare l’ipotesi di aiuto pubblico al fine di scongiurare il fallimento della banca senese, il Ministro Padoan sarebbe intenzionato a chiedere un prestito di 15 miliardi al fondo Salva-Stati (MES, Meccanismo Europeo di Stabilità). Un eventuale aiuto del MES equivarrebbe di fatto a un commissariamento del nostro Paese, poiché nel momento in cui si accede ai prestiti il controllo del fondo sulle politiche economiche nazionali è pressoché totale. Una ulteriore cessione di sovranità che potrebbe portarci a firmare i famigerati memorandum della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). E in questo quadro di estrema preoccupazione per le sorti della Nazione, s’incastra la futura trasformazione in S.p.A della Popolare di Bari che – secondo i ben informati – dovrebbe avvenire entro il 18 dicembre, o comunque entro fine anno, come garanzia dell’”affidabilità” del Governo.

La prassi consolidata della socializzazione delle perdite e della privatizzazione dei profitti è endemica nel capitalismo globalizzato, ergo la soluzione più razionale e meno traumatica per i risparmiatori sarebbe il salvataggio pubblico con conseguente nazionalizzazione dell’Istituto.

Nonostante la schiacciante vittoria del NO nel Referendum del 4 dicembre, alla classe politica italiana sembra non interessare la volontà espressa dai cittadini. Avviare un’ulteriore fase di politiche deflattive e di tagli indiscriminati al welfare renderebbe il clima di tensione sociale ancor più incandescente con risvolti difficilmente prevedibili. I venti gelidi che soffiano sul Vecchio Continente dovrebbero indurre i nostri governanti ad avere una visione più lungimirante e massima attenzione alle richieste che arrivano da ampi strati della società. Sono proprio determinate scelte politiche a favorire l’avanzata di quei “populismi” che tanto spaventano le classi dirigenti europee.

I latini dicevano: “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”.

Antonello Tinelli

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