“Ho già pronto per la stampa, in italiano e in polacco, un libro in cui metto la mia esperienza a nudo”: forse questa dichiarazione di monsignor Krysztof Charamsa può chiarire tutte le altre fatte del prelato in questi ultimi giorni.
Se già da prima non serviva essere troppo maliziosi per intravedere un calcolo alla base di una iniziativa come la sua, arrivata proprio alla vigilia dell’apertura del Sinodo sulla famiglia, sapere del libro già pronto non fa che confermarci di essere di fronte non ad uno sfogo liberatorio, ma a una mossa politica o a una trovata pubblicitaria, comunque sia qualcosa di studiato a tavolino, nei tempi e nei modi, ad uno specifico scopo.
Nell’intervista al ‘Corriere della Sera’, Charamsa ha affermato “Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Ho un compagno. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana”.
Il giorno successivo alla pubblicazione dell’intervista, ha indetto anche una conferenza stampa, con tanto di presentazione ufficiale del suo compagno.
Qui non stiamo parlando certo di uno sprovveduto, né di un prete qualsiasi, bensì di un importante teologo, con numerosi incarichi in Vaticano, tra i quali spicca quello di ufficiale della ‘Congregazione per la dottrina della fede’.
Desta allora una certa perplessità l’affermazione per cui “l’astinenza totale dalla vita d’amore è disumana”, innanzitutto perché la parola “amore” viene usata come sinonimo di “sesso”, cosa accettabile da una persona di cultura medio-bassa o all’interno di una conversazione informale, ma non certo da un teologo che si rivolge alla stampa.
Poi serve intendersi su cosa significhi essere disumani: lo si può essere andando oltre le possibilità dell’uomo ordinario, oppure restandone al di sotto, si può essere allora ‘sovrumani’ oppure ‘subumani’; le pratiche religiose degne di tale nome hanno lo scopo di elevare e tra queste va annoverata anche l’astinenza sessuale volontaria.
Si tratta di una scelta radicale, da sconsigliare a chi non è in grado di portarla avanti, come insegna il motto paolino “meglio sposarsi che ardere”, ma lui ha scelto di prendere i voti e conosceva le conseguenze: anche se chiedesse il permesso di una vita sessuale per i credenti omosessuali, ciò non potrebbe comunque valere per i preti.
Colpisce anche questa frase del monsignore: “Non è possibile aspettare per altri cinquant’anni”. Chi è che non può aspettare? Forse si riferisce a sè stesso e al suo compagno? Oppure alla ‘comunità glbt’ che definisce “fantastica”? Di certo non alla Chiesa, che pure chiama ancora “mia” e dalla quale riconosce di aver ricevuto tanto: si tratta di un’istituzione bimillenaria, che non è obbligata a seguiire i tempi della politica, quindi se necessario può aspettare, anche mezzo secolo.
Charamsa si dice “pronto ad affrontare le conseguenze del suo gesto”: sollevato dai suoi incarichi in Vaticano, rischia un processo canonico nella sua diocesi, che prevede come pena massima la riduzione allo stato laicale. Chissà se gliene importa qualcosa. Nell’articolo ‘Mindfulness, una terapia per la postmodernità?’ (Opinione Pubblica, 14 agosto 2015) abbiamo già fatto notare come il cattolicesimo costituisca una religione molto intellettualizzata, che si concentra troppo sui precetti morali: in modo coerente anche la teologia cattolica è sempre più sbilanciata verso la morale, mentre non tratta quasi più di metafisica. Difatti, quando i membri del clero cattolico tentano di motivare i divieti sessuali imposti ai fedeli, non vanno praticamente mai oltre il moralismo.
L’istituzione del matrimonio e della famiglia fondata su di esso non è un’invenzione cattolica, anzi precede l’inizio della storia del Cristianesimo: la sua diffusione è quasi universale. La scienza fatica a trovare teorie convincenti sulla genesi del matrimonio monogamico, perché non prende in considerazione l’ipotesi della sua origine in ambito religioso e delle sue spiegazioni di ordine metafisico: come si può leggere nella traduzione italiana di un’opera di Pascal Randolph, pubblicata nel 1977 dalle ‘Edizioni Mediterranee’ col titolo ‘Magia sexualis. Forme e riti’, “un popolo nel quale le pratiche nuziali erano ritualizzate e sempre conformi alle leggi eterne costituiva una grande catena magica legante le sfere materiale con le sfere superiori” (pag. 32). Quindi la sessualità monogamica non è da considerarsi qualcosa di ‘umano’ o ‘naturale’, ma è una delle condizioni necessarie per una via erotica al ‘sovrumano’ o al ‘sovrannaturale’. Un’altra condizione (pag. 71) è che la coppia sia formata da un uomo e da una donna.
Tra le tecniche spirituali di tutte o quasi le religioni il ‘sesso sacro’ riveste grande importanza, la formalizzazione delle regole matrimoniali è un tentativo di portare delle possibilità trasformative dell’individuo al di fuori della cerchia sacerdotale, alla quale varie tradizioni riservano la castità, considerata come un metodo ancora più potente di elevazione: è una questione di tecnica e quindi non c’è proprio niente di moralistico.
Se la Chiesa oggi cercasse ancora la trasformazione dell’individuo subirebbe sguaiati sberleffi ed accuse di creduloneria, ma forse non verrebbe tacciata di “omofobia paranoica” da un suo stesso membro. Ma è da molto tempo che la Chiesa ha perso questa funzione: tutta la vita e l’opera del frate dominicano Giordano Bruno, oggi rivendicato inopinatamente come punto di riferimento da atei e laicisti, avevano lo scopo di riportare nella sua Chiesa la volontà e le conoscenze necessarie e proprio per questo venne arso vivo come eretico a Campo dè Fiori. Era il 17 febbraio 1600.

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