Pochi giorni fa è morto in Siria per circostanze ancora da chiarire Giovanni Francesco Asperti, un cittadino italiano che si era trasferito nella regione di Rojava per combattere lo Stato Islamico al fianco delle milizie curde dell’Unità di protezione popolare (Ypg). Il consolato a Erbil sta seguendo il caso ed è in contatto con i familiari.

La morte del nostro connazionale coincide con la ritirata strategica degli USA dalla Siria decisa dal presidente Trump (con il parere contrario del Pentagono). Considerata ormai vinta la lotta con l’ISIS e dopo aver usato i curdi in questa lotta, gli USA (almeno queste sono le dichiarazioni del segretario di Stato Pompeo) avrebbero ottenuto dalla Turchia che la stessa continuerà la campagna contro l’ISIS dopo il ritiro delle truppe Usa dalla Siria “proteggendo” i combattenti curdi (alleati degli americani), che temevamo un’offensiva di Ankara. Queste dichiarazioni appaiono quantomeno irrealistiche, posta la secolare politica di repressione turca contro il popolo curdo sia all’interno del territorio anatolico sia al di fuori di esso, pienamente confermata dalla posizione nazionalistico – autoritaria del nuovo Sultano turco (Erdogan), che sta cercando di trasformare la Turchia in uno Stato presidenziale eliminando l’opposizione interna e reprimendo le minoranze etniche.

Ecco così riemergere antiche ferite e l’antico dramma di un popolo, di una nazione invisibile, senza patria. L’Occidente aveva pochi mesi fa osannato il coraggio dei combattenti curdi a Kobane. Non vi è stata testata giornalistica in Occidente che in quei giorni non abbia pubblicato foto o video vari delle donne partigiane curde in festa dopo essere riuscite a respingere gli attacchi dell’Isis. I curdi erano per tutti gli “alleati” ideali, quelli da appoggiare affinché sconfiggessero il gruppo terroristico peggiore al mondo. Finita quell’epopea, i media occidentali sono tornati a disinteressarsi del problema curdo.

L’aviazione di Bashar Assad, sino a poco tempo fa ufficialmente loro alleata, può così ora tranquillamente prendere di mira i curdi, con l’aiuto dei russi, tornando a bombardarli dato che anche le loro posizioni non sono poi così favorevoli al governo di Damasco. Sino a ieri nemici, Putin e Erdogan si sono ritrovati alleati per caso, mentre la Turchia (che trafficava col petrolio dell’ISIS), sin da quando esisteva l’Impero Ottomano e soprattutto dopo la sua dissoluzione, ha sempre cercato di chiudere i conti con la questione curda per sbarazzarsi delle loro rivendicazioni di forte autonomia da Ankara.

Come ho rappresentato nel mio libro dedicato all’Armenia (*), sotto la teocrazia islamista dell’Impero Ottomano i non-islamici venivano considerati “dhimmis”, cioè “gente infedele tollerata”, una sorta di cittadini di seconda classe. Gli armeni non potevano testimoniare contro gli islamici nei processi e subivano tassazioni esorbitanti, dovendo peraltro spesso pagare imposte persino ai capi tribali curdi. Armeni e curdi, peraltro, hanno sempre mantenuto una loro identità. A partire dal IV secolo gli armeni si convertirono infatti al Cristianesimo ripudiando il concilio di Calcedonia del 451: questo ripudio creò una profonda frattura tra Chiesa armena, Chiesa greco-ortodossa e cattolica, che a sua volta contribuì non poco ad accentuare l’isolamento armeno dal resto del mondo cristiano. A differenza degli armeni i curdi diventarono islamici durante la conquista araba.

Dal VII secolo gli armeni (contadini, artigiani, mercanti e finanzieri) e i curdi (prevalentemente pastori nomadi) vissero in conflitto permanente: caduto l’impero bizantino le conquiste dei turchi ottomani a partire dal XVI secolo crearono una nuova situazione. Ma finché l’impero ottomano rimase forte gli armeni vissero nell’ambito del sistema del millet: nonostante le frequenti scorrerie dei nomadi curdi gli armeni prosperavano grazie ai commerci. Con il declino dell’Impero Ottomano tutto cambiò anche per gli armeni: commercio e industria ristagnarono e molte delle famose vie carovaniere dell’Asia minore si ridussero a meri sentieri o mulattiere. Negli Anni Sessanta dell’Ottocento aumentarono le petizioni dei villaggi armeni e del loro patriarca per contrastare la spoliazione delle terre degli armeni e l’insopportabile fiscalità delle autorità ottomane e curde.

Il problema curdo non è solo un grave problema “interno” alla Turchia ma è cross border a tutto il Medio Oriente. I due detonatori continui di instabilità di quest’area strategica sono infatti sia la questione palestinese quanto quella curda. Negli accordi Sykes-Picot del 1916, che sancirono la spartizione del Medio Oriente tra Francia e Gran Bretagna dopo la fine della prima guerra mondiale, la nascita del Kurdistan come Stato indipendente non venne nemmeno presa in considerazione. Le due potenze europee pensarono che fosse meglio smembrare la terra curda, creando delle proprie rispettive sfere di influenza. La nascita del moderno Iraq fu un’invenzione britannica. Il nuovo sovrano Faysal fu prescelto in quanto figlio di al-Ḥusayn ibn ʿAlī, Sceriffo di Mecca ed al tempo re del Hijāz, autore principale della rivolta araba del 1916. Formalmente la nomina avvenne a seguito di un plebiscito ma esso fu gestito ed organizzato dal Colonial Office britannico. Il giorno dell’incoronazione del nuovo sovrano iracheno suonò l’inno nazionale britannico God save the Queen (e questo la dice lunga sull’autonomia del nascente Stato).

Nel 2017 quasi il 93% dei votanti si è espresso in favore dell’indipendenza nel referendum svoltosi nel Kurdistan iracheno. Ma il governo centrale iracheno, oggi controllato dagli sciiti, non intende ovviamente rinunciare all’unità del territorio statale iracheno. La provincia di Mosul è infatti ricchissima di petrolio, e petrolio significa denaro e quindi potere. I curdi del nord dell’Iraq, dopo essere stati colpiti anche coi gas da Saddam Hussein e Alì il chimico e dopo aver accolto a Erbil migliaia di profughi yazidi massacrati dall’ISIS, non hanno comunque ancora rinunciato alle loro istanze indipendentistiche, e oggi sono tornati protagonisti (almeno in Iraq).

Il 22 novembre 2018, a più di un anno dal referendum con cui nel settembre scorso i curdi votarono per l’indipendenza, l’ex presidente della Regione autonoma del Kurdistan Massoud Barzani è infatti tornato per la prima volta a visitare la capitale federale, Baghdad. Barzani, che si era dimesso in seguito ai disordini scatenati dall’esito del referendum, è arrivato a Baghdad in qualità di presidente del Partito democratico del Kurdistan, ma è stato accolto con tutti gli onori riservati al presidente del governo regionale. Dopo aver incontrato il primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi, lo ha definito “un amico e un fratello”. Abdul Mahdi ha poi parlato dell’incontro descrivendolo come un nuovo inizio nelle relazioni tra il Kurdistan iracheno e il governo centrale.

Barzani è giunto a Baghdad proprio mentre si sta acuendo la crisi tra i due principali blocchi politici sciiti iracheni. Dopo quasi dieci anni di ostilità con Baghdad, Barzani si trova oggi nella posizione unica di poter giocare un ruolo centrale e incidere sulla politica del governo centrale. La sua agenda era fitta di incontri con tutte le fazioni più importanti del paese, e Barzani ha incontrato anche il leader sciita Muqtada al Sadr a Najaf. Due sono stati gli obiettivi principali del viaggio di Barzani: sostenere Abdul Mahdi nel portare a termine la formazione del governo, e rafforzare il peso dei curdi nella politica irachena.

Gli USA, dopo aver determinato il disastro iracheno (e in buona parte anche quello siriano), oggi decidono di abbandonare la Siria forse proprio per de-legittimare le aspirazioni curde tendenti al riconoscimento di spazi di indipendenza e autonomia, venendo incontro ai desideri dell’alleato turco e componente importante della NATO. Il “Grande Gioco” mediorientale si rinnova, mentre trentacinque milioni di curdi dispersi in Turchia, Siria e Iraq cercano nuovamente di non soccombere alla realpolitik occidentale e turca, nonché ai postumi della preannunciata fine del conflitto siriano.

(*) Alessandro Pellegatta, Karastan. Armenia, terra delle pietre, Besa editrice, 2016

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Alessandro Pellegatta è nato nel 1961 a Milano, dove vive e lavora. Si dedica da anni alla letteratura di viaggio. Per FBE ha pubblicato nel 2009 un libro sull’Iran (Taqiyya. Alla scoperta dell’Iran), mentre per Besa editrice ha pubblicato i reportage Agim. Alla scoperta dell’Albania (2012), Oman. Profumo del tempo antico (2014), La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica (2015), Karastan. Armenia, terra delle pietre (2016), Eritrea. Fine e rinascita di un sogno africano (2017), Vietnam del Nord. Minoranze etniche e dopo sviluppo (2018). Il 28 febbraio 2019 uscirà un suo nuovo volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana in Africa intitolato Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa. Due nuove opere sulla storia del Mar Rosso e di Massaua e sull’Algeria sono al momento disponibili in versione ebook su Amazon Kindle. Partecipa da anni ad eventi e convegni relativi alla cultura di viaggio, e collabora con svariati siti e riviste sui temi legati alle minoranze etniche e la difesa dei diritti dell’uomo.

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