Sarebbe sano e salvo uno dei due piloti russi caduti ieri nei pressi del confine turco-siriano in seguito all’aggressione della contraerea turca. Lo ha confermato il Ministro della Difesa russo Sergei Shoigu. Il pilota sarebbe ora alla base di Hmenyim, dopo un’operazione di recupero durata 12 ore in collaborazione con l’esercito siriano. Secondo l’agenzia Sputnik i due piloti saranno premiati con una medaglia all’onore, ed il pilota ucciso sarà fregiato del titolo di Eroe dal Presidente Vladimir Putin.

Ma ieri è stata un’altra giornata difficile per la politica internazionale, se l’obiettivo è la lotta al terrorismo. Il presidente Hollande, non curante degli avvenimenti sul fronte siriano che hanno visto coinvolto un paese NATO, ha incontrato alla Casa Bianca il Presidente Obama. “Siamo tutti francesi” ha tenuto a dire il presidente americano, inaugurando la solita conferenza dalla retorica strappalacrime e demagogica, ricordando come Francia e USA siano legate a doppio filo, poiché “I francesi ci hanno aiutato a raggiungere la nostra indipendenza e noi li abbiamo liberati dal fascismo”. Considerazioni alle quali Hollande non ha potuto far altro che ribadire che gli Stati Uniti sono stati i primi a far sentire la propria vicinanza alla Francia la notte degli attentati. Questo avveniva nella stessa giornata in cui un paese della NATO permetteva che un membro dell’aviazione militare russa venisse catturato e ucciso da ribelli filo-ISIS.

Se questa è la strategia della Francia in un momento del genere, c’è poco da stare tranquilli e poco da essere ottimisti per i prosimi incontri “anti-isis” di Hollande, previsti con altri capi di Stato del mondo. Ieri la Turchia di Erdogan ha mostrato tutta la propria volontà di potenza nel gioco dell’egemonia dell’area vicino orientale. Ma anche la propria difficoltà di fronte al “Re nudo” degli attentati di Parigi, che hanno mostrato all’Occidente come proseguire per certe anguste vie delle “primavere” può portare a conseguenze nefaste per tutti i paesi coinvolti in questa follia.

È evidente che la serrata della Russia e della Francia su ISIS e ribelli non gioca a favore di Ankara, che sin dall’inizio del rovesciamento dei vecchi regimi arabi nel 2011, ha puntato forte su un proprio rinnovato ruolo di guida delle popolazioni islamiche, in particolare del mondo sunnita, offrendosi come alternativa alla corrente wahabita. E sebbene i rapporti russo-turchi siano da sempre molto positivi non appena si esce fuori dal contesto siriano, la voglia di protagonismo potrebbe portare a una definitiva rottura con i russi.

A conferma di ciò, l’annullamento, nella giornata di ieri, dell’appuntamento del Ministro degli Esteri Lavrov con il suo omologo turco, previsto per oggi, desta più di un sospetto. Ma Erdogan alza la voce, “il jet russo ha volato sul suolo turco” sostiene in modo poco convincente il leader dell’AKP, viene tuttavia smentito dal Pentagono e dal segretario della NATO Stoltenberg, che hanno escluso questa ipotesi nella giornata di ieri, riferendolo ai media.

Sebbene poche ore dopo l’accaduto Obama prenderà le difese della Turchia, sostenendo che Ankara abbia il diritto di difendere il proprio territorio, in questa fase gli Stati Uniti e la NATO, prova ne sono le loro dichiarazioni in palese contraddizione l’una con l’altra, sono poco convincenti. Da parte atlantica danno infatti l’impressione di voler puntare le proprie fiches su più carte e rischiando in modo sconsiderato. È chiaro che se da un lato gli americani non rinunciano a provocare la Russia, assunta a principale avversario da Obama, d’altro lato oltreoceano non possono permettersi di appoggiare le sconsiderate azioni turche, che mirano chiaramente al sostegno degli islamisti radicali attualmente nemico numero uno dichiarato della Francia e dell’Europa, in un periodo di massimo consenso internazionale di Vladimir Putin. Un consenso che gli deriva dall’aver dimostrato che in Siria, la Russia è sempre stata dalla parte di chi lotta il fondamentalismo islamico, così come è il primo nemico del terrorismo di matrice jihadista.

I turchi devono dunque stare attenti a non bruciarsi giocando con il fuoco. Da parte atlantica, stando a certe incongruenze, danno ormai per assodato che le azioni del governo turco islamista non siano del tutto prevedibili. La Turchia di Erdogan ha sempre giocato su due tavoli e sebbene vada considerato come un paese NATO, non può sfuggire il ruolo che potremmo definire “eurasiatico” svolto da Ankara nel periodo precedente al 2011, che ha raggiunto il suo apice nel 2008 quando i rapporti con Israele, causa Freedom Flottilla, erano giunti ai minimi termini storici. Malgrado con il rovesciamento del quadro geopolitico del Medio Oriente causato dalle rivolte arabe, la Turchia sia in parte tornata ad essere quella testa di ponte della NATO nella regione, che era stata già in passato, i rapporti con la Russia sono rimasti sino ad oggi ben solidi, nonostante le divisioni su Assad. Rapporti solidi che potrebbero far poco piacere a Washington, pronta a tutto per guastarli, approfittando dell’affare siriano.

Tuttavia, un’incrinatura dei rapporti con l’establishment putiniano, al di là dell’atto di forza compiuto ieri, sarebbe molto rischioso per Ankara per due motivi. Il primo è che in realtà Erdogan e Davutoglu la lotta per l’egemonia in Medio Oriente e in Siria la stanno perdendo nettamente e da un bel po’. In qualsiasi modo finirà la vicenda siriana, i turchi non otterranno nulla di buono da Damasco, che vinca il fronte filo-Assad o quello dei ribelli/califfato. Il tentativo di fare della Siria uno Stato islamista filoturco fallirebbe anche in caso di trionfo della linea anti-Assad. Infatti lo Stato Islamico costruito con soldi provenienti in prevalenza dal Qatar e, secondo alcuni come Snowden, esperimento della CIA sfuggito di mano, ha soppiantato da tempo ogni velleità sia di al-Nusra, in molti casi inglobandola nelle proprie fila, e che era comunque a egemonia wahabita e filosaudita. Così come ha soppiantato i famosi ribelli moderati, questi sì sostenuti dai turchi e addestrati anche dagli USA, e che sono ormai una sparuta minoranza. Senza contare, inoltre che la formazione di uno Stato terrorista come quello del Daesh non può essere di certo appoggiato, almeno ufficialmente, neanche con il pretesto di far fuori il Baath siriano dal governo. Sarebbe inammissibile per l’opinione pubblica occidentale.

Il secondo punto è che lo Stato anatolico difficilmente può fare a meno della Russia. I turchi non sono baciati né dal petrolio né dal gas, a differenza dei suoi competitors del Golfo persico. Sono un paese importatore di materie energetiche e bisognoso di energia a basso costo. Proprio con Mosca sono in ballo sia il Turkish Stream, che sostituisce il South Stream nel portare il gas in Europa aggirando i gasdotti ucraini, sia la costruzione di una serie di centrali nucleari a scopo civile, la prima iniziata a costruire ad Aprile di quest’anno, che dovrebbero essere realizzate dalla società energetica russa Rosatom e donare ai turchi una maggiore autosufficienza in questo campo. Inoltre, la Russia è ormai uno dei protagonisti principali nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Si fa sempre più stretta, infatti, l’alleanza con l’Iran post-sanzioni di Rouhani e con l’Egitto di Al-Sisi, due degli attori principali della regione, considerazione che potrebbe portare Ankara a più miti consigli. Sono da escludere, alla luce di queste considerazioni escalations eccessive anche da parte russa, che come è noto e al di là dei luoghi comuni, è sempre molto attenta alla strategia portata avanti attraverso la partita diplomatica.

Detto questo, intanto, sempre nella giornata di ieri, mentre Obama finiva di confezionare nell’incontro con Hollande l’ennesimo monito alla Russia in merito alla sua azione aerea in supporto alle milizie di Assad, impegnate nella lotta via terra contro quello che attualmente è il maggior focolare del terrorismo jihadista al mondo, l’Europa ed il Mediterraneo sono sotto-scacco. Ieri abbiamo avuto a conferma di quanto la strategia della Francia e degli USA restino completamente insensate, nonostante continuino a dire che sconfiggeranno l’ISIS e il terrorismo, un altro assaggio di ciò che possono fare questi terroristi che vengono mandati al martirio in nome di idee religiose radicali. In Egitto c’è stato ancora un attentato nel Sinai, nel quale a causa di un’autobomba sono morte 4 persone: erano giudici che visionavano le elezioni parlamentari in corso nel paese, attentato rivendicato dall’ISIS. In Tunisia altro attentato al bus presidenziale. Tunisia dove Ennahada, partito islamista nato dalle rivolte arabe si è dovuto accontentare di formare un governo di coalizione con il partito di maggioranza laico. Anche questo attentato è stato rivendicato da ISIS, nell’ex paese di Ben Alì è il terzo attentato dell’anno. Mentre tornando all’Europa continua ad aleggiare la paura, tra falsi allarmi e attentati sventati, soprattutto nell’epicentro franco-belga, dove certe politiche di integrazione cominciano a dare i loro frutti marci e controproducenti.

Sconcertante anche il quadro italiano dove il solo che si schiera apertamente contro il terrorismo e a favore dell’azione russa in Siria è il leader del Carroccio, mentre il 5 Stelle pensa a fare la solita polemicuccia con Renzi, ma lascia a desiderare la dialettica politica dei personaggi politici italiani di questa Seconda Repubblica. Per il resto si tratta di una classe politica connivente, seppur il ruolo dell’Italia nel foraggiamento di certe forze islamiste è a mio avviso marginale rispetto ad altri partner europei ed atlantici, che ci porterà inerme al disastro provocato da NATO ed UE. Avremo presto guerra e terrorismo in casa, se non ci diamo una mossa.

Mirco Coppola

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