In giro per il mondo ci sono conflitti dimenticati da decenni, che con puntualità riemergono per poi tornare nell’oblio. Due di questi conflitti sono quelli tra Palestina e Israele e tra India e Pakistan per il Kashmir. Questi due conflitti hanno molte cose in comune. Sono figli entrambi di occupazioni militari; ed entrambi vedono contrapporsi nazionalismi radicati. Anche per il Kashmir la storia fa sempre la differenza, e i contrapposti nazionalismi di oggi sono figli dei tragici eventi del passato post-coloniale.

Il Kashmir è una regione del subcontinente indiano controllata per due terzi dall’India, per una piccola parte dalla Cina e per il resto dal Pakistan, che non ha mai rinunciato a rivendicarlo sia per motivi etnico-religiosi (la maggioranza della popolazione è musulmana) sia per il suo interesse all’utilizzazione delle acque dei fiumi. La parte indiana è compresa nello Stato di Jammu e Kashmir (100.569 km2), con Srinagar capitale estiva e Jammu capitale invernale. Nel XIV secolo si affermò l’islamismo, quindi si susseguirono le dinastie di dominatori musulmani, finché (1586) Akbar annetté il Kashmir al suo impero. Nel 1752 passò sotto il dominio degli Afghani e poi sotto i Sikh (1819). Con il trattato del 1846, dopo la prima guerra dei Sikh, fu insediato il mahārāja nella persona di un vassallo rajputa di Ranjit Singh. Quando nel 1947 fu attuata la (dolorosa e violenta) separazione dell’Unione Indiana dal Pakistan, lo Stato di Kashmir e Jammu fu inserito nell’Unione indiana, mentre circa un terzo del Kashmir rimase sotto il controllo del Pakistan, che volse le sue mire anche verso il Kashmir indiano, con grave stato di tensione. L’intervento dell’ONU, dopo la guerra fra India e Pakistan del 1965, aprì la strada alla firma di una dichiarazione comune indo-pakistana (1966) che pose termine al conflitto, senza tuttavia risolvere la questione, e che da allora è riesplosa periodicamente, con ripetuti scontri di frontiera. A questi si accompagnano i gravi atti di terrorismo messi a segno nel Kashmir indiano dai guerriglieri indipendentisti islamici, tra cui l’ultimo attentato del 14 febbraio scorso in cui hanno perso la vita 46 militari indiani.

Non sono bastate quattro guerre e innumerevoli episodi di tensione, e questo tra due Stati che posseggono almeno 300 bombe atomiche. In questa totale indisponibilità a riconoscere le ragioni dell’altro, il Kashmir ha subito la pesante militarizzazione dell’India, mentre il Pakistan continua a combattere la sua guerra asimmetrica utilizzando il terrorismo. Chi ne paga le conseguenze è sempre e comunque, qui come altrove, la popolazione civile.

L’India ha un governo costituzionale “democratico”, mentre il Pakistan è ancora un paese “incompiuto” controllato dai militari. Nel prossimo mese di aprile l’India andrà verso nuove elezioni, che vedranno contrapporsi i nazionalisti e il partito di Sonia Ghandi. Il Pakistan è entrato nelle mire degli USA, che a sua volta si sta disimpegnando dall’Afghanistan. La Cina è un alleato fedele del Pakistan: gli vende armi ed è interessato ad uno dei corridoi strategici terrestri delle nuove Vie della Seta che collega lo Xinjiang (dove operano i ribelli Uiguri) e il porto di Guadar sull’Oceano Indiano. Cina e India sono nemici storici. E soprattutto oggi India e Pakistan sono gestiti da personaggi politici figli della tragica scissione del 1947: milioni di persone andarono da una parte all’altra del sub-continente indiano e furono tra i 500mila e i 2 milioni i morti nelle purghe dei trasferimenti, che restano tuttora nella memoria collettiva rinfocolando i rispettivi nazionalismi.

Ma c’è qualcosa di nuovo in questo scenario, che potrebbe sembrare “locale” ma che sta diventando sempre più globale. La novità è duplice: la presenza di gruppi islamisti nel Kashmir indiano, tra cui in particolare Jaish-e-Mohammad (Jem), gruppo radicale che secondo le autorità indiane è legato ai servizi segreti pachistani; e le trattative in corso a Doha per l’avvenire dell’Afghanistan, che vedono rafforzarsi Islamabad e al contrario indebolirsi New Delhi. La propensione terroristica di Jaish-e-Mohammad in Kashmir si è fatta più aggressiva a partire dal 2014, l’anno in cui le truppe della missione Isaf della Nato hanno cominciato a ritirarsi dall’Afghanistan. Fino ad allora il Jem aveva impiegato risorse, energie, uomini per colpire le forze americane e della Nato. Con il progressivo disimpegno militare della Nato il Jaish-e-Mohammad, così come altri gruppi pachistani anti-indiani, ha cambiato obiettivi e terreno d’azione: non più l’Afghanistan, ma di nuovo il Kashmir e l’India (dove è stata di recente costituita anche una nuova cellula di al Qaeda). Gli USA si sono accorti di ciò, e stanno dicendo al Pakistan che devono intervenire per reprimere il terrorismo di matrice islamista.

Come ha correttamente rilevato l’ISPI (1), a Doha una delegazione di Talebani di altissimo profilo sta oggi discutendo con l’inviato degli Stati Uniti, Zalmay Khalilzad, un accordo di pace che prevede il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan in cambio della garanzia da parte dei Talebani di rinunciare a ogni legame con i gruppi terroristici a vocazione globale. A guidare la delegazione degli studenti coranici è mullah Abdul Ghani Baradar, tra i fondatori del gruppo, già sodale dello storico leader mullah Omar e recentemente nominato capo dell’ufficio Politico di Doha. Il punto centrale è questo: se Baradar è a Doha è perché lo hanno concesso proprio le autorità pachistane. Arrestato nel febbraio 2010 a Karachi con un’operazione congiunta della Cia e dell’intelligence pachistana, è stato rilasciato lo scorso ottobre dopo 8 anni di carcere, proprio su pressione degli americani.

In questa “riconfigurazione” degli equilibri regionali, il Pakistan potrebbe continuare ad utilizzare l’arma del terrorismo islamico per destabilizzare l’India, approfittando dell’abbandono USA dell’Afghanistan. E mettendo in ulteriore difficoltà l’amministrazione USA, che deve da un lato “sostenere” l’India (in funzione anti-cinese) e dall’altra di continuare a mantenere buoni rapporti con Islamabad, senza la quale non sarà mai possibile arrivare ad un accordo con i Talebani. Vedremo come l’amministrazione Trump si muoverà nelle prossime settimane. Anche la Cina guarda con attenzione al nuovo “scenario”, preoccupata che i movimenti islamisti pachistani si uniscano con i ribelli uiguri di Kashgar, che rivendicano da anni l’autonomia.

La crisi del Kashmir è purtroppo destinata a durare nel tempo, e ci vorrà probabilmente una nuova generazione di indiani e pachistani per risolverla, superando il trauma storico che ancora divide questi due paesi. Sperando che nel frattempo non si scateni un conflitto nucleare, visto che tra India e Pakistan al momento non ci sono accordi per mitigare questo rischio.

(1) ISPI, La soluzione della crisi tra India e Pakistan passa (anche) per l’Afghanistan, di Giuliano Battiston, 28 febbraio 2019

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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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