La battaglia di Santiago

“Buon pomeriggio. L’incontro a cui state per assistere è l’esibizione di calcio più stupida, spaventosa, sgradevole e vergognosa, possibilmente, nella storia di questo sport”. Queste parole, pronunciate dal telecronista dell’emittente televisiva pubblica britannica BBC, David Coleman, restano lì, appese come un macigno difficilmente spostabile. Sia perché, nella loro crudeltà e schiettezza, descrivono perfettamente quello che è davvero stato quel brutto pomeriggio di calcio. Sia perché, oggi, a 57 anni di distanza, tutti i più importanti appassionati di calcio nostrano non dimenticano quel dì.

Ecco, allora, i primi due dettagli. Si parla di pallone. E di quello italico. In uno degli avvenimenti più importanti e sentiti: i Campionati mondiali di calcio. Quelli in Cile. Nel 1962. Nello stato dell’America Latina, dunque, si è consumata una delle partite più drammatiche e tristi della storia dello sport più amato del mondo, e per lo più davanti agli occhi di tutti quel mondo. Perché il 2 giugno, in Italia, non è soltanto la ricorrenza della festa della Repubblica. E lì, nel profondo continente americano, fa rima con la “Battaglia di Santiago”.

E, proprio per non farsi mancare nulla, oltre ai fatti, già di loro crudi, ci sono pure gli antefatti. Non semplici antipasti, ma la goccia che ha fatto poi traboccare il vaso. Nel maggio 1960 il Cile è colpito dal più potente terremoto mai registrato nella storia, conosciuto come Grande terremoto cileno. Le stime più attendibili parlano di 3mila morti e danni tra 400 e 800 milioni di dollari statunitensi.

Tutti pensano a un inevitabile cambio di sede. E invece grande sorpresa per tutti: quei Campionati mondiali non si spostano. S’hanno da fare sempre lì, nonostante la levata di scudi di molte nazioni europee, Italia in primis e più di tutte, già scettica sulla scelta ben prima del cataclisma.

Perché? Quella nazione era calcisticamente sconosciuta e acerba. E, come se non bastasse, si mette di mezzo pure la stampa dello Stivale, che prima della manifestazione inizia una macchina del fango verso il Paese organizzatore, dove “Santiago è il simbolo triste di uno dei Paesi sottosviluppati del mondo e afflitto da tutti i mali possibili: denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria… Sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago ne è la sua espressione più dolente, tanto dolente che perde in sé le sue caratteristiche di città anonima. Interi quartieri della città praticano la prostituzione all’aria aperta”.

E il fato, mai come in questo caso beffardo e infingardo, vuole che il Cile e l’Italia siano nello stesso girone eliminatorio. Si affrontano il 2 giugno, appunto, come seconda partita del gruppo. I padroni di casa hanno fatto bene all’esordio, rifilandone tre alla Svizzera, mentre gli azzurri hanno impattato a reti bianche contro la Germania Ovest, e hanno bisogno di vincere.
Ad arbitrare – unico caso nella storia del calcio – lo stesso fischietto che aveva diretto i cileni nel match contro gli elvetici. Insomma, se il buongiorno si vede dal mattino… La contesa è una battaglia bellica, piena zeppa di scontri duri, risse, minacce verbali e fisiche, intervento delle forze dell’ordine in un numero assai smisurato di occasioni, arbitraggio non all’altezza.

Solo per dirne qualcuna: già dopo 7’ l’Italia rimane in inferiorità numerica e pure con un giocatore con il naso rotto costretto a restare in campo perché all’epoca non c’erano le sostituzioni. Al 38’, inoltre, seconda espulsione per gli azzurri, sventolata per un fallo di reazione a un pugno ricevuto e non visto dal direttore di gara.

La partita – passata alla storia come la più violenta mai disputata – resta in bilico fino a un quarto d’ora, ma poi è il Cile a portarla a casa per 2-0. Ma non c’è nulla da festeggiare visto che è stata una guerriglia. E una sconfitta per il calcio.

Per la cronaca – ma solo per quella – a trionfare in quel Mondiale è stato il Brasile, al secondo titolo consecutivo, e trascinato da un certo Pelè. Ma questa è un’altra storia…

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