Lenin non fu solo il leader della Rivoluzione bolscevica, ma fu un innovatore del marxismo. Egli capì che Marx ed Engels avevano vissuto in un’epoca diversa dalla sua e che nel frattempo si era entrati in una diversa fase storica: quella dell’imperialismo. Tutta una serie di precetti teorici formulati dai fondatori del comunismo andavano quindi adeguati alla nuova situazione. La rivoluzione non sarebbe scoppiata nei paesi avanzati dell’Europa, dove le contraddizioni capitalistiche erano più forti, ma sarebbe avvenuta nell’anello debole della catena imperialista, ad esempio la Russia, ma poi anche la Cina, e Cuba, ecc. Lenin insomma non si è fossilizzato ma ha saputo leggere, sempre in chiave marxista, il mondo che cambiava e, dalla prassi concreta, creò una nuova teoria adeguata al suo Paese e al suo tempo. E’ questa l’essenza del socialismo scientifico!

Oggi siamo chiamati, da comunisti, a leggere il mondo che cambia, a individuarne le contraddizioni, a stabilire quale contraddizione è primaria e quale invece è secondaria. Senza svolgere questo esercizio non saremmo all’altezza del metodo marxista: potremmo ripetere tanti begli slogan ultra-rivoluzionari, di estrema sinistra, ma sarebbero inutili perché semplicemente fuori fase. La lotta di classe oggi si basa su una contraddizione primaria che è quella che vede l’unipolarismo atlantico (cioè l’imperialismo) attaccare l’area eurasiatica a guida russa e cinese, cioè il multipolarismo. Su questa base si leggono tutte le altre contraddizioni che diventano quindi secondarie: non ho detto “meno importanti” o addirittura “illegittime”, ma certamente subordinate a una priorità più grande, senza affrontare la quale non si potrà risolvere nemmeno la questione operaia. Chi non lo accetta potrà anche parlare di “comunismo”, ma appunto: ne parla solamente, e non potrà fare nulla per progredire su quella via. 

Chi legge, ad esempio, le proteste di questi giorni in Kazakistan come una lotta esclusivamente derivante dall’aumento del prezzo dell’energia, non vedendo il rischio di una controrivoluzione colorata (cioè di un golpe filo-atlantico e liberista come è avvenuto nel 2014 in Ucraina) è rimasto fermo forse a Marx, ma ha capito poco del rinnovamento portato da Lenin alla teoria rivoluzionaria e rifiuta di prendere in considerazione l’ulteriore passo avanti del mondo che è stato determinato dall’emergere della Cina di Xi Jinping come potenza. Destabilizzare oggi il Kazakistan significa infatti, non solo accerchiare la Russia (aprendole un nuovo fronte militare che comporterà un suo indebolimento economico e quindi anche un disimpegno nel suo ruolo di equilibrio nei confronti dell’aggressività di Washington e Bruxelles), ma significa anche sabotare la strategia cinese della Nuova via della seta. Frenare quest’ultima significa oggi – non negli anni ’90, ma oggi! – rallentare il processo di liberazione nazionale dei paesi poveri sotto controllo neo-coloniale da parte di USA e UE, e quindi perpetuare più a lungo il dominio atlantico e il loro sfruttamento capitalistico. 

È ovvio che il sistema kazako ha dei pesanti limiti per un marxista, ci mancherebbe altro: trent’anni fa è stato rovesciato il socialismo e imposto il capitalismo, non ne possiamo certo essere felici. Ma in questa fase storica non è all’ordine del giorno il ritorno al socialismo, come qualcuno forse si illude, è per contro assolutamente prioritario la costruzione di un mondo multipolare che, proprio perché multipolare, garantirà alle nazioni la propria sovranità, limiterà i rischi di guerre d’aggressione, e quindi permetterà lo svilupparsi anche delle lotte sociali, le quali sarebbero invece vane in un sistema globalizzato esclusivamente sovranazionale.

Come dice il compagno Dmitri Novikov, vice-presidente del Partito Comunista della Federazione Russa (la principale forza politica dell’Unione dei Partiti Comunisti dell’ex-Unione Sovietica), la scelta del Kazakistan di adattarsi al sistema capitalista “ha causato un aumento della disuguaglianza sociale, caratteristica di tutto il mondo, escludendo Cina, Vietnam e altri stati” e ha correttamente aggiunto: “è necessaria una revisione della politica socio-economica nella maggior parte dei paesi della CSI” (*). Giustissimo, ma rivedere la politica socio-economica non significa decapitare poliziotti, bloccare il traffico aereo con la Cina e minare la sovranità della Repubblica. Infatti il compagno Novikov aggiunge che nel paese “operano varie ONG straniere che influenzano la situazione” perché il Kazakistan “è di interesse per i servizi di intelligence e i governi occidentali in quanto paese che può influenzare il destino di Cina e Russia. E Washington nei suoi documenti chiama questi due paesi i suoi due principali oppositori del 21° secolo”. 

Il fatto insomma che in Kazakistan vi siano oligarchi odiosi è vero: ce ne sono ovunque di corrotti e privilegiati, anche in Svizzera, ma mica per questo giustifichiamo il terrorismo! In questo preciso istante essi rappresentano però una contraddizione secondaria: se il Kazakistan non restasse indipendente e collegato appunto alla Nuova via della seta, ma al contrario si avvicinasse al sistema atlantico come richiesto dai rivoltosi non vi sarà alcun miglioramento sociale per i lavoratori e i ceti popolari del paese (e figuriamoci il socialismo); sarà anzi peggio di oggi, dove perlomeno esiste uno Stato regolatore in cui anche i comunisti possono agire. Pensiamo solo al fatto che proprio di recente il Partito Popolare del Kazakistan – il principale partito di tradizione marxista-leninista – ha sfiorato il 10% alle elezioni aumentando a una decina i deputati eletti nel parlamento nazionale (composto di 98 seggi). A questi compagni è chiaro che un sistema più equo percorrendo una via socialista non arriverà ovviamente distruggendo lo Stato, bruciando le bandiere nazionali e buttandosi nelle mani di UE, USA e NATO. 

Chi è sceso inizialmente in piazza contro il carovita, insomma non è lo stesso di chi oggi assalta le caserme e ruba le armi per il piacere dell’Occidente. Non vedere, in conclusione, quanto avviene in Kazakistan come parte della nuova “guerra fredda” significa ridursi a una lettura economicistica di stampo sindacale (una lotta giusta ma puntuale, circoscritta ai primi momenti e peraltro già risolta con lungimiranza con le recenti concessioni dello stesso governo kazako), mentre il vero conflitto di classe si gioca su tutt’altro piano.

di Massimiliano Ay, segretario politico del Partito Comunista svizzero

(*) CSI: Comunità degli Stati Indipendenti, organizzazione composta da nove delle quindici ex repubbliche sovietiche