Fin da quando è sbarcato sul pianeta A, si era capito che Maurizio Sarri non era un tecnico qualunque come la maggior parte dei suoi omologhi che, davanti al fascino indiscreto delle telecamere, si trasformano in robottini che si mettono a snocciolare il solito rosario di farsi fatte. Tuta d’ordinanza e inseparabile siga in bocca, l’ex bancario di Figline si è fatto ben volere dall’opinione pubblica fin da subito, sia per via bel gioco proposto dalle sue squadre sia per la sua flemma tagliente e ironica da antidivo. Abbiamo scoperto così che il Cinghialone, così l’ha genialmente soprannominato il decano dei giornalisti Gianni Mura, oltre che essere un accanito lettore di libri, ha idee politiche di sinistra ben precise (“Mio nonno era partigiano e mio padre operaio: come faccio a votare Renzi?”). Insomma, un personaggio non banale con il quale si può spaziare a tutto a tondo, e che il circo mediatico televisivo ha subito accolto a suon di bonarie pacche sulle spalle, un po’ come si fa con un plutoniano capitato in gita di piacere sul pianeta Terra.

Che le trappole sarebbero affiorate, per un parvenu ruspante come il Cinghialone, c’era da aspettarselo: la società attuale, basata sulla virtualità e di conseguenza sulla pura illusione, tollera molto, tollera forse troppo, ipocritamente ti fa credere che non esistono limiti e che tutto è possibile, ma se osi solamente oltrepassare il recinto spinato del politicamente corretto, ecco che non hai più scampo: finisce come l’Ulisse dantesco inghiottito dagli abissi dopo aver oltrepassato le Colonne d’Ercole. Già, diciamocela tutta, Sarri ha sbagliato, ha avuto torto in tutti i sensi, perché quella parola, FROCIO, non s’ha da dire in epoca di diritti e unioni civili che piovono a catinelle. Il Cinghialone è stato ingenuo, dalla sua bocca poteva uscire il peggior insulto del mondo, la peggior bestemmia ma, metto la mano sul fuoco, solo una parola come “frocio” poteva mandare in tilt il circo mediatico politicamente corretto e mettere sul piatto la spropositata pena di quattro mesi di squalifica oltre che le solite, inopportune, frasi di circostanza dei nostri politicanti, per un episodio del genere. I pasdaran del politicamente corretto non tollerano simili scivoloni, non vogliono che schegge impazzite si allontanino dal gulag del pensiero unico, quello che chiama “diversamente abili” gli handicappati ma che è pronto a lanciare fatwa a destra e a manca per chi cerca solo di cantare una nota fuori dal coro. Chi scrive è assolutamente favorevole a una lotta seria e incondizionata contro razzismo e omofobia, ma certi interventi da “polizia morale” (utilizzo non a caso un termine caro a un grandissimo del pensiero liberale come John Stuart Mill) non favoriscono la tolleranza e la riconciliazione ma la acuiscono mettendola quindi a serio repentaglio. Perché agendo in questo modo termini importanti come razzismo e omofobia vengono completamente svuotati di qualsiasi significato vero perché vengono messi così sullo stesso piano la bestia che violenta persone dalla pelle diversa e chi attua una battuta, infelice per carità, a sfondo di “discriminazione territoriale”.  Vengono messi sullo stesso piano persone che vivono la propria omosessualità con onestà, dignità e pudicizia senza ledere quella altrui, con personaggi dalla dubbia moralità come Vladimir Luxuria per esempio, colui che si mise chiappe al vento in Russia per sfidare l’omofobo Putin, ma che ben si guardò e tuttora si guarda dal fare lo stesso nelle democraticissime Arabia Saudita o Qatar (notoriamente paesi gayfriendly!), del resto per fare contento “our president”, il democraticissimo bombardatore meticcio Barack Obama, si fa questo ed altro!

Chiaro che la vicenda sia stata amplificata, oltre dal solito circo multimediale-mediatico, anche dal comportamento di un personaggio come Roberto Mancini, che ha colto la palla al balzo l’incredibile scivolone dell’ex bancario. L’ex golden boy del calcio italiano (dopo Gianni Rivera naturalmente) nella sua vita è sempre stato abituato a essere osannato dai propri tifosi e riverito dai giornalisti, normale che si sia offeso davanti all’incazzosa faccia irta di saliva grondante di un ex impiegato di banca! Del resto Mancini e Sarri sono due personaggi che non potrebbero essere più diversi: il Cinghialone è arrivato in Serie A alla veneranda età di cinquantacinque anni, dopo aver calcato i campi di periferia più spelacchiati e sconnessi. Sciarpetta invece, smessi gli scarpini da calciatore, ha iniziato ad allenare la Fiorentina senza patentino, squadra controllata dal banchiere romano Cesare Geronzi, la cui figlia Chiara casualmente era socia della GEA assieme a lui! Cosa significa essere nati con la camicia!

Chiaro che adesso al Napoli la faranno pagare cara: si parlano di un paio di giornate di squalifica ma anche di pene draconiane come quattro mesi, invocate da tutto i pezzi da novanta dell’”esercito multimediale” (sulla carta stampata dominano su tutto il duo Repubblica-Corriere della Sera). I tifosi partenopei potrebbero aggrapparsi a un precedente molto illustre e fortunato. Il 24 dicembre 1969 il tecnico del Cagliari Manlio Scopigno, detto il filosofo, un tipo originale che ricorda in tutto e per tutto Sarri (grande fumatore e bevitore di whisky, nonché grande coniatore di aforismi), ricevette cinque mesi di squalifica per aver invitato il segnalinee dell’incontro Palermo-Cagliari del 14 dicembre a infilarsi la bandierina proprio in quel posto all’ombra. Morale della favola: Scopigno fu costretto a seguirsi tutte le restanti partite in tribuna, anche se i suoi ragazzi, trascinati da un grande Gigi Riva, riuscirono alla fine a conquistare lo storico scudetto, uno scudetto che segnò l’ingresso dell’aspra Sardegna nell’Italia.

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