Quando nel 1994, in quell’aprile fatidico, Kurt Cobain è venuto a mancare, si creò un buco, un vuoto doloroso da riempire. Chi seguiva veramente la sua musica, il suo pensiero, i suoi gusti musicali, la sua attitudine all’onestà creativa, ebbe la fortuna di poter passare attraverso la grande porta della musica alternativa e incontrare quell’illustre sconosciuto che era – e per certi versi è ancora – l’underground musicale americano e britannico. Chi invece abbracciò i Nirvana come una moda momentanea, si trovò presto a seguire mode, altre, anch’esse momentanee.

Le case discografiche, multinazionali che erano degli idioti necessari per Cobain, cominciarono a spremere in maniera avida la mucca della defunta-rockstar-suo-malgrado. Cosa che a Cobain difficilmente sarebbe andata a genio. Di sicuro tutte queste parrocchie – i fedelissimi, gli occasionali , chi vuole fare cassa – hanno bramato, chi per curiosità, chi per investigazione artistica, chi per mero guadagno, della musica che fosse stata scritta da Cobain e che nessuno avesse sentito prima. Ci fu una proliferazione abnorme di bootlegs, uscite discografiche illegali, con qualche alto e molti bassi. Ciononostante, c’è sempre stato il bisogno di uscite ufficiali, capaci di aggiungere alcune parti della storia ancora misteriose.

Ora, venendo all’ultima di queste uscite, “The montage of heck soundtrack- the home recordings”, le domande che vale la pena porsi sono due: 1) È questo disco di inediti degno di essere ascoltato? 2) Sarebbe piaciuto a Cobain? Proviamo quindi a rispondere: all’orecchio il disco si pone quasi come un ascolto neutro, tra esperimenti infantili, collage sonori, canzoni acustiche e intermezzi recitati. A farsi valere sono i pezzi che già conosciamo, presentate qui nella loro forma più grezza. Gli arrangiamenti scarni e vulnerabili, la voce a volte dimessa, a volte autoironica, sono i punti di forza che ci mostrano Cobain come un cantautore che si muove a tastoni nel buio, cercando la melodia perfetta pur preservando la sacralità dell’ispirazione grezza.

Ed è qui che entra in gioco il secondo dei due punti. Questo disco ricorda da vicino, nella sua innocente amatorialità, i lavori del cantautore americano Daniel Johnston, grandemente amato da Cobain, il quale indossava una maglietta raffigurante una copertina di uno dei suoi dischi. Nei dischi di Johnston siamo fatti partecipi di una dimensione tanto privata da portarci ai limiti dell’imbarazzo. In questo senso, l’ultimo disco di Cobain, presenta molteplici affinità. Quindi, un disco meritevole dell’attenzione dei fans più sinceri, con qualche buono spunto, ma molto materiale quasi incomprensibile e portatore di una verità. Se bisogna essere sinceri, non sapremo mai come Cobain si sarebbe musicalmente evoluto, lavoro dopo lavoro, sino alla maturità. Accontentiamoci di qualche suggerimento, dunque.

Elias G. Fiore

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